Stare nello sguardo di Dio

Come ci insegna san Francesco, la preghiera è decentramento: adorazione di Dio e non di sé, benedizione come libertà di riconoscere in Lui il contenuto di ogni bene e di scrutarlo nella logica rovesciata della Croce, dove il morire è dare vita.
24 Marzo 2026 | di

Nel Testamento Francesco, subito dopo aver fatto memoria del suo passaggio dall’amaro al dolce, dai peccati alla penitenza-misericordia tra i lebbrosi, ricorda: «E il Signore mi dette tale fede nelle chiese, che io così semplicemente pregavo e dicevo: Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, anche in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo» (FF 111).

È significativo che l’esperienza tra gli ultimi della società appaia come propedeutica alla «fede nelle chiese». Con questa espressione il santo sembra sottendere quanto accaduto a San Damiano – l’incontro con il Crocifisso – e alludere al riverbero di quell’evento ogni volta che entrava in una chiesa cercandovi, possiamo presumere, il Signore sulla Croce. Il contatto con l’umanità più misera l’aveva abilitato ad accogliere lo sguardo del Dio-Uomo inchiodato, traendo da quell’incontro la piena rivelazione della forza rivoluzionaria della misericordia. A San Damiano – racconta Tommaso da Celano nella Vita Seconda – Francesco approda «già del tutto mutato nel cuore e prossimo a divenirlo anche nel corpo» (FF 593). 

La parola della misericordia già risuonata tra i lebbrosi, è riconosciuta in questo luogo nella sua Fonte sorgiva. «Condotto dallo Spirito», narra il biografo, «entra a pregare, si prostra supplice e devoto davanti al Crocifisso e, toccato in modo straordinario dalla grazia divina, si ritrova totalmente cambiato». Occorre notare che il cambiamento precede il «miracolo» della voce che subito dopo lo raggiunge con il celebre mandato: «Francesco – gli dice chiamandolo per nome – va’ e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina». È in un contesto di docilità allo Spirito – Francesco è condotto tra i lebbrosi ed è condotto a San Damiano – e in un contesto di preghiera che il santo può ascoltare la parola dalla Croce. Il «miracolo» è essere resi capaci di cogliere le sollecitazioni di un Dio «alto e glorioso», alto non perché distante ma Altro e la cui gloria è la potenza dell’amore che sfonda i muri della morte per aprire un orizzonte di perdono e di vita. 

La preghiera dell’assisiate è, anzitutto, entrare in risonanza con Colui che si fa presente, Crocifisso e Vivo. È una preghiera semplice perché è, nella sua essenza, un lasciarsi guardare e stare in uno sguardo che accoglie, perdona, ricolloca nella vita. In questo contatto le parole consegnano tutta la sua persona, la sua fatica, il suo desiderio, l’intuizione di un’altra direzione. Francesco chiede luce che diradi l’oscurità del suo cuore (cf. Preghiera davanti al Crocifisso, FF 276: «illumina le tenebre de lo core mio») suggerendoci che non bastano il nostro pensiero, la nostra mentalità a risolvere gli interrogativi più densi e profondi.

Occorre una luce che viene dall’alto, come il fiore non si schiude se un raggio di sole non lo raggiunge. Si tratta di una luce che filtra attraverso le tre virtù teologali – «fede diritta, speranza certa e caritade perfetta» – che l’Assisiate implora come dono: un appoggio sicuro, una fiducia incrollabile, che si concretizzano nelle relazioni, non misurate dalle pretese dell’io ma guidate dalla sapienza, dal gusto di fare «lo tuo santo e verace comandamento». La preghiera è decentramento: adorazione di Lui e non di sé, benedizione come libertà di riconoscere in Lui il contenuto di ogni bene e di scrutarlo ogni giorno soprattutto nella logica rovesciata della Croce dove il morire è dare vita, è confermare l’amore di Dio per il mondo. 

In questa prospettiva orante si colloca la fede di Francesco nei sacerdoti, anche in quelli «poverelli», limitati per miseria materiale e morale, afferma ancora nel Testamento. Quel vedere cambiato nel lazzaretto fuori dalle mura di Assisi e nell’esperienza della chiesetta cadente di San Damiano fa sì che ogni incontro possa essere preghiera, poiché in ogni contatto è possibile discernere il Figlio di Dio, il suo appello, la sua opera. È questo il cuore della contemplazione e di Francesco possiamo dire certamente che è un contemplativo, nella sua tensione a non cessare «mai di adorare e vedere sempre il Signore Dio, vivo e vero, con cuore e animo puro» (Ammonizione XVI: FF 165). 

Nel Testamento cogliamo un altro tratto, essenziale della preghiera del santo assisiate, quando egli ricorda: «Noi chierici dicevamo l’ufficio, conforme agli altri chierici; i laici dicevano i Pater noster, e assai volentieri ci fermavamo nelle chiese» (FF 118). Francesco e i suoi compagni pregano nella Chiesa e in comunione con la Chiesa, adottando il breviario romano, fonte peraltro privilegiata di conoscenza della Scrittura, radicando la propria esperienza spirituale nella Tradizione, nell’obbedienza e nella sicurezza di poter solo nell’alveo ecclesiale sperimentare una via di salvezza. La preghiera è, dunque, anche spazio di verifica della propria appartenenza e di una fede che sa lasciarsi provare, che proprio nella comunione è preservata dall’essere una costruzione individuale.

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Data di aggiornamento: 24 Marzo 2026
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