© Davide Rivalta

Stoccolma invasa da leoni, rinoceronti e bufali

Con «Blowing Figures into Space» gli animali della savana si impadroniscono della capitale svedese. Ma sono solo sculture che ci interrogano sulla costante azione predatoria dell’uomo, e sulla natura, se gli si ribellasse.
| Alessandro Bettero Caporedattore

Tredici sculture in bronzo. Nessun piedistallo. Solo la pietra dei vicoli medievali e il verde dei parchi reali di Stoccolma a fare da palcoscenico naturale a «Blowing Figures into Space», una delle installazioni open-air più ambiziose e complesse mai realizzate da uno scultore italiano all’estero; un progetto site-specific dell’artista bolognese Davide Rivalta, classe 1974, che fino al 31 agosto 2027 trasforma la capitale svedese in un habitat improbabile e straniante.

L’installazione di Rivalta è promossa dall’Ambasciata d’Italia in Svezia e dall’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma.

L’idea è semplice e rivoluzionaria nella forma, ma provocatoria nella sostanza: gli animali selvatici si riappropriano degli spazi urbani. E così troviamo leoni che fissano i passanti a Mynttorget, nel cuore di Gamla Stan, la città vecchia; rinoceronti e bufali che appaiono tra gli alberi dei grandi parchi reali di Hagaparken e Ladugårdsgärdet. Non decorazioni, né simboli araldici, né memorie mitologiche, ma presenze vive e inquietanti che appaiono ai passanti, senza preavviso, senza la mediazione di un basamento che le rimandi all’idea rassicurante di una scultura.

Rivalta lavora così da anni. Resiste all’idea di scultura come oggetto elevato, separato dal mondo, da ammirare dal basso. I suoi animali stanno a terra, come tutti gli altri. E questa scelta, apparentemente tecnica, sta, in realtà, alla base di tutta la sua filosofia. Del resto l’artista lo fa trapelare senza riserve: noi esseri umani invadiamo e deprediamo per primi l’habitat naturale degli animali selvatici.

Ecco allora la provocazione implicita: cosa succederebbe se fossero gli animali a impadronirsi, anche solo virtualmente, delle nostre città? La risposta viene proprio da questa installazione. Una migrazione silenziosa e maestosa, come la definisce lo stesso Rivalta che non fa demagogia, ma si limita a collocare una leonessa nel cortile di un istituto culturale, tre rinoceronti in un vicolo lastricato da secoli, e lascia che il disagio o lo stupore facciano il resto.

Formatosi all’Accademia di Belle Arti di Bologna, Rivalta è uno degli scultori italiani più originali della sua generazione. Non abbandona la figurazione. Non insegue l’arte concettuale. Non si piega alla produzine seriale. Continua a lavorare la creta, a usare la fusione a cera persa, a scegliere il bronzo ovvero quel metallo che, come ha detto lui stesso, consegna qualsiasi opera alla storia.

I riferimenti artistici di Rivalta sono nel passato, con maestri dichiarati come Bernini, Rodin e Medardo Rosso. Eppure non scivola mai nell’accademismo. Rivalta dice di lanciare «la terra fluida sopra un’armatura metallica. La creta si rapprende, e nella forma rimane l’energia del lancio. Questa fase è molto rapida, e la casualità del gesto incontrollato mi sorprende». In queste parole c’è la sua arte: la fisicità del processo, la sorpresa come metodo, il non finito come scelta estetica e non come limite tecnico. Le sue sculture non sono solo opere artistiche, ma raccontano la loro stessa genesi a chi le osserva. E così le superfici conservano il gesto di Rivalta mentre il bronzo solidifica il suo impulso.

C’è un aspetto del lavoro di Rivalta che rischia di passare in secondo piano nel racconto della sua tecnica: il ruolo del contesto. Le sue installazioni non sono pensate per un museo e poi trasferite e collocate altrove. Nascono in relazione a luoghi precisi, ne studiano la luce, la storia, chi li abita e i loro ritmi quotidiani.

Mynttorget non è solo una piazza, è un punto di passaggio medievale nel cuore della città. Hagaparken non è un parco qualsiasi, ma un giardino romantico del Settecento, progettato per evocare la natura selvaggia. Collocare un rinoceronte in quel contesto non si riduce a una provocazione venata di ironia, ma è, a tutti gli effetti, un conflitto indotto tra due idee di natura: quella addomesticata del parco romantico e quella primordiale della scultura, che ogni visitatore deve risolvere da solo.

Gli animali di Rivalta non sono icone o simboli intercambiabili. «I miei leoni sono individui, animali veri, ritratti ciascuno nella propria unicità», conclude Rivalta. Ogni scultura ha una postura, un’espressione, una storia. E sembra che manchi loro solo la parola.

Data di aggiornamento: 23 Aprile 2026