La cura delle piccole cose

In dialogo con Francesca Serra, antropologa, profonda conoscitrice di Ildegarda di Bingen. E autrice del recente volume «Per fedeltà d’amore», dedicato proprio alla monaca renana, santa e dottore della Chiesa.
07 Aprile 2026 | di

Francesca Serra ha un aspetto quasi etereo. Capelli e pelle chiarissimi, occhi di un verde trasparente, lineamenti delicati, voce lieve, quasi sussurrata. Eppure si intuisce in lei una determinazione che la rende tutt’altro che eterea. A leggere il libro che di recente Serra ha dedicato a santa Ildegarda di Bingen (Per fedeltà d’amore, San Paolo), ci si immagina così anche la monaca benedettina vissuta nel XII secolo, dichiarata santa e dottore della Chiesa da papa Ratzinger nel 2012. Una donna in apparenza fragile, che in realtà ha saputo cambiare la storia del monachesimo femminile. Che aveva molti doni, quello della parola e dei gesti di cura in primis. 

Msa. Francesca Serra, chi era Ildegarda di Bingen, al di là delle semplici note biografiche? 

Serra. Ildegarda fu una monaca benedettina vissuta nel XII secolo. Il suo maggior merito è di aver, ante litteram, inaugurato un sistema olistico che in parte era già stato individuato e codificato negli ambienti monastici benedettini, e che riguarda l’ambito della medicina e della teologia. Non a caso nel 2012 Ildegarda è stata dichiarata, oltre che santa, anche dottore della Chiesa. Ma santa, Ildegarda lo fu, a furor di popolo, già da quando era in vita, in particolare per le sue doti di curatrice e la sua capacità di rapportarsi con il potere, religioso e temporale. Aveva contatti epistolari con Eleonora d’Aquitania, Federico Barbarossa, fu riconosciuta e sostenuta da ben tre Pontefici, in particolare da Eugenio III, già allievo di Bernardo di Chiaravalle. A questi ultimi Ildegarda inviò gli scritti delle sue visioni ed essi legittimarono la sua vocazione profetica. Quindi individuiamo Ildegarda anche come profetessa, come donna che può permettersi un contatto diretto con Dio, può divulgare e predicare, cosa all’epoca non permessa alle donne. Ildegarda mette in guardia la Chiesa e gli uomini dalla corruzione della carne e dello spirito e da questo punto di vista la sua sintesi di equilibrio, il suo saper rendere sempre grazie e onore al creato e al corpo, rappresenta veramente un unicum perfetto e soprattutto di una grande modernità. Ildegarda è anche un archetipo, un modello per le donne del nostro tempo. 

Quali caratteristiche la rendono una santa «per l’oggi»?

Innanzitutto, la sua visione del corpo, modernissima per la sua epoca ma attuale anche per noi. Ildegarda, infatti, inizia la sua testimonianza in piena eresia catara, e ricordiamo che i catari avevano una cattiva relazione con la corporeità. Invece lei dice che il corpo è immagine del suo Creatore e quindi va curato perché rimanga attivo e ricettivo nei confronti, prima di tutto, dello Spirito Santo, della grazia, ma anche della cosiddetta viriditas, l’energia vitale. Un corpo che deve e vuole essere vitale, perché è stato creato proprio con questo fine e non per le pratiche ascetiche estreme. La bellezza di Ildegarda sta proprio in questo concetto di misura, di discrezione, e in un mondo così polarizzato come il nostro, che rincorre un’idea falsa di perfezione anche attraverso trattamenti corporei estremi, il suo è un messaggio controcorrente, che ci invita a perseguire sempre la discretio benedettina, la madre delle virtù. Lei ci mostra che nel giusto equilibrio c’è il limite che salva e che cura, che dà forma a qualcosa di armonico. 

Ha citato la viriditas: come possiamo tradurre questa parola?

La viriditas è il «desiderio della vita». In un momento storico, come il nostro, di grande narcisismo patologico – frutto in realtà della perdita del desiderio –, nel quale ci vengono indotti dall’esterno molti bisogni falsi, Ildegarda ci ricorda l’importanza di entrare in contatto con il nostro desiderio profondo e autentico. Ci invita ad ascoltarci, come recita d’altra parte anche l’incipit della regola benedettina («Ascolta, o figlio»), a sentire, e in questo sentire a ritrovare quella che è la forza primigenia della vita. Per essere ancora più chiari, la monaca renana definiva la viriditas come quell’istante attraversato da una pianta prima che diventi verde, il suo essere in potenza, l’intento della creazione. E proprio in questo intento noi troviamo quel desiderio profondo che crea continuamente il mondo, il migliore dei mondi possibili, perché il desiderio è sempre qualcosa di buono e di bello, anche se spesso viene offuscato dai cattivi pensieri. Per questo Ildegarda ci insegna a coltivare una vera e propria «ecologia della mente», che ci porta a vigiliare sui nostri pensieri per comprendere ciò che va bene per noi ed evitare ciò che ci nuoce. Un’attitudine, questa, che lei chiama opus cordis, lavoro del cuore, un discernimento tra i vizi e le virtù su cui lei ha scritto moltissimo, soprattutto nel testo Come per lucido specchio

Che cosa sono i «vizi» per Ildegarda? 

I vizi per lei non hanno quella connotazione moralistica che noi attribuiamo loro. Per Ildegarda sono ciò che ci fa male e nel farci male ci induce alla malinconia, alla rabbia e ci allontana dal desiderio e, appunto, dalla viriditas. Sarebbe importante, sulla scia di Ildegarda, che anche nella tradizione cattolica (e soprattutto nella trasmissione della fede), si lavorasse su questo concetto di vizio da un punto di vista ecologico. In fondo è ciò che da sempre fanno i miti, lo stesso Vangelo se lo guardiamo come un libro che, oltre che Parola rivelata, è una lunga narrazione. Capiremmo così che il vizio è qualcosa che somiglia molto alle dipendenze, che sappiamo farci male.

Che cos’è l’approccio integrato alla salute praticato da Ildegarda? 

Ildegarda aveva consapevolezza di come si muoveva e agiva con il suo corpo, con i suoi pensieri, all’interno della vita quotidiana. Che non significa, sia ben chiaro, avere un autocontrollo nevrotico. Lei ci indica uno stile di vita ben preciso, riassunto in sei punti, da praticare per mantenersi in salute: il buon mangiare, il buon bere, il buon dormire e poi il camminare regolarmente, il respirare adeguatamente e l’affectus animi, ovvero la consapevolezza dei pensieri e degli affetti. Questi sei punti, se rispettati, portano a una regolazione dell’intero «sistema corpo», vale a dire del sistema nervoso, metabolico, autoimmune, psichico e «animico», perché l’anima non è separata dal corpo. I sei punti vanno poi accompagnati con un’attitudine di cura che riguarda anche il «come» svolgere i compiti quotidiani. Questo si traduce nell’aver cura, per esempio, delle stoviglie in cui mangiamo, o nell’attenzione che poniamo quando riordiniamo la casa, quando prepariamo il cibo. Per la santa l’aver cura dei gesti è un’attitudine che mette in collegamento con il Divino e che ci aiuta, per esempio, ad affrontare i momenti di dolore, proprio concentrandoci sui gesti quotidiani semplici. Per questo è importante che i genitori insegnino ai propri figli ad avere cura della loro camera, a piegare le loro cose. Un’amica ebrea mi raccontava che nei campi di concentramento sopravviveva chi si rifaceva il letto ogni mattina, chi custodiva una piccola scaglia di sapone con cui lavarsi, chi aveva cura della propria ciotola. Sono cose che noi diamo per scontate ma Ildegarda insegna che sono in realtà gesti spirituali, perché è esattamente questa la spiritualità, non la si trova nell’alto dei cieli: è qui, e si chiama cura e presenza a noi stessi. 

Che visione di femminile emerge dagli scritti e dalla biografia di Ildegarda?

Una figura di donna consapevole della propria fragilità fisica, perché Ildegarda è stata molto malata per lunghissimi periodi, ha avuto fortissime emicranie e probabilmente delle forme di malattie autoimmuni e infiammatorie. Molto spesso lei scriveva anche per curarsi, perché la scrittura era per lei una forma di cura. Era una donna estremamente creativa, colta, autonoma e indipendente. Era intelligentissima, e lo dimostra anche il fatto che, pur non avendo studiato teologia, aveva appreso dai libri della biblioteca del monastero molti contenuti teologici. Poi aveva frequenti contatti con l’esterno… Quindi oggi la definiremmo una donna ricca di interessi, che riusciva ad avere sia l’autorevolezza che la capacità pratica di gestire situazioni complesse e di relazionarsi con persone di tutti i tipi. Era poi una donna molto acuta, al punto da uscire allo scoperto con le sue doti profetiche solo nel momento in cui le sue visioni erano state legittimate dalla Chiesa. E questa è una cosa che noi donne tutte dovremmo imparare, cioè a prenderci lo spazio per quello che vogliamo e sappiamo, senza lasciare che il potere ci zittisca, e a farlo in modo intelligente. 

Per Ildegarda l’amore è una potente forza guaritrice… 

Ildegarda ha una visione cristocentrica dell’amore: per lei l’amore è quello di Cristo che assume su di sé l’onere del bene di tutta l’umanità. Questo amore assume, dunque, un valore salvifico e, infatti, in tedesco la parola guarigione e la parola salvezza hanno la stessa radice. Quindi, per la monaca renana la tensione verso la «cristicità» è l’unico modo per arrivare alla guarigione del cuore. Per questo nel suo ultimo libro, il Libro delle opere divine, identifica l’amore con la caritas, uno svuotamento dell’ego per farsi accogliente verso gli altri. Lo stesso atteggiamento di Cristo, che ha saputo portare avanti un amore così grande da tenere insieme tutto.

Nel suo libro parla di vocazione, quel talento che ciascuno di noi possiede e che deve esprimere per la piena riuscita della propria vita… 

Per Ildegarda il nostro talento è lì dove c’è il nostro desiderio profondo ed è importante metterlo a frutto perché lo scopo della vita è proprio questo: portare a compimento ciò per cui siamo in questo mondo. Ciò non significa compiere gesta eroiche, ma stare nel posto dove dobbiamo essere, facendo ciò che dobbiamo fare. Per questo è importante essere presenti nel momento esatto in cui agiamo: quando stiamo servendo il cibo, stiamo insegnando a scuola o stiamo curando un paziente… Ildegarda scrive che le cause delle malattie si rinvengono nel relazionarsi al mondo in modo disordinato, perché questo ci pone fuori dall’ordo amoris, come lo chiamava san Benedetto, cioè l’ordine dell’amore, che è appunto il piano di Dio per noi. Se noi stiamo portando avanti con la nostra consapevolezza, istante dopo istante, la nostra missione, piccola o grande che sia, allora siamo nel piano di Dio e tutt’uno con il creato. E questo ci fa stare bene. All’inizio Ildegarda non aveva chiaro quale fosse la sua vocazione, le si è manifestata passo dopo passo, quando è divenuta ciò che doveva essere. Se si fosse chiusa nella sua malattia, nella sua malinconia e non si fosse sforzata di trasformare tutto questo, noi non avremmo avuto questa grande santa. 

Ildegarda parla molto di perdono. Lei dedica al tema un intero capitolo del suo libro, aggiungendo che il perdono, con l’ascolto e il lasciar andare, le ha letteralmente salvato la vita. Perché il perdono salva la vita? 

Ildegarda sostiene che, se rimaniamo in uno stato di rabbia, di odio, di rancore tutto questo sale al cervello dal cuore come un fumo nocivo e ridiventa poi bile, di fatto avvelenandoci. È un veleno che, dice addirittura, può arrivare anche a provocare malattie gravi: la rabbia, per esempio per un’ingiustizia subita, se non elaborata e trasformata – per grazia e attraverso la preghiera, non solo per sforzo personale – ci avvelena. Ci sono pratiche di cura ben precise che lei suggerisce per guarire dalla rabbia, perché la ritiene davvero dannosa. La rabbia va affrontata e lasciata andare, elaborandola, perché non deve essere semplicemente repressa e finire nell’inconscio, dove può fare ancora più male. Ecco perché è importante il perdono: fa bene a noi stessi, alla nostra salute. È un sottolineare che la relazione personale che abbiamo con il sacro è più forte di quel rancore o di quella rabbia che un altro con il suo comportamento ci può far provare. È un ribadire che il bene è sempre più forte del male. È un atto ecologico e di salvezza e soprattutto di riconoscimento che noi apparteniamo al bene.

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Data di aggiornamento: 07 Aprile 2026
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