Missionari a Bollate

Una famiglia in missione nell’hinterland milanese. Un progetto pilota che salva una comunità dal degrado e diventa l’esempio di un nuovo modo di essere Chiesa.
13 Dicembre 2019 | di

Un progetto missionario in Italia, a Bollate, nella periferia di Milano, capitale economica del Belpaese? A prima vista suona male. Innanzitutto perché Bollate non è l’Africa, poi perché i missionari sono in genere visti come occidentali di buon cuore, impegnati a sollevare le sorti dei poveri all’altro capo del Pianeta. In questo progetto di comunità, a cui hanno dato un contributo i lettori del «Messaggero», non solo i missionari ci sono e operano a Bollate, ma sono pure italiani che vengono… dall’altro capo del mondo. Ma partiamo dall’inizio.

È il 2015. La parrocchia di San Martino, nel grande quartiere di San Giuseppe, è senza un prete; o meglio, il prete c’è, ma è condiviso con altre parrocchie. Ventitremila i parrocchiani, un quartiere di ottomila persone con molti anziani e famiglie straniere. Ci sarebbe un gran lavoro sociale e pastorale da fare, ma la canonica è vuota, l’oratorio langue, le Messe si diradano nei giorni feriali. C’è anche un bocciodromo, un tempo spazio di comunità, e ora capannone in abbandono, usato per traffici illeciti. Troneggia al centro di uno spiazzo delimitato dal campetto di calcio e di basket. Le persone dei palazzi intorno, barricate negli appartamenti e spesso nelle proprie solitudini, sono in allarme. Si lamentano col prete, chiedono telecamere e controlli.

Quando Eugenio ed Elisabetta Di Giovine vanno a vivere nella vecchia canonica con i loro cinque figli, la gente li prende per marziani. Li osservano a distanza. E loro imperterriti puliscono, mettono in ordine, riparano. A un certo punto un signore apre la finestra e, mani a megafono, urla: «Avete bisogno di un aiuto?». Non passa molto tempo che arriva anche l’idraulico in pensione e l’ex catechista. Eugenio ed Elisabetta sono una delle «Famiglie a Kilometro 0» della diocesi di Milano, un progetto lungimirante voluto d’allora arcivescovo, Dionigi Tettamanzi, per rispondere alle necessità delle parrocchie senza preti residenti. L’altra novità è che tutto ciò che Elisabetta ed Eugenio sanno sulla missione non l’hanno imparato a Milano. «Per tre anni e mezzo – racconta Eugenio – abbiamo guidato una comunità di 18 mila persone a Guanare, in Venezuela, prima condotta dai frati minori conventuali. Sono stati loro, prima di lasciare, a chiedere all’Ordine francescano secolare (di cui i Di Giovine fanno parte) una famiglia per il lavoro socio-pastorale. Tettamanzi è rimasto colpito dalla nostra storia, e già covava l’idea di mettere a frutto l’esperienza delle famiglie missionarie».

Non è stato facile far accettare un lui, una lei e un pugno di «marmocchi» nella casa del parroco. «Ma abbiamo subito messo in chiaro che tutte le utenze erano a nostro carico e che l’unica fonte di guadagno era il nostro lavoro». Nel primo anno di «fai da te» i Di Giovine recuperano un tessuto sociale che si rimette in gioco. Pian piano ritornano le attività comunitarie, l’oratorio per i bambini e quello per gli anziani, il doposcuola, le iniziative culturali e quelle pastorali, le feste e le attività sportive. Ma manca un luogo d’incontro capace di accogliere la comunità in rinascita. «C’era il vecchio bocciodromo pericolante, non più riparabile con il lavoro volontario. E allora abbiamo fatto un progetto per il suo recupero e chiesto fondi».

Progetto che arriva in Caritas Antoniana a dicembre del 2018, quando il 90 per cento dei soldi è già stato raccolto, tra donazioni, lotterie e vendita di torte. Mancano solo 10 mila euro. Da gennaio a luglio nasce il Centro pastorale San Giuseppe sul telaio del vecchio bocciodromo: nuovo pavimento, nuova tensostruttura, nuovi impianti. E nuova vita, come testimoniano i parrocchiani: «Grazie a una presenza educativa costante da parte della famiglia missionaria e dei volontari – afferma una mamma – il centro è diventato un luogo sicuro all’interno del quale noi famiglie possiamo lasciare i figli. Solo qualche anno fa sarebbe stato impensabile». Un ritorno alla vita anche per tanti anziani: «Quando sono rimasto vedovo – racconta Giuseppe – mi sono chiuso nel mio dolore, oggi, grazie al Centro, ho ritrovato la gioia di stare in mezzo alla gente e di guardare al futuro con fiducia». Sotto il tendone, un nuovo modo di essere Chiesa: «La nostra esperienza – conclude Eugenio – dimostra che la pastorale di oggi ha bisogno di più figure, che sono essenziali allo stesso modo. Noi come famiglia abbiamo il vantaggio di riassumere più stati, uomo, donna, mamma, papà in una dimensione più informale e vicina. La gente ci incontra al supermercato e dal pediatra. Siamo Chiesa ma siamo pure comunità, aperta e accogliente anche per chi è lontano».

 

Leggi anche gli altri articoli sulle realizzazioni di Caritas Antoniana nel Messaggero di sant'Antonio di carta e nella corrispondente versione digitale.

Data di aggiornamento: 13 Dicembre 2019
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