Il tempo irripetibile di Brian Eno
Nel cuore di Parma gli ingredienti per una sorpresa estiva incantevole e disarmante ci sono tutti: un giardino ottocentesco, alberi secolari e una musica avvolgente mai sentita prima, e che nessuno sentirà mai più allo stesso modo. Infatti, a mettere in fila queste note inedite sullo spartito digitale è nientemeno che un algoritmo. Ma il concept e quello di un maestro in carne e ossa che nella città ducale, oltre che la musica, ha portato anche le sue installazioni.
Il regista di questa doppia operazione è Brian Eno, l’eclettico musicista e artista britannico che restituisce a Parma due luoghi simbolo, rimasti a lungo dei gioielli architettonici senza voce: il complesso monumentale di San Paolo e l’Ospedale Vecchio, riaperti grazie all’impegno del Comune di Parma e alla curatela di Alessandro Albertini. Coinvolto anche il collettivo londinese Lumen.
L’installazione sonora, battezzata Seed, cioè seme, è nata dalla collaborazione tra Brian Eno e la scrittrice turca Ece Temelkuran in modo che la composizione non si ripeta mai, ma si ricombini all’infinito, con una scelta che è sia estetica sia filosofica.
I visitatori rimangono coinvolti in una colonna sonora fatta di suggestioni musicali fintantoché percorrono i viali dei Giardini di San Paolo. Le note scandiscono il tempo e i passi. Una cronologia che si ricompone in modi nuovi e diversi toccando i tasti dell’irreversibilità del tempo mentre suono e paesaggio ne cristallizzano lo scorrere e la memoria.
Un’esperienza emotiva e mentale che, in controtendenza proprio con le ossessioni di Brian Eno per l’inesorabile trascorrere del tempo, non è destinata a spegnersi definitivamente, ma verrà registrata su un disco di vinile per la collezione della Casa del Suono diventando così patrimonio culturale della città.
Se i Giardini di San Paolo sono lo spazio dell’intimità raccolta e della memoria, l’Ospedale Vecchio rappresenta una sfida architettonica dove prende forma My Light Years, un compendio monumentale del rapporto tra Brian Eno e la luce che comprende le installazioni e le opere audiovisive dell’artista britannico che spaziano dagli anni Ottanta del secolo scorso agli ultimi anni.
A destabilizzare le solide certezze dei visitatori ci pensano Mistaken Memories of Medioeval Manhattan, un’opera audiovisiva girata dal quattordicesimo piano dell’appartamento di Eno a New York, o Thursday Afternoon, cioè sette quadri in movimento realizzati con la fotografa Christine Alicino. E per la prima volta in Europa: New York Portraits ovvero una galleria di volti newyorkesi ripresi da distanza ravvicinata, mentre in un’altra ala dell’Ospedale Vecchio ci sono le sculture minimaliste Speaker Vases, e soprattutto 77 Million Paintings: un’installazione multischermo che Brian Eno considera il manifesto della sua idea di arte generativa, con immagini che si trasformano da sole senza alcun canovaccio o copione; un paesaggio sonoro e visivo in continua evoluzione, nato dalla sua costante esplorazione della luce.
Tra le opere di Eno in mostra, la vera novità è Face to Face: diciotto volti reali fotografati singolarmente, e poi fusi l’uno nell’altro con un software che li fa mutare, generando migliaia di identità che non sono mai esistite. Un esperimento visivo congegnato sul crinale di ciò che è umano o che potrebbe esserlo.
Per Eno questi luoghi pubblici restituiti alla città di Parma sono anche i luoghi dell’incontro, della relazione, del dialogo, luoghi nei quali nascono amicizie e si scambiano confidenze, contro i mille rumori che interferiscono con la nostra vita.