Accordo UE-Turchia, dieci anni dopo

Il 18 marzo 2016 veniva firmato uno tra i più controversi accordi in tema di migrazioni. Un patto che ha contribuito a ridurre gli attraversamenti lungo alcune rotte, ma ha alimentato nuove reti della tratta...
04 Settembre 2026 | di

Dieci anni dopo l’accordo tra Unione europea (UE) e Turchia, il dibattito continua a concentrarsi soprattutto sul contenimento dei flussi migratori. Eppure, per comprendere davvero gli effetti di quell’atto, occorre spostare lo sguardo dalle frontiere europee alla vita quotidiana di milioni di migranti che dall’Anatolia fino alla Tracia vivono in un Paese, a sua volta, fondato più di cent’anni fa da un gruppo in buona parte formato da profughi del Caucaso e dei Balcani.

Oggi i numeri dimostrano come la Turchia non sia soltanto un Paese di transito verso l’Europa. Al contrario, da oltre un decennio è uno dei principali Paesi di accoglienza al mondo, con milioni di migranti sotto protezione temporanea e centinaia di migliaia di richiedenti asilo provenienti da diversi contesti di crisi. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), in Turchia vivono oltre 3 milioni di siriani sotto protezione temporanea e circa 222mila rifugiati e richiedenti asilo di altre nazionalità. 

Un elemento fondamentale è la limitazione geografica che la Turchia mantiene alla Convenzione di Ginevra del 1951. Ankara riconosce pienamente lo status di rifugiato solo ai cittadini provenienti dall’Europa. Pertanto, come nel caso dei siriani, questi rientrano nel regime di protezione temporanea, che garantisce l’accesso ai servizi essenziali, quali sanità, istruzione e assistenza, ma non assicura uno status giuridico stabile. Una definizione giuridica che, come detto, garantisce accesso ai servizi essenziali, ma che lascia aperta una questione centrale: che cosa accade quando ciò che è nato come temporaneo si prolunga per anni?

Dalle frontiere alla permanenza

Dopo lo scoppio della guerra in Siria, il sistema di accoglienza, inizialmente centrato sui campi profughi, si è progressivamente trasformato. Secondo fonti turche e di organismi internazionali, oltre il 95% dei rifugiati siriani vive ora in aree urbane, facendo della migrazione non più soltanto un’emergenza umanitaria, ma una questione di welfare, cioè di scuola, lavoro, casa e convivenza sociale. In questo processo l’Unione europea ha svolto un ruolo importante attraverso la Facility for Refugees in Turkey (il principale meccanismo finanziario istituito dall’Unione europea per sostenere i rifugiati siriani e le comunità ospitanti in Turchia, ndr) che ha mobilitato 6 miliardi di euro a sostegno di istruzione, sanità, protezione e percorsi d’inclusione socioeconomica. Il risultato è un sistema d’accoglienza che oggi appare come un modello di gestione della permanenza più che dell’emergenza. Formalmente temporaneo, ma nella pratica sempre più strutturale. 

Non a caso, è proprio la scuola a rappresentare uno dei principali banchi di prova di questa trasformazione. Nei primi anni dell’esodo siriano verso la Turchia, sono stati creati i Centri educativi temporanei (Geçici E?itim Merkezleri), destinati agli studenti siriani e caratterizzati da programmi separati, principalmente in lingua araba. Tuttavia, per rispondere al rischio di una segregazione scolastica, tali centri, tra il 2016 e il 2019, sono stati progressivamente chiusi e gli alunni inseriti nel sistema scolastico pubblico turco. Il passaggio ha indubbiamente favorito una maggiore inclusione, ma ha fatto emergere nuove criticità, quali per esempio difficoltà linguistiche, sovraffollamento, carenza di risorse e persistenti divari educativi, soprattutto nei livelli scolastici successivi alla primaria.

Accanto alla scuola dei minori, anche l’educazione degli adulti è diventata una componente essenziale dell’integrazione. Attraverso i Centri d’educazione popolare (Halk Eğitimi Merkezleri), il ministero dell’Istruzione offre corsi gratuiti di lingua turca e formazione professionale anche a rifugiati e migranti. Eppure, precarietà economica, difficoltà di accesso al mercato del lavoro e mancato riconoscimento delle competenze pregresse continuano a limitarne l’efficacia, mostrando come l’inclusione non dipenda solo dall’accesso ai servizi, ma anche dalla possibilità di costruire un progetto di vita stabile.

Turchia, Paese chiave

A dieci anni dall’accordo (siglato esattamente il 18 marzo 2016) tra UE e Turchia, emerge quindi una riflessione che va oltre la gestione dei flussi migratori. L’intesa ha contribuito a ridurre gli arrivi irregolari verso l’Europa, ma ha anche consolidato il ruolo della Turchia come Paese di permanenza di milioni di rifugiati. La vera domanda, pertanto, non riguarda soltanto il controllo delle frontiere, ma la capacità di costruire comunità nelle quali chi fugge dalla guerra possa trovare opportunità, libertà, relazioni e prospettive di vita. L’accordo viene spesso ricordato per il drastico calo degli attraversamenti irregolari del Mar Egeo. In cambio dell’impegno di Ankara a trattenere i migranti diretti verso la Grecia e a riaccogliere quelli rimpatriati dalle isole greche, Bruxelles ha messo a disposizione 6 miliardi di euro destinati ai rifugiati presenti in Turchia. A dieci anni di distanza, però, il suo lascito va ben oltre i numeri degli sbarchi.

L’intesa ha trasformato la Turchia nel principale Paese incaricato di contenere i movimenti migratori verso l’Europa, inaugurando una stagione in cui il controllo delle frontiere è stato progressivamente delegato a Stati terzi. Questo nuovo equilibrio ha modificato anche i rapporti politici tra Bruxelles e Ankara. Già nel novembre 2016, dopo il voto del Parlamento europeo sul congelamento dei negoziati di adesione, il presidente Recep Tayyip Erdoğan minacciò di «aprire le porte» ai rifugiati diretti verso l’Europa. La stessa pressione riemerse nel febbraio 2020, quando migliaia di persone furono spinte verso il confine greco di Pazarkule, trasformando i migranti in uno strumento di confronto diplomatico.

Parallelamente, il tema dell’immigrazione è diventato uno degli assi portanti della competizione politica. In Turchia, la presenza di milioni di rifugiati è entrata stabilmente nel dibattito pubblico, fino a diventare uno dei temi centrali delle elezioni del 2023. In Europa, forze come quelle guidate da Viktor Orbán in Ungheria e da Giorgia Meloni in Italia, così come i successi elettorali di Marine Le Pen in Francia, di Geert Wilders nei Paesi Bassi e di Alternative für Deutschland in Germania, hanno contribuito a consolidare una narrativa favorevole all’esternalizzazione delle frontiere e al rafforzamento delle politiche di contenimento. L’accordo, tuttavia, non ha fermato le partenze: ha cambiato le rotte. Un’inchiesta del portale turco «T24» mostra infatti come il traffico di esseri umani venga oggi promosso apertamente anche sui social network. Attraverso annunci pubblicati su TikTok vengono offerti trasferimenti dalla Turchia ai Balcani e, da lì, verso l’UE, con costi che possono raggiungere i 4.500 euro a persona.

«Un intermediario si trova facilmente attraverso il passaparola o i social – racconta Efe, giovane cittadino turco oggi residente a Torino –. Prima si vola nei Balcani, poi si attraversano i confini con auto private o a piedi. Durante il nostro passaggio in Ungheria, abbiamo camminato per oltre trentacinque ore per evitare i controlli». Secondo il giornalista Gökçer Tahincıoğlu, che ha seguito l’indagine di «T24», il traffico di migranti è ormai uno dei settori più redditizi di un mercato criminale che opera sempre più apertamente nello spazio digitale.

Per la Mültecilerle Dayanışma Derneği, associazione turca impegnata nella tutela dei rifugiati, il vero lascito dell’accordo non è la costruzione di un sistema europeo di protezione più efficace, ma l’aver normalizzato una politica che esternalizza la gestione delle migrazioni e riduce le persone a oggetto di negoziazione tra Stati. «I rifugiati non sono merce di scambio, ma persone titolari di diritti», ricorda l’associazione. Dieci anni dopo, il bilancio dell’accordo resta quindi profondamente ambivalente. Se da un lato ha contribuito a ridurre gli attraversamenti lungo alcune rotte, dall’altro ha rafforzato una logica emergenziale che non affronta le cause delle migrazioni, alimenta nuove reti della tratta e sposta sempre più lontano dall’Europa la responsabilità della protezione internazionale.

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Data di aggiornamento: 04 Settembre 2026
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