31 Marzo 2026

Il grande canto delle donne senza volto

Quattrocento donne col volto velato di nero cantano lo «Stabat Mater» per le vie di Canosa di Puglia: è la suggestiva processione della Vergine Desolata che si ripete ogni anno nel giorno del Sabato Santo.

Il grande canto delle donne senza volto

Ho visto il volto delle donne del coro. Soprattutto ne ho ascoltato la voce. E, a giorni di distanza, ne sono ancora stordito. Un’unica voce. Potente, straordinaria, vibrante. Cantata, con un tono altissimo, da quattrocento donne nella grande chiesa di Gesù Liberatore a Canosa di Puglia. Non potevo fotografare il viso di quelle donne, non è giustamente concesso, ma ho registrato il loro coro. Ho riascoltato, sempre sorpreso, quasi in trance, il loro «Inno alla Desolata»

Il viso di queste donne, quando cammineranno per le strade di Canosa, sarà nascosto, invisibile, un velo nero a coprirlo. «Il coro non è una esibizione, nessuno deve riconoscervi, il vostro affetto per Maria, per la Vergine, è profondo, assoluto», avverte il parroco della chiesa di San Francesco e San Biagio, Carmine Catalano. Le donne lo sanno, lo capiscono, nessuna deve primeggiare, sono uguali tra di loro: sono qui per onorare Maria nel giorno dell’attesa, nel giorno, lunghissimo, del framezzo. Tra il venerdì della morte di Cristo e la domenica della sua Resurrezione. A Canosa, cittadina ai confini dell’altopiano delle Murge, il sabato di Pasqua è il giorno «più femminile» dell’anno, il giorno «velato». Le donne si ritroveranno, vestite di nero, sul sagrato della chiesa, un velo a nascondere il loro volto. Si muoveranno tenendosi sottobraccio, spalla a spalla, alcune a piedi scalzi, quattrocento corpi di donna che diventano un fiume nero.

Il maestro Ezio Masotina («Non chiamatemi maestro» dice. Io sono andato a trovarlo nell’ufficio comunale dove lavora), riesce a tenere sotto controllo questo coro immenso, scambia sguardi con i musicisti della banda, e sorride ai tanti protagonisti di questo sabato, come i bambini con il loro ruolo: angioletti, viole, ministranti, paggetti, ognuno di loro con un compito preciso da assolvere. Poi, per l’intera mattinata del Sabato Santo, sarà solo il volo della loro voce, il canto dello Stabat Mater, intensa preghiera scritta per confortare, nel momento del dolore, Maria, madre di Gesù, poema composto da Jacopone da Todi nel XIII secolo. Stava Maria dolente / senza respiro e voce / mentre pendeva in Croce / del mondo il Redentor. E nel fatale istante / crudo materno affetto / le trafiggeva il petto / le lacerava il cor! I versi del poeta umbro, beato francescano, furono musicati per banda da Domenico Iannuzzi, clarinettista e compositore canosino, alla fine dell’800. 

Sono stato alle prove del coro. Prove singolari: appena mezz’ora, ogni giorno, nelle due settimane che precedono la Pasqua. Primissimo pomeriggio, le donne arrivano a piccoli gruppi, nei loro abiti da passeggio, uscite dai turni del lavoro o dall’aver sparecchiato la tavola del pranzo. Sono davvero quattrocento. Mi appaiono tutte giovani, alcune giovanissime. Le più anziane sono nelle prime file. Non ci sono «esami» per entrare a far parte del coro, nessuno ti chiede se sai cantare, se sei intonata o meno. Siedono sulle panche della chiesa. Don Carmine rassicura, tranquillizza, invita alla preghiera, poi il direttore Ezio alza le braccia e il canto «accade». Mi spiegherà: «Ogni anno va provato, è come un vestito da adattare ogni volta a ognuna delle donne che fanno parte del coro». C’è chi partecipa a questo canto da venti, trent’anni. C’è chi è appena entrata in questo gruppo. Almeno sedici anni bisogna averli. C’è chi, come Nicoletta, è andata in pensione da due anni dopo una vita di lavoro da maestra e finalmente ha trovato il tempo e il modo di partecipare alle prove: «Era sempre stato il mio desiderio, ma non potevo, purtroppo nelle ore in cui si cantava ero sempre a scuola». 

Il rito della processione della Vergine Desolata è nato, a fine ‘700, nel monastero femminile di Palma di Montechiaro. Nella Sicilia più lontana, in terra di Agrigento. Le monache benedettine, al Sabato Santo, non volevano lasciare sola Maria nel suo smarrimento tra la collina del Calvario e il sepolcro dove era stato sepolto suo Figlio. Dalla Sicilia questo rituale risalì l’Italia e, nel 1814, raggiunse Roma. Veniva celebrato nella chiesa dei Servi di Maria di San Marcello, una delle più importanti della città, in pieno centro. La confraternita di San Gioacchino e di Maria Santissima delle Salette portò a Canosa la sacralità del sabato di Pasqua. Tre sacerdoti decisero di inserire la processione della Desolata nelle manifestazioni della Settimana Santa. Al sabato. Il 16 aprile del 1881, quaranta donne, per la prima volta, rivolsero il loro canto alla Madonna: fu il primo coro, il primo Stabat Mater. Canosa ne fu avvolta e volle che, ogni anno, si ripetesse questo canto ipnotico. 

Quaranta non era un numero casuale: era ispirato dalla pratica devozionale delle «quaranta ore», il tempo trascorso tra la morte di Cristo e la sua Resurrezione. Credo che i tre sacerdoti fossero consapevoli che non si trattava di un semplice rituale. Era una rivoluzione: in quegli anni le donne non potevano cantare in chiesa, divieto che venne ribadito con durezza, nel 1903, da Papa Pio X. A Canosa, il coro, appena fuori della chiesa, eludeva la proibizione papale. Solo negli anni ’60, con il Concilio Vaticano II, il canto liturgico femminile venne ufficialmente liberato. Nel 1966, le donne del coro canosino erano ancora quaranta. Anzi, quarantuno, a leggere i ricordi di «Mimmo» Masotina, che, in quell’anno, ne divenne direttore. E lo sarà per oltre mezzo secolo. Nel 1966 era nato anche suo figlio Ezio, destinato a succedergli nella direzione del coro. 

A prova finita, il maestro (mi perdoni, Ezio, ma lo è) guarda le donne uscire, a piccoli gruppi, dalla chiesa: «Sono sempre sorpreso: ogni anno si presentano ragazze che chiedono di cantare, di partecipare al Sabato Santo». La Desolata è identità di Canosa, la processione «è entrata nella pelle» dei canosini, mi dice don Carmine. «Le donne hanno scelto Maria come una personale confidente, ne raccolgono le lacrime, dalle quali nasce la Speranza, un’altra possibilità di vita». Già, la Speranza. Proprio nel giorno in cui la Croce è vuota e Cristo giace nel sepolcro, il canto, così struggente, fa nascere con lentezza, con il passo delle donne, la certezza di un’altra Pasqua, di un’altra Resurrezione.

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Data di aggiornamento: 31 Marzo 2026
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