Un contemplativo sulle strade del mondo

Dedica la sua vita agli ultimi, ma è un raffinato intellettuale. Apre le porte di casa ai derelitti, ma è capace di dialogare coi potenti, scorgendo in loro una povertà che altri non vedono. A colloquio con don Giovanni Nicolini, uomo di comunione.
23 Marzo 2017 | di

Ha il viso buono don Giovanni Nicolini, uno sguardo disarmato e, soprattutto, disarmante. Una vita, la sua, spesa per gli ultimi, i poveri, gli emarginati, ma accogliente anche nei confronti di chi fragile non è, perché, di questo ne è convinto, nella casa di Dio ci deve essere spazio per tutti. Don Giovanni è un uomo di fede, ma capace di mettere insieme gli opposti, di sanare le contraddizioni in nome di un Amore più grande. Nato da una ricca famiglia di tradizione notarile, ha voluto vivere povero. È monaco, ma vive il suo essere contemplativo camminando sulle strade del mondo, immerso in una normale quotidianità. Predica (e vive) l’accoglienza dei derelitti (che gli capita spesso di ospitare in casa), ma è stato amico di persone influenti nelle quali ha amato quella povertà esistenziale che nessun altro vedeva. Don Giovanni, insomma, è un uomo di comunione, detta, predicata, ma soprattutto vissuta. Siamo andati a incontrarlo nella sua parrocchia di Sant’Antonio da Padova, alla Dozza, nella prima periferia bolognese.Msa. Don Giovanni, com’è che  ha deciso di farsi prete?Nicolini. Da giovane ero uno scout e mi capitava di commentare ogni tanto dei brani del Vangelo. Un giorno avvertii nettamente che la Parola del Signore era in realtà il respiro stesso della mia vita. Non pensai subito di farmi prete, però volevo che il Vangelo diventasse la luce della mia esistenza. Quindi scelsi di dedicargli il mio tempo come può farlo un ragazzo, continuando a vivere normalmente, a studiare. Mi laureai in filosofia a Milano, ma questa passione per la Parola, tuttavia, con il tempo aumentava e così…Parola al centro, dunque. Sì. Io penso che la Parola sia il centro di tutto. Ascoltandola, essa diventa la mia preghiera da una parte e la mia relazione con ogni altra persona dall’altra. Anche in parrocchia non faccio altro: la Parola e la liturgia sono il cuore di tutto il mio operare. Pure il rapporto con i poveri nasce dalla Parola, nel senso che nella vita ho visto come in modo progressivo e sempre più prepotente io stesso dovevo trovare il mistero della povertà per ricevere questa Parola in modo profondo. Perché la Parola di Dio è un Suo piegarsi sulla nostra povertà, che può essere una povertà fisica o morale o spirituale o psicologica o sentimentale. In ogni modo, è sempre la buona notizia ai poveri il segno che il figlio di Dio è veramente in mezzo a noi ora. E quindi, certo, i poveri sono arrivati e sono arrivati quando ancora facevo il parroco in una piccolissima campagna nella pianura di Crevalcore, a Sammartini.E lei ha aperto loro le porte? Sì, certo. Ma ho anche guardato in questo stesso modo tutta l’altra gente. Ancora oggi nella mia assemblea domenicale ci sono poveri ma anche persone vestite bene, gente che ha fatto carriera. Però quando l’assemblea è riunita io la sento come un’assemblea di poveri ai quali cerco di dare la buona notizia, la Parola della salvezza. Anche i peccatori li guardo allo stesso modo, perché il peccatore è un povero. E anch’io ho scoperto la mia povertà più profonda proprio guardando al mio essere peccatore.Dopo numerose esperienze in diocesi (è stato per anni responsabile Caritas e anche vicario episcopale per la carità), nel 1999 l’arrivo qui, alla Dozza, e chi dice Dozza a Bologna dice carcere… Sì. Fu il cardinal Biffi a darmi questa parrocchia perché, dovendo venire spesso a Bologna visto che mi aveva voluto al suo fianco per varie cose, era preoccupato dei miei frequenti viaggi di sera, nella nebbia. Poi qualche anno fa il cardinal Caffarra mi ha chiesto di fare il parroco anche dell’ospedale universitario e quindi tra il carcere e l’ospedale la mia vita è molto presa. Per fortuna ho chi mi aiuta: tre diaconi, degli accoliti, parecchia gente.In carcere lei ha saputo non solo entrare in dialogo con tutti, ma ha anche avviato una cooperativa e fondato un coro, il coro Papageno. È un’esperienza nata dall’amicizia con il maestro Claudio Abbado. Io sono una persona curiosa, appassionata di molte cose, tra cui anche di musica. Abbado mi telefonò una mattina – ormai abitava a Bologna – per dirmi, visto che all’epoca io ero direttore della Caritas diocesana, che voleva bene ai poveri. Da qui, da questa affermazione, è nata una conversazione che è stata molto incentrata sui poveri ma ancor di più sulla musica. Perché io ho portato avanti con lui una tesi – che a dire il vero Abbado condivideva, ma con una certa cautela– secondo la quale la povertà era anche il suo segreto, perché di fronte alla musica lui si poneva sempre come un povero. A riprova di ciò, il fatto che ogni sua interpretazione di uno stesso brano musicale era differente: si faceva quindi povero dinanzi a esso, per riuscire a coglierne l’essenza più profonda. Il suo rapporto con la musica si sviluppava allo stesso modo in cui si sviluppa il mio con il Vangelo. Perché anche la Parola del Vangelo è così: è antica, dice di se stessa, ma è sempre nuova. Comunque, da questa telefonata è nata l’idea del coro. È un’esperienza molto importante, che porta ogni settimana a far entrare in carcere circa 20 visitatori che vanno lì per cantare e lì trovano l’altro pezzo del coro. E poi, quando si esibiscono all’esterno e sono tutti vestiti bene, non si capisce più chi è il carcerato e chi è il visitatore. È questa la genialità dell’esperienza: la scoperta che la musica e il canto creano una relazione che diventa la relazione fondante, e quindi decisiva, capace di raccogliere lontananze, provenienze, situazioni, storie le più diverse, che però si fanno coro.Alla fine degli anni Settanta aveva fondato le Famiglie della Visitazione. Sì, è una comunità monastica. Le Famiglie della Visitazione nascono sotto l’ispirazione di colui che è stato mio padre nello spirito: Giuseppe Dossetti. Egli mi ha insegnato il rapporto tra la Parola e la storia, tra la Parola e i poveri, tra la Parola e la politica, tra la Parola e la Costituzione italiana. Su questa base è nata la comunità, che ha nel tempo adottato la regola di vita scritta dallo stesso Dossetti per la sua comunità. All’epoca, quando la realtà è nata, eravamo un gruppo di giovani e quasi nessuno si considerava particolarmente credente, ma tutti eravamo innamorati della Parola di Dio. Ricordo uno che un giorno è venuto a dirmi che gli piacevano molto le donne ma che forse i Salmi gli piacevano di più… Insomma da lì è nata questa realtà composta da monaci, monache e famiglie. Noi sosteniamo di non essere una comunità che legge e prega la Parola di Dio, ma di essere una comunità che la Parola di Dio chiama, lega, fa pregare.Lei sostiene che nella Chiesa ci vuole più laicità. Non crede che oggi ci sia troppo clericalismo nei laici? Sì, ma c’è tanta laicità nel Papa. Che cosa ci insegna infatti papa Francesco se non che il Vangelo va detto a tutti, perché Dio è padre di tutti? Noi siamo solo un piccolo gruppo che ha l’incarico di portarlo agli altri e, per farlo, dobbiamo entrare nel linguaggio della gente. Sa qual è stata una delle cose che mi ha affascinato di Dossetti? La sua genialità come costituente. Quando questo gruppetto di cristiani laici (stiamo parlando di persone del calibro di La Pira, Lazzati, Moro…) ha scritto i principi della nostra Costituzione non ha mai utilizzato nemmeno un termine sacrale. Nella nostra Costituzione non è mai nominato Dio, né il Vangelo, né la Chiesa, eppure ci sono le perle della realtà cristiana, della Scrittura, dei vangeli. Però ci sono in termini laici, in modo che anche il laico, che allora era rappresentato sostanzialmente dalla realtà marxista, si è sentito interpretato bene e quindi ha accolto una parola sentendola come l’anima profonda di questo popolo e non qualificata e inevitabilmente limitata dalla comunità ecclesiale. Dossetti, così come don Milani, mi ha insegnato che bisogna vivere totalmente nel mondo senza essere mondani, per come ci si riesce. Erano, loro, persone diversissime, ma entrambi convinti che la politica fosse un dovere fondamentale per un cristiano. Non evidentemente la politica della competizione, ma quella dell’interesse per la vita collettiva e personale della gente.Che cos’ha conservato nel suo cuore di Dossetti e Milani? La certezza che Dio ha parlato e quindi la certezza che una verità più grande di noi c’è. E che la verità non può essere dogmatica, perché la condizione per stare nella verità è accettare che tutti i giorni bisogna camminare. Noi abbiamo un rapporto molto profondo con la Parola di Dio, però siamo dei monaci che alle 7 della mattina devono aver finito di pregare, perché cominciano a vivere una giornata che è del tutto ordinaria. Non si può dire che le siano mancati i maestri nella vita… Io sono sempre stata una persona molto mediocre ma molto fortunata, perché ho avuto degli incontri straordinari nella mia vita.

 

L'intervista integrale si può leggere sul Messaggero di sant'Antonio n.2/2017 come pure nella versione digitale della rivista.

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017
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