Le candele di Istanbul

Ogni giorno centinaia di musulmani salgono i gradini della basilica anche solo per accendere una candela. Siamo a Sent Antuan kilisesi, la chiesa di sant’Antonio nel cuore di Istanbul. Dove l’islam ufficiale proibisce i gesti e vieta le candele.
05 Giugno 2015

Due ragazzi si baciano sotto la pioggia e sotto la statua di un Cristo accondiscendente. Appaiono felici. Incuranti di noi. La corte della chiesa di Sant’Antonio a Istanbul, Sent Antuan kilisesi, è un buon rifugio per gli innamorati. I suoi architetti, il levantino Giulio Mongeri e il ligure Edoardo De Nari, furono abili, nei primi del ’900, ad aggirare, in qualche modo, le leggi in base alle quali gli edifici di culto cristiani non potevano affacciarsi sulla pubblica via. La cancellata, sempre aperta sull’affollatissima Istikl`l Caddesi, la via dell’Indipendenza, l’antica Grande Rue de Péra, non nasconde la bella facciata neogotica, dai mattoni rossi a vista, della chiesa. E la corte interna è come una piccola piazza. Ci sono due panchine e la statua di Angelo Roncalli, papa Giovanni XXIII, nunzio in Turchia tra il 1935 e il 1944. Qui la gente si ferma per sfuggire alla folla di Beyog˘lu, quartiere centrale della vecchia Istanbul, o entra per curiosità, ma molti sono anche quelli che vengono in visita a sant’Antonio. Decine, centinaia di musulmani, ogni giorno, salgono i gradini di questa basilica per accendere una candela al Santo. Frate Iulian, viceparroco rumeno, guarda i ragazzi baciarsi: «Qui hanno un momento di pace». Loro fanno un cenno con la testa e se ne vanno, mano nella mano.   Ogni martedì, «martedì di sant’Antonio», donne, in gran parte musulmane, vengono in questa chiesa e scrivono su un grande quaderno i loro desideri. Chiedono grazie, invocano, ai piedi della statua del Santo, l’aiuto di Dio. Mi colpisce una grafia da ragazza. Mi faccio tradurre: «Fa’ che il suo cuore si riempia di amore per me». È come se leggessi un verso del grande poeta turco N`zim Hikmet. È T. a scrivere queste parole. Si rivolge ad Allahim, Mio Dio. Desidera l’amore di Hussein e avvolge le iniziali del loro nome in un piccolo cuore.   Betul, 42 anni, al martedì, è la donna delle candele. Da ventidue anni è qui a venderle per una lira turca, circa quaranta centesimi. Lei è cristiana ortodossa. «Conosco le donne che vengono in chiesa. Indossano il velo. Quasi tutte sono musulmane. Pregano, accendono le candele, alzano le mani al cielo». Betul ci tiene a presentarmi S¸ebnem. Mi dice: «Ha vinto il titolo di miss Turchia». Oggi è una bella donna di quarant’anni. Bionda, jeans attillati, gioiosa: «Dio è uno solo. Io sono musulmana, ma ogni martedì cerco di passare da qui. Per Aziz Antuan, per il Santo». S¸ebnem accende una candela. Qualcuno ne compra per chi non ha soldi e le lascia ai piedi della statua. Altri portano pane, fiori, olio. Sant’Antonio, nel centro di Istanbul, città dalle più belle moschee del mondo, è amato, venerato, pregato dai musulmani. Soprattutto dalle donne.   I francescani arrivarono a Istanbul ai tempi delle crociate. Hanno saputo restarci, oltre ogni guerra e assedio. Hanno visto costruire la splendida bellezza ottomana di questa città. Il quartiere di Beyog˘lu, il vecchio Péra, è uno dei cuori di Istanbul. Fino alla metà del ’900 vi vivevano levantini, greci, italiani, russi bianchi. Qui c’è Gezi Park, epicentro delle rivolte giovanili di due anni fa. Dicono che, quasi ogni giorno, 700mila persone passeggino per Istiklal. La prima chiesa dedicata a sant’Antonio sorse nel 1725. I cristiani sono una minoranza in Turchia, quasi non esistono. Fra Cesare, custode della Custodia provinciale di Oriente e di Terra Santa dei frati minori conventuali, mette in fila tre zeri: «Siamo lo 0,002 per cento della popolazione turca». Poco più di 15mila i cattolici; centomila i cristiani in tutto. Su 75 milioni di abitanti. A Istanbul, accatastati uno sull’altro, vivono tra i 15 e i 18 milioni di abitanti. Oltre 6 mila persone per chilometro quadrato. Età media: 16 anni. E ora si aggiungono 300 mila profughi siriani.   Nel convento di Sant’Antonio vivono sette frati: rumeni, polacchi, un nigeriano e Luigi, frate italiano, di 95 anni. Anton Bulai ha 50 anni. Frate rumeno, è il parroco. «Le donne musulmane – racconta – mi dicono sempre: chiesa e moschea sono la casa di Dio». Sant’Antonio è uno spazio di serenità. Non sono obbligate a comportamenti rigidi, possono venire quando vogliono. Godono del sacro, amano questa architettura, si sentono ascoltate. «Qui si può toccare il divino», dice fra Martin, 58 anni, frate sloveno che non gravita attorno alla chiesa. «Il Santo è una presenza»: fra Cesare ne è certo. Fabio Salomoni, italiano, sociologo, usa una strana parola: «Si prova frescura tra queste colonne». Credo abbia ragione.

La religiosità popolare attraversa il mondo turco. C’è una storia antica di sufismo, una storia alevita, mistica corrente sciita. C’è un islam di canti, di danze, di vicinanza con il mondo ortodosso. E ci sono infinite pagine feroci di sangue, di assedi, conquiste e massacri contrapposti. Ma anche di convivenze sorprendenti. Le donne che entrano nella chiesa di Sant’Antonio vogliono pregare. Hanno necessità di parlare. L’islam ufficiale turco proibisce i gesti: vieta le candele e nega il bisogno di scrivere messaggi a Dio. A sant’Antonio, invece, si possono scrivere le proprie preghiere e, soprattutto, si accendono le candele. Frate Marcelo è argentino. Biblista e teologo, è un frate minore che vive sulla frontiera di un dialogo con l’islam: «Sant’Antonio è universale. Può davvero aiutarci a parlare tra di noi. Il suo culto è naturale e va “lasciato lì”. Senza farsi troppe domande. Grazie a lui, possiamo camminare assieme». Fra Martin usa quasi le stesse parole: «Sant’Antonio ci chiede di attraversare un ponte per andare verso un Altrove». Parole che hanno un senso importante mentre il sole tramonta sul Bosforo, stretto marino che separa l’Occidente dall’Oriente, l’Europa dall’Asia. Capita che sia un imam a suggerire a una donna di recarsi alla chiesa di Sant’Antonio. Qui è possibile un rapporto individuale con il sacro.   Maria Grazia Zambon è una laica consacrata. Vive ad Ankara da molti anni, conosce a fondo il mondo turco. «Il culto di sant’Antonio ha le sue radici nella religiosità dei turchi, nel sufismo, nei gesti. Ci sono le candele, c’è l’incenso: questo affascina le donne musulmane». La lingua turca è stata lo strumento che ha unito due mondi religiosi. Ottant’anni fa, fu Angelo Roncalli a fare il primo passo. Scandalizzò le comunità di Beyog˘lu (i cristiani, tra di loro, parlavano in francese e detestavano i turchi) quando si rivolse ai musulmani come fratelli. Il nunzio Roncalli ebbe il coraggio di pregare in turco. «Fu un profeta», mi dice fra Martin. Il futuro Papa si scusò di non conoscere a sufficienza la lingua. Divenne amico dei Turchi. Pregò sant’Antonio per la salvezza della città durante la seconda guerra mondiale: se fosse stata risparmiata dalle bombe, ogni settimana i poveri di Istanbul avrebbero ricevuto pane. Ma quando, nel 1944, Angelo Roncalli se ne andò, la chiesa si richiuse nuovamente in se stessa. Solo nel 1971, tre nuovi frati italiani (Renato Bernardo, Lucio Condolo e Luigi Iannitto) decisero di riaprire le porte di quella chiesa, di introdurre il turco nella liturgia, di tradurre la Bibbia, di stampare opuscoli. E, lentamente, la chiesa di Sant’Antonio si affollò di musulmani. «Durante la preghiera mi giravo – scrisse negli ultimi giorni della sua vita fra Lucio –. C’erano sempre più musulmani che cristiani». Luigi Iannitto, frate abruzzese, ha passato quarantuno anni in Istikl`l Caddesi: «I musulmani vengono in questa chiesa perché è la casa di Dio. Dobbiamo accoglierli con semplicità: con amore e un sorriso».   Nei «messaggi del martedì», le donne chiedono ad Allah salute, benessere, serenità. Hanno problemi di lavoro, di soldi. Hanno debiti. Domandano amore. Sperano in matrimoni «giusti» per i loro figli. «Andare in moschea non è sufficiente. Allora ci si rivolge all’Altro», suggerisce l’antropologo francese Benoît Fliche. Per lui, studioso delle religioni in Medio Oriente, a Sant’Antonio ognuno conserva la sua identità: «Costruire un “noi” abolirebbe la diversità del luogo». «Ma è un’ecumene indiscussa, una teologia vissuta e creduta», avverte Paolo Floretta, frate e curatore di un prezioso libro sulla devozione antoniana. Osservo donne musulmane che si fanno un fuggevole segno della croce. Ragazzi che si scambiano selfie di fronte al Santo.

Alla domenica, migliaia di passanti entrano a Sant’Antonio. Le messe sono affollate. Al martedì si viene perché si vuole essere qui. Fehmi, portinaio musulmano della chiesa, raccoglie il pane che molti portano in chiesa. La promessa di Roncalli è ancora rispettata. Sono profughi siriani e curdi, gente rom, nel pomeriggio, a ricevere questo povero dono. Fra Anton ogni martedì è in chiesa. Chi vuole parlare con lui, sa dove trovarlo.   Ad aprile, mentre la condanna di papa Francesco del genocidio degli armeni arroventava i rapporti tra Anka­ra e il Vaticano, ho ascoltato un frate dire: «Questo è il Paese dove il dialogo tra noi e l’islam può essere profondo. Questo è un Paese di minoranze. Possiamo capirci». E ancora: «La devozione a sant’Antonio ci offre la possibilità di scoprire un nuovo popolo. È una nuova linfa per noi». Mi decido: accendo una candela al Santo.    

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017

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