Progetti 2005 tra sanità e sviluppo

735 mila euro per combattere l’Aids e le malattie in India e in Africa, la penuria d’acqua in Brasile, e per offrire una casa ai senzatetto dell’Indonesia vittime dello Tsunami.
17 Maggio 2005 | di

Trasmettere la parola attraverso la solidarietà , vivere la missione in comunione con gli ultimi, testimoniare la propria fede accogliendo e amando la vita, dalla nascita, alla malattia, alla morte. È questo il filo rosso che unisce i quattro progetti che vi proponiamo in occasione del 13 giugno 2005, festa di sant";Antonio.
Per la prima volta, negli ultimi quindici anni, tutti i progetti sono stati pensati e curati dai nostri frati missionari in India, Burkina Faso, Brasile e Indonesia. Alle loro mani affideremo il frutto della vostra solidarietà  per un impegno davvero gravoso in questi tempi di crisi economica: 735 mila euro, tutti a favore delle persone più svantaggiate: i malati terminali di Aids in India, coloro che non hanno accesso all";assistenza sanitaria in Burkina Faso, le famiglie senz";acqua potabile nel Nord-Est del Brasile, e gli sfollati del maremoto in Indonesia.
 
India Un Centro per i malati di Aids
Curare i malati di Aids con lo stesso amore con cui san Francesco soccorreva i lebbrosi. A questa conclusione sono arrivati i frati della custodia dell";India che, in 25 anni di presenza nel Paese, si sono sempre più resi conto che i nuovi «paria» non avevano più razza né religione, né differenze di censo o cultura. L";Aids aveva livellato la loro sorte, condannandoli all";esclusione e ad una morte in completo abbandono.
Un crinale pericoloso per un Paese che conta quasi un sesto della popolazione mondiale, per lo più in stato di povertà . Quell";1% di infetti, che statisticamente sembra una cifra modesta, in realtà  si traduce in milioni di casi. E il futuro, secondo le Nazioni Unite, è tragico: nel 2015 ci saranno 12,3 milioni di morti. «Quanta solitudine e quanta disperazione per l";India "; afferma padre Mathew Purayidom, frate della missione indiana ";, se nessuno aiuterà  ad abbattere i pregiudizi, a consigliare e confortare, e ad insegnare la misericordia. Una sfida per noi frati». Già  da tempo, frati e suore francescane fanno apostolato tra i malati. La maggior parte degli assistiti appartengono ad altre religioni.
Da qui la decisione di costruire un centro di cure palliative con 50 posti letto per i malati in fase terminale, di preparare tre frati a questo scopo e di chiedere l";aiuto delle suore francescane. L";Assisi Snehalaya Hiv/Aids Rehabilitation Centre sorgerà  in una zona cruciale, Ettimadai nel distretto di Coimbatore vicino ai distretti di Madurai, Selam : zone di commercio con slum densamente popolati che si trovano nel Tamil Nadu, uno degli Stati indiani con più casi di Aids. «Vorremmo aiutare le famiglie a venire a patti con la malattia, tramite un servizio di counselling "; conclude padre Mathew "; ma soprattutto vorremmo restituire alle persone il diritto di avere tutte le cure possibili, e di morire con dignità , circondate dall";amore».

Brasile Trecento cisterne per l";acqua della vita
Acqua. Niente ha più valore per la gente del Semi-arido, una vasta regione rurale nel Nord Est del Brasile. Lo sa bene padre Luciano Bernardi, trevigiano, da 22 anni nel Paese sudamericano. Alle spalle una vita dedicata ai senza terra, i contadini poveri, soffocati dai latifondi dei grandi proprietari e dal continuo braccio di ferro con madre natura, avara di piogge e raccolti.
Padre Luciano fa parte del movimento popolare di Itaberaba (Bahia): «Olho vivo», cioè «Occhio vivo», aperto, vigile, pronto a cogliere i bisogni della gente e a trovare insieme soluzioni. Un movimento nato una decina d";anni fa in seno alla chiesa brasiliana. «Qui la gente è povera "; racconta padre Luciano ";. Ha piccoli appezzamenti di terra che non bastano alla sopravvivenza. Arrivano piogge torrenziali, e poi neppure una goccia per settimane. E la gente perde il raccolto: una, due, tre volte di seguito. La loro resistenza è impressionante».
Quale soluzione allora? Le cisterne per raccogliere l";acqua piovana. Era scritta nella tradizione popolare già  alla fine dell";Ottocento, ma era sempre stata snobbata dalle istituzioni, come rozza e poco tecnologica. Così arrivarono con trivelle per costruire pozzi, con pompe e desalinizzatori. Ma «fu un fiasco. Qui la terra è salinizzata, e dopo qualche mese anche l";acqua dei pozzi è imbevibile».
Nel tempo, la lotta per l";acqua, sostenuta soprattutto dalla chiesa, è diventata lotta per il diritto alla cittadinanza e alla partecipazione politica che fa oggi del Brasile un laboratorio di democrazia. Un percorso lento che ha portato all";elezione del presidente Lula, d";estrazione popolare, e al suo programma «Fame zero e sete zero», che comprende la costruzione di un milione di cisterne per la regione Semi-arida.
«La politica, tra mille contraddizioni, finalmente ha ascoltato il grido della gente, ma non ci sono i soldi. Nonostante gli sforzi, molte famiglie sono ancora senza cisterna "; dice padre Luciano ";. Per questo vi chiedo di aiutarmi a costruirne almeno 300. Raccogliere l";acqua produrrà  subito molti vantaggi: le donne non sprecheranno più gran parte della giornata alla ricerca dell";acqua potabile. E i nonni e i bambini si ammaleranno di meno».

Burkina Faso Un Centro sanitario contro la mortalità  infantile
«Ero ammalato e mi avete curato». Quando fra Giacomo arrivò a Sabou, in Burkina Faso, insieme ai confratelli della provincia d";Abruzzo, il 5 novembre 2002, non pensava che il passo evangelico di Matteo sarebbe divenuto un aspetto fondante della missione dei frati in quell";angolo di mondo. «Appena arrivati, non pensavamo ad una struttura sanitaria. Per offrire servizi sanitari ci vogliono soldi "; ci spiega ";. Quando inizi una missione, vuoi farlo in punta di piedi, vuoi entrare tu come persona, non come quello che porta i soldi». Poi la realtà  era dura, troppo dura. Le mamme morivano di parto, i bambini soffrivano di malnutrizione grave e si spegnevano per un nonnulla.
Nel frattempo, i frati avevano aperto in un garage una specie di ambulatorio dove curavano le ulcerazioni della pelle, molto diffuse in quella zona. Poi, un giorno, l";ennesima tragedia li spinse a pensare più in grande. «Seguivamo Omar, un neonato di pochi mesi. La sua mamma era morta durante il parto. Lo nutrivamo con il latte di un";altra donna, e integravamo con quello d";asina. Ma il piccolo era sempre malnutrito. La nonna ce lo portava disperata: gli spuntavano piaghe sul corpicino. Nonostante tutti i nostri sforzi, non siamo riusciti a salvarlo. È morto a 8 mesi, tra lo sconcerto di tutti. E ti domandi perché un bambino deve morire così». C";era bisogno di un centro sanitario, soprattutto per le cure di emergenza e per salvare i più piccoli dalla denutrizione. I due ospedali di Koudougou e Ouagadougou erano troppo lontani e sovraffollati, mentre in zona non c";erano servizi sanitari per una popolazione di circa 80 mila persone, distribuite su un territorio di 320 chilometri quadrati.
Intanto la missione dei frati è passata sotto la giurisdizione della provincia polacca. Oggi sono in cinque: due polacchi, due italiani e uno del Togo a condividere la nuova sfida. Diversi tra loro per cultura e tradizione. Padre Michel del Togo; i frati polacchi: padre Marek, il guardiano, e padre Casimiro. Padre Massimiliano, italiano, è il più anziano del gruppo: soffre tremendamente il caldo, ma non si ferma. Va per i villaggi, si dona con sacrificio, e la gente lo apprezza perché vede quanto gli costa. Fra Giacomo è invece il più giovane: «amo andare con Michel tra la gente, al mercato, nelle case, per condividere la loro vita. Ora che ci arrangiamo a parlare la loro lingua, le persone sono contentissime, e noi ci sentiamo parte di loro». Ormai i frati sono un punto di riferimento, e la gente appoggia con tutte le proprie forze il progetto sanitario che stanno portando avanti.
«Siamo già  riusciti a raccogliere 100 mila euro per l";acquisto del terreno, del pozzo e del gruppo elettrogeno. Per quanto riguarda il personale medico e infermieristico, ci aiuteranno le sorelle minori di Maria Immacolata. Ora ci mancano i fondi per la costruzione del Centro sanitario che noi vorremmo dedicare a san Massimiliano Kolbe, e per questo speriamo nel vostro aiuto».

Indonesia Quarantacinque case per i senzatetto del maremoto
Padre Ferdinando Severi, dopo 37 anni di missione in un Paese islamico come l";Indonesia, che conta forti frange fondamentaliste, pensava di aver già  accumulato molta esperienza. Era ancora fresco il ricordo dei giorni che seguirono il suo arrivo nella parrocchia del Sacro Cuore a Banda Aceh, nel Nord dell";isola di Sumatra, la sua ultima sede di missione. Era il 1993. L";imam della moschea aveva annunciato il suo arrivo attraverso l";altoparlante esterno: «Attenzione al frate, è venuto a convertirvi!». Padre Severi non s";era perso d";animo. San Francesco era stato chiaro in materia: i frati «non causino dispute ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio». Così alla polizia che gli riservava frequenti visite, diceva: «Non sono venuto a convertirvi. Il mio Dio è universale e m";insegna che devo amare tutti, anche i fratelli musulmani». Lo dimostrava con i fatti, aprendo a chiunque avesse bisogno, le porte della sala operatoria dell";ospedale cattolico di Medan, dove medici stranieri venivano ad operare gratuitamente le persone con gravi handicap fisici. All";inizio c";era grande diffidenza, ma poi proprio la figlia di un fondamentalista, affetta da labbro leporino, osò andare da padre Severi e riferire ai suoi che quel frate aveva fatto per lei quello che i ferventi musulmani non avevano mai neppure pensato. Senza chiederle niente in cambio. Padre Severi si guadagnò così il rispetto e persino l";amicizia di molti musulmani.
Ma la vita aveva in serbo per lui l";ultima prova: era a Meulaboh, la cittadina più colpita dallo Tsunami del 26 dicembre scorso, quando arrivò la grande onda. Padre Severi si salvò per miracolo, appeso per ironia della sorte, proprio alle strutture di una moschea. Ma vide tutto: la devastazione, i morti, lo strazio dei superstiti. Tornato a Banda Aceh, gli crollò il mondo addosso: nella sua missione, 50 erano i morti, 45 le case distrutte e 94 quelle private di ogni contenuto. La scuola era allagata e la chiesa in rovina.
«Quando siamo riusciti a riaprire la nostra scuola "; scrive nella sua ultima lettera ";, su 400 allievi erano rimasti solo in 15. Un bimbo di prima elementare piangeva all";ingresso, aggrappato a sua madre, perché non c";erano più i suoi compagni». Che strazio pensare a tutti quei corpicini nudi nel fango, sepolti in una fossa comune. A 70 anni d";età , padre Severi ha dovuto trovare la forza per ricominciare, e per dare speranza alla gente: «Vi scrivo con le lacrime agli occhi. Aiutatemi a ricostruire almeno le 45 case. Venite ad asciugare tutte queste lacrime. Il buon Dio vi ricompenserà Â».
Il Messaggero di sant";Antonio e i frati della Basilica del Santo fanno proprio l";appello di padre Severi. Crediamo da sempre "; e i progetti della Caritas antoniana lo confermano, anno dopo anno "; che unendo le nostre forze, possiamo davvero realizzare insieme grandi cose. Perciò sollecitiamo la partecipazione e il sostegno dei nostri lettori alle iniziative del 2005. Siamo convinti che la solidarietà  sia come una piccola pianta: quella che mettiamo a dimora oggi, darà  buoni frutti domani se sapremo coltivarla con amore e dedizione. E la gioia che avremo donato, fosse anche ad una sola persona, sarà  una ricompensa incommensurabile che ci accompagnerà  per tutta la vita.

Data di aggiornamento: 03 Luglio 2017