Aratri, non armi

Mette insieme lavoro e pace, il Messaggio della Cei per la Festa dei lavoratori del 1° maggio 2026.
01 Maggio 2026 | di

Lavoro e pace, un binomio che non pare azzeccarci molto. Pare, perché in realtà le cose non stanno proprio così, come ben sottolinea sin dal titolo («Il lavoro e l’edificazione della pace») il messaggio che la Conferenza episcopale italiana ha diffuso per il 1° maggio, Festa dei lavoratori.

«In un tempo come il nostro caratterizzato dal crescente incalzare di conflitti bellici, siamo chiamati a interrogarci sulla ricaduta sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui l’attività umana oggi si trova –esordisce il documento –. [...] Le persone, autentico soggetto del lavoro, attraverso le loro attività dialogano tra di loro, mettono a disposizione saperi e competenze anche senza conoscersi, costruiscono il futuro del loro Paese e dell’umanità. È una forma di amore civile. Il lavoro è la grammatica della società, è il grande codice che fa comunicare anche senza conoscersi di persona».

Appare chiaro fin da subito quindi come in realtà la costruzione di società pacifiche abbia molto a che fare con l’attività lavorativa umana, nella quale, come sosteneva già san Giovanni Paolo II «troviamo sempre un barlume della vita nuova, del nuovo bene, quasi come un annuncio dei “nuovi cieli e di una terra nuova”, i quali proprio mediante la fatica del lavoro vengono partecipati dall’uomo e dal mondo» (Laborem exercens 27).

D’altra parte, insiste la Cei, da sempre dalle mani dell’uomo possono uscire grandi opere a sostegno di una cultura di pace così come orribili strumenti di sterminio. La differenza la fa (oltre alla natura stessa delle opere realizzate), il fatto che il lavoro al servizio della pace così come l’economia al servizio della pace, creano sempre sviluppo a 360 gradi. Mentre gli strumenti di guerra (oltre a essere dannosi per coloro contro i quali vengono utilizzati) creano sempre ulteriore disuguaglianza, favorendo sempre la ricchezza di pochi e la povertà di molti, danneggiando ambiente, pianeta, società intere.

«Costruire case e ricostruire edifici distrutti non sono lo stesso gesto etico, anche se si somigliano – ribadiscono i vescovi –; le civiltà si smarriscono quando iniziano a confondere le costruzioni e le ricostruzioni, i lavori di chi costruisce le città e di chi le ricostruisce dopo le guerre, senza aver tentato tutto per poterle evitare». Anche lo stesso papa Leone XIV, nel suo primo discorso ai Diplomatici accreditati presso la Santa Sede, ha ricordato come: «[…] la guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza. Tale sforzo interpella tutti, a cominciare dai Paesi che detengono arsenali nucleari». Purtroppo, negli ultimi anni questa distinzione si sta perdendo e, anche nella vecchia Europa, ci stiamo sempre più riabituando alla «logica del riarmo e della deterrenza», dimenticando che «la pace in Europa è stata frutto di una immensa volontà politica, di istituzioni e di persone che questa pace hanno voluto e difeso, e lo hanno fatto anche, e soprattutto, con l’economia e con il lavoro».

Per questo, chiosa la Conferenza episcopale italiana, «sentiamo l’urgenza di orientare ogni attività umana alla pace, ed è il tempo di ribadire che il futuro si può costruire solo se ci poniamo ancora in ascolto della profezia di Isaia: “Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Is 2,4)». Un monito che va lanciato soprattutto nei confronti delle nuove generazioni che, non avendo vissuto l’epoca post-bellica del secolo scorso, potrebbero non sempre aver presente il valore incommensurabile della pace, e lasciarsi coinvolgere in logiche di guerra per vendicare il sangue dei propri cari versato.

Il lavoro al servizio di obiettivi bellici, rimarcano i vescovi, investe ingenti risorse economiche che potrebbero essere impiegate per scopi ben più nobili e importanti. Per questo, denunciano, «sentiamo l’esigenza di ribadire che è necessario rafforzare la normativa in materia di produzione delle armi […]». Inoltre, occorre vigiliare affinché la speculazione che sostiene gli acquisti di titoli azionari dell’industria militare non contribuisca a rafforzare l’economia di guerra e indirizzi, «seppur inconsapevolmente, l’impegno militare da parte dei governi». Vanno al contempo sostenuti quanti, operando in questo settore si stiano chiedendo, dinanzi alla propria coscienza, «come contribuire a costruire la pace in tempi così difficili». E, citando il compianto vescovo di Molfetta, don Tonino Bello, ricordano che tali persone vanno aiutate a non far spegnere in sé questa domanda di senso, ma a operare per una reale riconversione dal militare al civile.

«Il lavoro – conclude la Cei – non può perdere la sua più vera e forte vocazione alla pace, la sua natura profonda di relazione buona tra gli uomini e con la natura. A volte la neghiamo, non la riconosciamo, e trasformiamo “gli aratri in lance”. Ma il lavoro continua a chiamarci alla pace: ci ricorda che la guerra è il grande inganno».

Data di aggiornamento: 01 Maggio 2026

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