Una porta per il futuro

Prosegue il progetto «Porte della Speranza», avviato lo scorso dicembre per volontà del Dicastero vaticano per la cultura e l'educazione e ispirato a quella storica Porta santa aperta nel 2024 da papa Francesco a Rebibbia.
25 Aprile 2026 | di

L’ultima in ordine di tempo è stata quella di Brescia. O meglio, quelle (visto che in questo caso erano due: una all’esterno e una all’interno del carcere) di Brescia, inaugurate lo scorso 27 marzo. Stiamo parlando delle «Porte della Speranza», il progetto internazionale di arte, educazione e reinserimento sociale promosso dalla Fondazione pontificia Gravissimum Educationis del Dicastero per la cultura e l’educazione – in collaborazione con il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, e curato da Davide Rampello –, nato nel contesto del Giubileo della Speranza del 2025 e che dovrebbe essere completato entro il 2026.

L’iniziativa prevede la realizzazione di dieci «porte artistiche» posizionate di fronte a otto carceri italiane (a Milano, Brescia, Venezia, Roma, Lecce, Palermo, Reggio Calabria, Napoli Secondigliano) e a due portoghesi (a Leiria e Tires).

Ciascuna delle opere nasce dal dialogo tra una personalità del mondo della cultura (come il designer Michele De Lucchi per la prima porta, installata a Milano, all’esterno del carcere di San Vittore, lo scorso dicembre, o l’architetto Stefano Boeri per il carcere di Canton Mombello, a Brescia) e la stessa comunità carceraria, attraverso la creazione di una sorta di «bottega» d’arte che coinvolge gli stessi detenuti in laboratori formativi nel corso dei quali emerge la possibilità di trasformare il loro dolore in opera creativa. Gli altri artisti che, con le comunità carcerarie al completo - detenuti associazioni di volontariato che operano in carcere, cappellani e personale -, firmeranno le porte sono: il designer Fabio Novembre, il pittore, scultore e scenografo Gianni Dessì, il regista Mario Martone, lo chef Massimo Bottura, l'artista Mimmo Paladino, l’astrofisica Ersilia Vaudo Scarpetta.

La porta non è stata scelta a caso, essendo essa un oggetto dal forte valore simbolico. Le porte promuovono infatti una vera e propria «pedagogia della speranza», essendo spazi di apertura, soglie che consentono un doppio passaggio, da un lato delle persone ristrette verso la società, attraverso specifici percorsi rieducativi; dall’altro della società verso il carcere, con iniziative che favoriscano il reinserimento dei detenuti. Una porta dinanzi a un carcere sta a indicare, dunque, che nessuna vita è senza futuro, a nessuno è precluso un cammino e che l’ambiente carcerario va «visto» e considerato quale esso è, vale a dire parte attiva della società.

A ispirare l’intero progetto la storica apertura della Porta santa nel carcere di Rebibbia, effettuata da papa Francesco il 26 dicembre 2024, ma esso è in continuità anche con il Magistero di papa Leone XIV che lo scorso 14 dicembre, in occasione del Giubileo dei detenuti, sottolineò che «il carcere è un ambiente difficile e anche i migliori propositi possono incontrare tanti ostacoli. Proprio per questo, però, non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro, ma andare avanti con tenacia, coraggio e spirito di collaborazione. Sono molti, infatti, a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione».

Presentando l’iniziativa in Vaticano, nel dicembre scorso, il cardinale José Tolentino de Mendonça, Presidente della Fondazione Pontificia Gravissimum Educationis e Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, della Santa Sede, ha ricordato come «aprire una porta – anche quando non esiste un muro – significa riconoscere che nessuna vita è priva di futuro» e che i promotori del progetto «Porte di Speranza», vogliono così ribadire «che la speranza non è un ornamento, ma una responsabilità condivisa: una possibilità che si rinnova proprio nei luoghi dove sembra più fragile».

Infine, don Davide Milani, Segretario Generale della Fondazione Gravissimum Educationis, ha auspicato «un autentico incontro tra le città che ospiteranno le Porte e le comunità carcerarie; tra i pregiudizi gettati addosso ai detenuti e la realtà delle donne e uomini che vivono la pena. Le Porte della Speranza vogliono essere una possibilità per l’opinione pubblica per “entrare” nella realtà del carcere comprendendone la necessaria funzione riabilitativa e umana, così che sia sempre più centrale nelle preoccupazioni della politica e della società civile».

 

 

 

 

Data di aggiornamento: 25 Aprile 2026

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