Niccolò Fabi. Dove nasce la musica

Undici date europee, quattordici nei palasport italiani, un disco di platino per «Il Padrone della festa», scritto e prodotto con Daniele Silvestri e Max Gazzè. Il musicista e cantautore parla della sua musica e del suo impegno lontano dai palcoscenici.
01 Febbraio 2015 | di

Un angolo di terra fuori dal mondo, strade che non ci sono, un viaggio dal quale è impossibile tornare senza essere cambiati. Inizia da lontano, dal cuore dell’Africa, l’avventura che porta Niccolò Fabi fin qui. Non è la prima volta per lui. Ad accompagnarlo, in questo caso, due altri grandi musicisti e cantautori italiani, Daniele Silvestri e Max Gazzè. Strade che si reincrociano in un viaggio, prima di tutto interiore, percorso a ottobre 2013, in Sud Sudan. Parole e musica nascono solo alla fine del cammino. Prende vita da qui, molto prima che nelle sale di registrazione, Il padrone della festa. Sta racchiusa in una periferia, in un’estremità, in un confine ai confini del pianeta la parte più importante di questa storia. Un lavoro musicale, e non solo, che Niccolò ha voluto condividere con gli amici di sempre.
Dopo questo viaggio, scrivere e dar vita alle parole attraverso la musica diventa quasi un gioco, un divertimento che i tre hanno già sperimentato la prima volta vent’anni fa. L’album è un successo: debutto e primo posto nella classifica dei dischi più venduti, un disco di platino e un tour, conclusosi a dicembre. Prima undici date europee, poi quattordici concerti nei grandi palasport italiani. E ora, notizia di questi giorni, il concerto finale, in uno dei templi della musica mondiale, l’Arena di Verona, il 22 maggio prossimo.
L’incontro con Niccolò avviene in questa sorta di tempo sospeso, lontano dal clamore dei concerti e dalla frenesia del tour. Una pausa in cui l’artista parla di musica, emozioni e, in maniera inaspettata, del suo impegno dalla parte degli ultimi. Fuori dai palcoscenici, e dalle parole, un punto fermo della sua vita, «il mio piccolo orgoglio» come lo definisce.
Msa. «Questa partenza è la mia fortuna» cantate in Life is sweet. È stato così anche per voi? Fabi. Da tempo, con Daniele e Max, volevamo tornare a fare qualcosa di importante insieme. Loro hanno pensato che, per esperienze del genere, ci volesse una sorta di viaggio perfetto, in un luogo intenso, sia fisico che dell’anima, che lasciasse un segno. Io avevo preso un impegno con Medici con l’Africa Cuamm. Insieme con don Dante (direttore del Cuamm, ndr) dovevo andare in Sud Sudan per un progetto legato a un ospedale rurale. Coincidenza ha voluto che Daniele e Max fossero liberi proprio quella settimana. Abbiamo deciso tutto in due giorni. Non è stata una vacanza turistica. Il grande privilegio, e lo è sempre quando posso recarmi in Africa con il Cuamm, è riuscire ad andare in una terra nella quale sarebbe impossibile avventurarsi da soli. E ogni volta, per me, è una grande fortuna.
Che cosa lascia un’esperienza di questo tipo?
È un andare che ti costringe a togliere l’àncora, ad allontanarti da te stesso. L’Africa è un luogo intenso, che impone delle scelte. Basta pensare alle strade: quasi sempre impraticabili, in alcuni tratti inesistenti, piene di insidie che ti costringono a decisioni spesso improvvise. Un ospedale rurale, come quello visitato, è un luogo speciale, un’esperienza forte. Ti trovi di fronte, in maniera ruvida e diretta, alla precarietà di un sistema sanitario in cui quella che da noi è la routine si trasforma in quotidiana emergenza. Una realtà nella quale bisogna ripartire da zero in fatto di assistenza sanitaria di base, educazione sanitaria e alimentare. Lo sforzo maggiore sta nel far sì che i malati si lascino curare, che le mamme portino i loro figli in quel dato giorno sotto quel dato albero per farli vaccinare. Parole e concetti come ricchezza, povertà, cose necessarie o inutili, strade, bivi, aspirazioni, realizzazioni, sogni, vita e morte, prendono nuovi significati. Per noi è stato un viaggio di approfondimento, di conoscenza, che ha permesso di raccontarci con più trasparenza e intimità.
Situazioni che spingono, come avete raccontato, a creare ponti, reali e non.
Un ponte lascia passare le persone, ma collega anche i modi di pensare. Alla base di tutti i conflitti umani c’è sempre l’incapacità di comunicare. Creare dei ponti significa simbolicamente mettersi nei panni dell’altro. Se riuscissimo a metterci addirittura dentro i suoi occhi, probabilmente tutte le nostre reazioni, anche quelle più aggressive, sarebbero differenti. È inevitabile che, in questo particolare momento di tensione mondiale, diventi ancora più importante il fare collettivo per la sopravvivenza del genere umano.
Quando nasce il legame con il Cuamm, con il quale, peraltro, anche Caritas Antoniana ha realizzato dei progetti?
Nel 2009 Medici con l’Africa ha contattato la nazionale Cantanti, di cui faccio parte, per la campagna «Mio fratello è africano». Per le foto a corredo dello spot, i testimonial dovevano tingersi il volto di nero per dimostrare l’uguaglianza, la consanguineità delle persone. Mi hanno ritenuto, evidentemente, credibile. Parte da lì una storia che arriva fino a oggi.
Perché proprio il Cuamm?
Sono tante le ong umanitarie che operano, in Italia e in tanti luoghi del mondo, in maniera preziosa e attenta. Medici con l’Africa mi ha colpito subito per lo stile: senza clamore, umile, silenzioso. E poi per la professionalità e la competenza nel più piccolo gesto di ciascuno: dall’attuale direttore, don Dante, diventato un amico, al direttore storico don Luigi fino a medici, infermieri, personale amministrativo. La sintonia è stata immediata. Ancor più per la pluralità di voci che convivono, da sempre, all’interno. A cominciare da quelle di tanti narratori che, negli anni, si sono avvicinati al Cuamm: da Paolo Rumiz a Niccolò Ammaniti, dal compianto Carlo Mazzacurati a Natalino Balasso. Hanno dato il proprio contributo senza che fosse chiesto loro, per fare un esempio, se andassero a Messa o meno. Quello che mi colpisce è l’umanità, potente, disarmante. Da quella del prete, che non ti parla mai dal pulpito, ma ti si avvicina condividendo le tue paure, le tue domande, il tuo dolore senza farti prediche, semplicemente ascoltandoti e stringendo a sé le tue fatiche. Fino a quella del medico che, laggiù, dove non esiste il filtro di una cartella clinica, si avvicina al malato con un sorriso, guardandolo dritto negli occhi o toccandogli l’addome per fare una diagnosi. Sono sei anni che viaggio con loro, in Africa e, ancora, in scuole e università italiane: mi meraviglio ogni volta, come se fosse la prima, dello stupore che mi prende quando li vedo all’opera.
Quali progetti hai condiviso?
Attualmente siamo impegnati con il Cuamm in Sud Sudan, a Yirol. Dopo la fine della guerra civile il lavoro si è concentrato sul potenziamento dell’ospedale già esistente. Il nostro contributo è rivolto al reparto di pediatria. Il primo progetto è stato in Angola, a Chiulo. L’ospedale, laggiù, rappresenta «l’ultimo miglio», l’estremità più periferica del sistema sanitario. A Chiulo i cellulari difficilmente funzionano, l’elettricità è garantita da generatori attivi solo alcune ore al giorno, l’acqua corrente è un lusso per pochi. Sono arrivato in Angola dopo il concerto del 30 agosto 2010. Con la Fondazione «Parole di Lulù» (creata in memoria della figlia, ndr) abbiamo ristrutturato l’ala pediatrica di quello che era un vecchio ospedale da guerra, con 250 posti letto.
Quando tornerai in Africa?
Non esiste una data. Per me ogni viaggio con il Cuamm è un privilegio, un punto fermo nella mia vita, un piccolo grande orgoglio.
 All’ospedale di Chiulo, all’ombra di un albero secolare, una piccola targa, quasi invisibile in foto, reca scritto «L’Ala di Lulù». È quella che ospita i bambini malnutriti. All’interno i muri sono stati ridipinti. L’occhio corre subito verso quelle farfalle di carta velina, grandi e piccole, tutte colorate, sospese alle pareti. A loro, oggi anche grazie a Lulù, il compito di donare un sorriso ai piccoli bambini ricoverati con le loro mamme.
 La schedaNote, parole e impegno
 
Niccolò Fabi (Roma, 1968) fa il suo esordio nel mondo della musica negli anni Novanta insieme con artisti romani tra cui Daniele Silvestri, Max Gazzè, Federico Zampaglione, Riccardo Sinigallia. Nel 1997 vince il Premio della Critica nelle Nuove Proposte al Festival di Sanremo. Grande musicista, il cantautore è apprezzato anche per l’attenzione ai testi. Numerose le produzioni, le collaborazioni, i documentari, i tour e ben 8 album.
L’ultimo, Il padrone della festa (2014), lo realizza con Silvestri e Gazzè. Nel 2010 riceve il premio «Le voci della pace» per il suo impegno e, nel 2013, il Premio Tenco. Il 30 agosto 2010, a Casale sul Treja (RM), si festeggia quello che sarebbe stato il secondo compleanno di Olivia «Lulùbella», la figlia di Shirin Amini e Niccolò, scomparsa meno di due mesi prima per una forma acuta di meningite. Più di cinquanta musicisti e 20 mila persone partecipano alle 12 ore del concerto Parole di Lulù. Il ricavato, tramite l’omonima Fondazione, viene devoluto a Medici con l’Africa Cuamm per la ristrutturazione del reparto di pediatria di Chiulo, inaugurato il 2 giugno 2011.
 

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017
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