Il dolore del pavimento

Molto spesso chi ha bisogno di aiuto si considera vittima. Ma la disabilità non è una condanna, bensì la segnalazione di una realtà con cui ci si misura tutti.
02 Marzo 2018 | di

C’è una frase che mi ha accompagnato per tutta la vita e che non ha ancora finito del tutto di farmi arrabbiare. Lo dico con una punta di stizza e una punta di dolcezza, dal momento che si tratta di uno dei tanti stimoli che mi dava mia madre fin da bambino. 

Facciamo un salto nel tempo e andiamo nel salotto di casa mia, nel bolognese. Poteva capitare che da piccolo, quando venivo messo a gattoni a giocare per terra, scivolassi all’ingiù con le braccia, perdendo le forze e picchiando rovinosamente la testa sul pavimento.

Che male! Ancora me lo ricordo, così come i bernoccoli. Beh, volete sapere che cosa mi gridava mia madre dall’altra parte della stanza? «Claudio, allora, hai finito di fare del male al pavimento? Povero pavimento! Chissà che dolore!».

Andava a finire che io, ancora stordito dalla botta, mi sentivo quasi in colpa per quel pavimento, tanto da dimenticarmi del mio di dolore. Spazio per successive lamentele, ovviamente, zero.

Ho ripensato subito con affetto a quei momenti quando mi sono trovato tra le mani le prime pagine di Fuori dai margini, l’ultimo libro di Andrea Canevaro, edito da Erickson.

Ancora una volta l’emerito professore di Pedagogia ha colpito. A partire dal sottotitolo che fa da cornice alle sue ultime riflessioni: Superare la condizione di vittimismo e cambiare in mondo consapevole.

A chi si rivolge questa volta il mio caro amico? Né agli educatori, né ai medici, né ai familiari, né agli psicologi, né agli operatori o agli insegnanti. Destinatarie sono le persone con disabilità.

«Molto spesso chi ha bisogno di aiuto e di cure educative si riconosce come una vittima della cattiva sorte, dell’errore di altri e, allo stesso tempo, scopre che si possono avere alcuni vantaggi (non meravigliosi, ma pur sempre tali) come ricevere degli aiuti, avere intorno persone che ti regalano il proprio tempo, le proprie attenzioni e quindi scoprire – vivendo giorno per giorno a volte senza nemmeno confessarlo a se stessi – che sia meglio conservare quel ruolo di vittima, nell’accettazione, paradossale, che lamenta una condizione rafforzando quel ruolo». 

Così scrive Canevaro, esortando, senza falsi buonismi, chi vive su di sé uno stato di difficoltà a non adagiarsi all’interno di quella condizione.

Essere consapevoli dei propri limiti non deve deresponsabilizzarci dall’espressione delle nostre abilità, di cui è compito anche del disabile fare partecipi gli altri. 

È inutile negare che è un processo lungo e per certi versi complesso, ma si tratta di un’affermazione identitaria importante, essenziale per lo sviluppo dell’autostima della persona e per la sua affermazione nelle relazioni con gli altri.

Tutti noi sosteniamo che la fatica fa parte della vita. Persino il pavimento lo sa, come mi faceva notare mia madre insegnandomi a non piangermi addosso ma a rispondere alle cadute con il sorriso, l’ironia e una certa praticità.

«La disabilità – conclude Canevaro – non è una condanna, ma la segnalazione di una realtà con cui ci si misura tutti». Su le maniche, allora, e, come recita il cartello sulla porta dell’ufficio di papa Francesco, «Vietato lamentarsi!».

E voi avete mai fatto male al pavimento? Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina Facebook.

Data di aggiornamento: 02 Marzo 2018
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