Una cooperativa agricola per ritornare a vivere

Sette donne che hanno perso i mariti nei massacri del 1994, si sono unite per dare un futuro ai loro figli. E ci hanno chiesto aiuto.
23 Dicembre 2004 | di

È l'aprile del 1994. In Rwanda, centro Africa, sta per iniziare una delle primavere più tragiche della storia dell'umanità . Maria fiuta il pericolo. Ha cinque figli. Suo marito è appena stato ucciso. Ha paura. Vive a Kabatwa, un villaggio a 2 mila metri di altezza, nel distretto di Mutura, provincia di Gisenyi, nel Nord del Paese, a meno di un'ora dal confine con il Congo. Intanto i miliziani della sua etnia, gli hutu, hanno iniziato a sterminare l'altra etnia del Paese, i tutsi. L'aria al villaggio si fa sempre più pesante. Arrivano ondate di profughi che vanno e vengono dal vicino confine. Si può morire per un nonnulla, per mano dell'amico o del vicino di casa. L'odio non ha memoria. Maria prende i suoi figli e scappa. Settimane senza meta, col fiato della morte sul collo. I cento giorni che seguono le daranno ragione: è genocidio, perpetrato con ferocia dall'una e dall'altra parte. La follia al potere. Fratelli contro fratelli, teste e arti mozzati col macete, montagne di corpi. Intorno, orfani di pochi anni, occhi allucinati,senzapiùlacrime. Quando finisce la follia, Maria torna al villaggio. La sua vita precedente è morta in quel genocidio. Ora non ha più casa, né terra da coltivare, né cibo, ma solo ripari di fortuna e la fame che assottiglia i visi dei suoi piccoli giorno dopo giorno.
Sono passati più di dieci anni da quei cento giorni, ma poco è cambiato. Sono finiti i massacri, ma in realtà  nessuno si sente al sicuro. L'odio brucia sottopelle. La violenza è pronta a riaffiorare. Nei luoghi dei genocidi, migliaia di scheletri ancora giacciono senza sepoltura nell'esatta posizione del giorno del massacro. Un monito a non dimenticare. Il nuovo killer oggi si chiama aids; la vita media è di 35 anni; il 70 per cento dei rwandesi è analfabeta. Migliaia gli orfani.

C'è spazio per sperare?
Maria è l'Africa che sa risorgere. Tante sono le donne come lei, da sole col fardello dei propri figli e degli altri orfani di famiglia da sfamare, spiega Lucia Bressan, nostra referente per il progetto. È infermiera nel reparto di oncologia pediatrica di Padova, ma l'estate del 1994 anche lei era in Congo, al confine con il Rwanda, in un campo profughi dell'Unicef per gli orfani e i bambini di-spersi. Quella tragedia l'ha vissuta sulla sua pelle: manine che cercavano un contatto, gli occhi spenti dei bambini, le urla notturne, i disegni di morte. Fu in quell'occasione che Lucia incontrò la Caritas antoniana: i soldi dei lettori, insieme a quelli di altre Ong, l'aiutarono a mandare avanti il campo profughi quando i finanziamenti Unicef finirono. La salvezza per cinquanta piccoli. Da allora il filo con il Rwanda non si è mai interrotto e neppure quello con la Caritas antoniana. Ora posso solo lavorare a distanza - spiega Lucia -. È difficile per uno straniero ottenere un visto per il Paese. Eppure, la voce di Maria e di altre sei donne è giunta fino a lei tramite il parroco di Gisenyi, unsacerdotecanadese. Hanno deciso di fondare una piccola cooperativa agricola e di avviarel'allevamento di qualche animale, spiega Lucia. Maria e le sue compagne sono l'unica speranza per le loro famiglie. Gli uomini e i giovani non ci sono più. Molti sono morti in guerra e per le malattie, altri sono soldati. Per queste donne è già  un grande risultato ridurre lo stato di malnutrizione dei più piccoli e riuscire a mandarli a scuola. L'altro grande cruccio è salvare i figli maschi più grandicelli, che ora hanno l'età  per essere costretti alle armi. Una piccola attività  che procuri un po' di reddito, renderebbe più forti queste famiglie. È l'unico futuro che possono immaginasi.Un futuro a un costo piccolo piccolo. Mondo Giusto, l'associazione cui appartengo, - racconta Lucia - mi aveva già  dato 5 mila euro; me ne mancavano 3 mila per far partire il progetto e li ho chiesti alla Caritas antoniana. Il finanziamento arriva a novembre 2002: le donne affittano un terreno, comprano gli attrezzi di lavoro, le sementi, costruiscono un locale per lo stoccaggio dei prodotti e la cisterna per la raccolta dell'acqua piovana. Inizia l'attività  agricola: coltivazione di patate, verze, mais, piselli, carote, cipolle. Nell'aprile del 2004 comprano i primi animali: cinque capre, due maiali e cinque pecore. Ma la via del riscatto è più faticosa del previsto: Le siccità  ricorrenti hanno già  fatto perdere il raccolto due volte ed è difficilissimo fare commercio di quel po' di prodotto che eccede: le strade sono accidentate e piene di pericoli, le crisi politiche sono repentine. Lo scorso maggio la poca produzione destinata al commercio è marcita nella stanza di stoccaggio: i confini con i Paesi limitrofi sono stati chiusi per due mesi. Difficoltà  che avrebbero fiaccato chiunque. Non Maria e le sue compagne: I loro figli hanno ora da mangiare e vanno a scuola. Per loro è una grande conquista.
E poi quel mondo esterno e lontano, indifferente nei giorni del dolore, le ha raggiunte con i volti e le azioni degli uomini di buona volontà . Anche questa è speranza.

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017