L'intervista. Marek Halter

Nel tempo della guerra diffusa, della crisi delle ideologie, del terrorismo internazionale c’è ancora un posto per i costruttori di pace? Risponde un intellettuale e uomo di dialogo di fama internazionale.
03 Gennaio 2015 | di

In Italia il suo nome dice poco, ma basta varcare le Alpi perché subito lo si riconosca come uno degli intellettuali più fini di Francia, come un uomo di pace che ha il suo piccolo grande posto nella storia del Medio Oriente e nella lotta contro ogni razzismo. Si chiama Marek Halter ed è un ebreo polacco, nato a Varsavia nel 1936.
Alle radici della sua vita la fuga dal ghetto, l’esilio in territorio sovietico, la morte della sorellina in un campo profughi, l’ombra scura della Shoah, l’approdo in Francia negli anni ’50. Scrittore, artista, regista cinematografico, Halter ha imparato sulla sua pelle a non temere i confini, di nazionalità, di arte, di politica, di ideologia, di religione. Ha conosciuto molti potenti della terra da Yasser Arafat a Yitzhak Rabin, da Gamal Abdel Nasser a Moshe Dayan, da Gorbaciov a Putin, da Giovanni Paolo II a Jorge Mario Bergoglio, quando era ancora arcivescovo di Buenos Aires.
Ha scritto romanzi sulle più importanti figure femminili dei monoteismi: Sarah, Tsippora, Lilah, Maria. L’ultimo, Khadija, uscito nell’aprile scorso, ha per protagonista la forte e determinata moglie di Maometto. Un libro che ha provocato non pochi malumori in una parte del mondo islamico, alcuni sfociati in aperte minacce.
L’abbiamo incontriamo in occasione di Torino Spiritualità. Sono le 7 del mattino e ha davanti una tazza di caffè fumante. Il volto incorniciato da lunghi capelli scuri striati di bianco e da una barba da patriarca. Ha fretta, ma non lo dà a vedere: dopo l’incontro partirà per Parigi per inaugurare il nuovo anno ebraico con altre 400 persone, mentre il giorno dopo sarà a una delle più grandi manifestazioni contro le atrocità dell’Isis, della quale è tra gli organizzatori. Ed è proprio da qui che iniziamo il nostro colloquio, perché ci interessa capire come si fa a essere uomini e donne di pace in un tempo di guerre e di terrorismo internazionale.
Msa. Come diventare operatori di pace in un momento come quello attuale, in cui siamo attanagliati dalla paura e dall’incertezza?Halter. Opporsi all’ingiustizia e alla violenza parte sempre da una conoscenza fondamentale: la conoscenza del bene. Non è una mia idea, ma è del filosofo cattolico Pascal. Ognuno di noi può costruirsi questa conoscenza, e invece noi continuiamo a concentrarci solo sul male. Dopo la conoscenza del bene ci vuole un impegno in prima persona e la disponibilità a rischiare. Un giovane attivista statunitense, Jerry Rubin, negli anni Settanta scrisse un libro, Do it!, che divenne una bibbia per gli studenti dell’epoca. Diceva semplicemente qualcosa del genere: se hai un obiettivo, non aspettarti che ti cada dall’alto o che qualcuno lo raggiunga al tuo posto; se lo reputi giusto, semplicemente fallo. Non aspettarti neppure che sia facile o sicuro: se tu non sei disposto a rischiare per le cose in cui credi, come puoi chiedere agli altri di farlo?
Le religioni oggi sembrano più un ostacolo che una risorsa per la pace. È così?
Prima il dialogo era più semplice. Sia Arafat che Rabin, pur professando una fede, erano due laici e in quanto tali potevano far forza ognuno sulla propria coscienza. Oggi, senza più le grandi ideologie, l’identità religiosa si è rafforzata. Quando Mahmoud Abbas e Benjamin Netanyahu si sono incontrati, come uomini non esistevano già più, erano gli esponenti di due visioni: l’una diceva che Dio aveva dato quella terra al popolo ebraico, l’altra che a Gerusalemme Maometto era asceso al cielo. Di fronte a tali argomenti, che dialogo ci può essere?
Lei vede negli attuali leader mondiali figure carismatiche capaci di scelte «profetiche»?
Ci sono momenti della Storia in cui non si profilano grandi leader all’orizzonte. Oggi ci sono spazi vuoti, come se stessimo aspettando una nuova generazione. Per esempio, Shimon Peres, uomo di grandi visioni, è stato sostituito da un uomo senza carisma. Neppure Obama sembra all’altezza della situazione. E una come Merkel, che pure ha un certo spessore, non è libera, sente il peso della Shoah. Siamo schiavi della nostra memoria.
Vuole dire che il vero uomo di pace e di visione dev’essere libero, libero perfino dai fantasmi della sua memoria? Ma come s’impara dal passato, senza farsene sopraffare?
Io posso parlare per la mia esperienza. Ho dei vantaggi: non sono un capo di Stato, non sono un politico, non parlo a nome di una nazione né di una storia. Sono cittadino francese, ma non vivo il peso della colonizzazione che impedisce oggi ai francesi di rivolgersi con libertà ai 6 milioni di musulmani che vivono al loro fianco. Non sono tedesco e quindi non vivo con il fardello dell’Olocausto. Ho tuttavia una memoria, ma ho anche un’intelligenza e allora cerco nel mio cervello e nella mia storia qualcosa che impedisca di ricalcare gli stessi errori di chi mi ha preceduto. Ma oltre alla libertà ci vuole franchezza e consapevolezza che se si vuole qualcosa si deve rischiare in prima persona.
Lei ha avuto un grande peso per l’avvio delle trattative di pace tra Israele e Palestina, in un momento storico in cui ciò sembrava impossibile. Ci racconta come ha fatto?
Nel 1969 amici algerini mi avevano messo in contatto con Yasser Arafat, che all’epoca era una sorta di Bin Laden della situazione. Se volevo favorire una pace negoziata, questa era l’occasione. Prima di andare da lui, però, mi sembrò giusto avvisare il primo ministro israeliano, Golda Meir. Mi accolse gelida, dicendomi che andavo a parlare con il nemico numero uno di Israele. Cercai di spiegarle le mie ragioni, ma fu inutile. Tuttavia, il mattino dopo squillò il telefono: dall’altra parte del filo intuii che c’era lei a dirmi un secco «vai». Arafat mi accolse altrettanto gelido. Non capiva perché uno con la mia storia andasse a cercarlo. Non gli nascosi neppure la mia amicizia con Golda Meir. Probabilmente mi credeva una spia. Intorno c’erano i suoi familiari e i suoi amici, alcuni pronti a sparare. Mi resi conto che la mia vita dipendeva da ciò che avrei detto, e per giunta dovevo parlare tramite un traduttore! Il colloquio sembrava del tutto inutile, Arafat non solo non voleva la pace, ma era sicuro di sconfiggere Israele con l’appoggio del mondo arabo. Alla fine ci alzammo e gli dissi «A presto». Mi rispose, alludendo alla sconfitta di Israele: «L’anno prossimo a Tel Aviv». E allora gli gridai: «Se così sarà, signor presidente, il giorno prima io la ucciderò». Alcuni dei suoi misero il dito sul grilletto. Lui invece capì. Fu l’inizio del nostro rapporto e della possibilità di un negoziato.
Ammetterà però che voi intellettuali potete avere uno spazio che gli altri non hanno.
Il problema (dice sorridendo)degli intellettuali oggi è… che non sono intellettuali. Sono grandi pittori, scrittori, artisti ma non sono liberi, perché assoggettati alle lusinghe dei media che permettono loro di «esserci» e di vendere i loro prodotti. Per agire sulla realtà devi avere un obiettivo ed essere libero. Tuttavia, è vero, la notorietà ti aiuta, predispone gli altri ad ascoltarti, però bisogna cogliere le occasioni.
Un’occasione colta?
Tempo fa ero stato invitato dalla televisione francese per parlare della mia trilogia delle donne della Bibbia. Per strada venni a sapere che un gruppo razzista aveva ucciso un giovane ebreo. Un atto scellerato, a quasi 70 anni dalla Shoah. Non era più accettabile. Dopo la prima domanda del giornalista, presi la parola e spiegai al pubblico che ero furioso e raccontai il fatto. Invitai tutti a esprimere la rabbia insieme con me, urlando al mio via. Successe una cosa incredibile: milioni di francesi iniziarono a urlare. Qualcuno fermò addirittura la macchina in mezzo alla strada pur di farlo. Charles Aznavour (famoso cantante di origine armena) mi mandò l’e-mail della sua foto mentre urlava. Credo sia stata un’occasione colta.
Quanto c’entra il suo interesse per le figure femminili con il suo impegno per la pace?
Marx diceva che se vuoi cambiare la società devi iniziare dalla parte che è esclusa dalle leve del potere. Oggi la metà della società globale, cioè le donne, è in questa condizione. In Francia hanno ottenuto il voto solo al tempo del generale De Gaulle, mentre oggi il giovane Nobel per la pace, Malala, ha ricevuto una pallottola in testa perché rivendicava il diritto all’istruzione per le giovani musulmane. Abbiamo, dunque, un problema. E allora, mi sono detto, se noi otteniamo per le donne e in particolare per le musulmane gli stessi diritti, non solo cambierà il mondo, ma cambierà l’islam. Poi c’è un secondo motivo. Io credo fermamente che tutti noi siamo uguali, ma allo stesso tempo non siamo tutti la stessa cosa. Ogni gruppo umano ha le proprie tradizioni, memoria, religione. È perfettamente inutile che io cerchi di sostenere le donne musulmane portando ad esempio Rosa Luxemburg o Simone de Beauvoir. Però, se parlo loro di Khadija, la moglie di Maometto, del fatto che è stata la prima fedele musulmana e che forse senza di lei non ci sarebbe neppure il Corano, beh allora sono nella loro storia. I fondamentalisti si arrabbiano: come osa un ebreo parlare delle donne sacre dell’Islam? Ma buona parte del mondo arabo si sente riconosciuta e apprezzata. E lo spazio che si crea può riempirsi di dialogo.
 Scrive Marek Halter in uno degli ultimi libri non a caso intitolato Faites-le! (Fatelo!), che Amir, il fanatico israeliano che ha ucciso Yitzhak Rabin a un passo dalla pace con i palestinesi, non ha ucciso l’uomo, ma la parola. Però la parola si può riaccendere, e ciascuno di noi può tornare a pronunciarla.
 

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017
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