La penitenza… della misericordia

La penitenza è usare misericordia, è legare il proprio cuore alla miseria dell’altro, nella consapevolezza di un’umanità condivisa che non nella forza, non nei meriti trova la possibilità di salvezza e di senso, ma nell’amore senza riserve regalato.
17 Febbraio 2026 | di

«Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia» (Fonti Francescane 110)

Se provassimo a indagare come la gente comune recepisce il termine penitenza, certamente ne avremmo soprattutto delle connotazioni negative, associate alla fatica della volontà nel rinunciare. La penitenza, insomma, come qualcosa che dipende dall’impegno di chi decide di farla e per la quale bisogna pure pagare lo scotto di un po’ di tristezza. L’inizio del Testamento di Francesco d’Assisi ci pone decisamente su un altro piano: raccontandoci, nel giro di poche righe, quello che fu il punto di svolta della sua esistenza, ci suggerisce che un criterio di verifica dell’autenticità di un cammino di conversione è la relazione tra il fare penitenza e il fare misericordia quale esito di una relazione fondante a monte, quella con il Signore. Il soggetto che innesca il processo è proprio Lui: la conversione inizia da un lasciarsi condurre, dall’obbedienza ai cammini che la vita apre, talora verso mete sorprendenti. Fu così per il figlio di Pietro di Bernardone: abbandonato il progetto di diventare cavaliere, lo possiamo immaginare nel travaglio di capire come riorientare la sua esistenza, sentendo l’insufficienza dei valori che l’avevano persuaso a inseguire una gloria terrena, ma senza la chiarezza dell’alternativa.

Francesco non sa dove andare, ma il Signore lo conduce. Dove? Non in un altrove ideale, ma nella realtà, immergendolo negli spazi della sua storia, portandolo a scoprire un altro modo di starci. Figlio del suo tempo, l’assisiate non sopportava la vista dei lebbrosi: gli suscitava amarezza. Non dice paura, neppure ribrezzo, ma amarezza. Quegli uomini gli mettevano crudamente davanti agli occhi realtà amare che una vita di successo, la presunzione di avere potere e controllo, faticano ad accogliere: la deformità, la bruttezza, la malattia, il dolore, l’insignificanza, l’emarginazione, la morte. Proprio in quello spazio il Signore lo conduce nel tempo in cui aveva cominciato a fare penitenza, a cambiare stile, a cercare di capire come adeguarsi a quella Voce che a Spoleto, mentre si incamminava verso la Puglia per essere creato cavaliere, lo aveva raggiunto e lo aveva spinto a tornare indietro.

La penitenza resta un apparato solo esteriore se non mutano le logiche interne, se altre visioni non muovono dal cuore. Non si tratta di avere potere sulle cose, quanto piuttosto di riconoscersi poveri, bisognosi di ricevere, di sospendere la smania di conquistare e accumulare per accogliere in dono. Il Signore conduce Francesco in uno spazio di miseria, abitato da un’umanità che nulla può pretendere, un’umanità ferita, la cui visibilità è totalmente dipendente dallo sguardo degli altri. Qui Francesco si lascia collocare in un punto di vista nuovo, il punto di vista dei «minori», di quelli che non contano, che non hanno grandi nomi da vantare e li vede, vede i miseri a partire dal cuore, usando misericordia, adottando un’altra logica, quella della gratuità che mette al centro il bisogno dell’altro senza pretese.

È una vera e propria inversione di marcia: dai «peccati» egli passa alla misericordia, alla compassione. Dall’essere ripiegato su di sé, è spinto a uscire da sé, incontrando la fragilità della carne umana come luogo rivelativo di altre priorità, altri ordini di grandezza. La penitenza è usare misericordia, è legare il proprio cuore alla miseria dell’altro, nella consapevolezza di un’umanità condivisa che non nella forza, non nei meriti trova la possibilità di salvezza e di senso, ma nell’amore senza riserve regalato. Allora sì l’amaro è cambiato in dolcezza, di animo e di corpo sottolinea Francesco, dolcezza integrale: riconciliazione con sé, con gli altri, con il proprio posto nel mondo, riconciliazione con l’immagine di Dio che si rivela là dove gli idoli umani si troverebbero a disagio.

Nel Crocifisso – in particolare a San Damiano, all’inizio della sua esperienza, e sul monte della Verna, negli ultimi anni – il santo troverà la chiave interpretativa del limite, della fragilità, della povertà: in Colui che si è lasciato sfigurare per restare fedele all’amore sino alla fine, perdonando, senza rivendicare nulla. Francesco sta con i lebbrosi ed esce dal secolo: si lascia immergere in una logica nuova ed esce dai criteri del mondo, facendo penitenza, guarendo – grazie ai miseri – ciò che è più antitetico al Vangelo: l’egocentrismo che indurisce il cuore.

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Data di aggiornamento: 17 Febbraio 2026

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