Poveri, obbedienti e colmi d’amore
Nel corso del 2026 ricorre un anniversario francescano molto importante: gli ottocento anni dalla morte di Francesco di Assisi, avvenuta il 3 ottobre 1226. Già da tempo egli soffriva di una grave malattia, tanto che nella primavera precedente, quando si trovava presso Siena, sembrava sul punto di morire. In quell’occasione dettò a fra Benedetto da Piratro un breve testo (Cfr. Compilazione di Assisi, 59, Fonti Francescane n. 1587), che viene detto Testamento di Siena (FF 132-135): «Scrivi che benedico tutti i miei frati, che sono ora in questa Religione e quelli che vi entreranno sino alla fine del mondo. E siccome, a motivo della debolezza e per la sofferenza della malattia, non posso parlare, brevemente manifesto ai miei frati la mia volontà in queste tre parole. Cioè: in segno e memoria della mia benedizione e del mio testamento, sempre si amino gli uni gli altri, sempre amino ed osservino nostra signora la santa povertà, e sempre siano fedeli e sottomessi ai prelati e a tutti i chierici della santa madre Chiesa».
Si tratta di una breve e accorata esortazione, nella quale Francesco rivolge il suo sguardo ai fratelli che il Signore gli ha donato, e non solo a quelli presenti, ma anche a quelli futuri. Che cosa consegna Francesco? Non ha beni materiali da dare, perché vive senza nulla di proprio. La sua volontà è espressa in tre parole, tre aspetti che stanno a cuore al santo. La prima volontà riguarda l’amore vicendevole, segno distintivo del cristiano (cfr Gv 13,35, dove Gesù dice: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri»), concretamente attuato da Francesco anche nella sofferenza degli ultimi anni della sua vita, in cui i suoi frati avevano scelto una direzione diversa dalla sua, come si intuisce nel dialogo Della vera e perfetta letizia (FF 278). Questo aveva provocato un dissidio interiore in lui, che si era ricomposto nell’esperienza crocifiggente della Verna, in cui viene conformato all’amore di Cristo fino al dono della vita, sostenendo «la persecuzione piuttosto che volersi separare dai suoi fratelli» (cfr. Amm III,9 FF 150).
La seconda parola è povertà, per Francesco signora e madre dei suoi figli, da lui sempre vissuta come non appropriazione, in contrasto con la mentalità del possesso, dal punto di vista materiale ma soprattutto da quello relazionale. Egli invita spesso i suoi frati a non appropriarsi di cose, ma specialmente di ruoli (cfr. Ammonizione IV, FF 152), di privilegi e della propria immagine (cfr. Ammonizione XIV, FF 163). Infine, l’obbedienza, che Francesco vive di fronte a ogni creatura, ma in particolare nei confronti della Chiesa e dei suoi ministri: erano nati molti movimenti che criticavano i costumi corrotti del clero, spesso ponendosi in contrasto con l’istituzione. Francesco invece rimane nella Chiesa, perché vede nei sacerdoti, anche se peccatori, i mediatori che permettono di entrare in relazione con Cristo e considera la Chiesa come madre.
Il percorso che quest’anno vogliamo proporre in queste pagine parte da un altro Testamento di Francesco, l’ultimo, redatto in prossimità della sua morte (lo pubblichiamo qui di seguito). È sempre un testamento spirituale, in cui l’Assisiate guarda con maggiore ampiezza a ciò che il Signore ha compiuto nella sua vita, e consegna le sue volontà ai frati. Ogni mese affronteremo un tema a partire da una parola o da un’espressione del testo, affidandoci a due autori che hanno già collaborato con noi. Nelle prime due pagine suor Marzia Ceschia ci darà un approfondimento di tipo spirituale e francescano sulla tematica. Nelle ultime due, invece, come l’anno scorso, avremo un racconto di Paolo Malaguti, che con la sua creatività narrativa cercherà di interpretare le parole in questione, accompagnato dalle evocative illustrazioni di Gabriele Sanzo. Come dice il Siracide, ripreso da Tommaso da Celano nel racconto del Transito di san Francesco, «alla morte dell’uomo sono svelate tutte le sue opere» (cfr. Sir 11,27, FF 804): pensiamo che questa proposta possa diventare uno strumento utile per conoscere la vita di san Francesco dalla prospettiva del compimento della sua esistenza nel suo passaggio al Padre.
Il Testamento di san Francesco d'Assisi
«Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo.
E il Signore mi dette tale fede nelle chiese, che io così semplicemente pregavo e dicevo: Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, anche in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Poi il Signore mi dette e mi dà una così grande fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa romana, a motivo del loro ordine, che se mi facessero persecuzione, voglio ricorrere proprio a loro. E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e trovassi dei sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie in cui dimorano, non voglio predicare contro la loro volontà.
E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come miei signori. E non voglio considerare in loro il peccato, poiché in essi io discerno il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio nient’altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il santissimo sangue suo, che essi ricevono ed essi soli amministrano agli altri.
E voglio che questi santissimi misteri sopra tutte le altre cose siano onorati, venerati e collocati in luoghi preziosi. E i santissimi nomi e le parole di lui scritte, dovunque le troverò in luoghi indecenti, voglio raccoglierle, e prego che siano raccolte e collocate in luogo decoroso.
E tutti i teologi e quelli che amministrano le santissime parole divine, dobbiamo onorarli e venerarli come coloro che ci amministrano lo spirito e la vita.
E dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo. E io la feci scrivere con poche parole e con semplicità, e il signor papa me la confermò.
E quelli che venivano per intraprendere questa vita, distribuivano ai poveri tutto quello che potevano avere, ed erano contenti di una sola tonaca, rappezzata dentro e fuori, del cingolo e delle brache. E non volevamo avere di più.
Noi chierici dicevamo l’ufficio, conforme agli altri chierici; i laici dicevano i Pater noster, e assai volentieri ci fermavamo nelle chiese. Ed eravamo illetterati e sottomessi a tutti.
E io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare; e voglio fermamente che tutti gli altri frati lavorino di un lavoro quale si conviene all’onestà. E quelli che non sanno, imparino, non per la cupidigia di ricevere la ricompensa del lavoro, ma per dare l’esempio e tener lontano l’ozio.
Quando poi non ci fosse data la ricompensa del lavoro, ricorriamo alla mensa del Signore, chiedendo l’elemosina di porta in porta.
Il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto: «Il Signore ti dia la pace!».
Si guardino bene i frati di non accettare assolutamente chiese, povere abitazioni e tutto quanto viene costruito per loro, se non fossero come si addice alla santa povertà, che abbiamo promesso nella Regola, sempre dimorandovi da ospiti come forestieri e pellegrini.
Comando fermamente per obbedienza a tutti i frati che, dovunque si trovino, non osino chiedere lettera alcuna [di privilegio] nella Curia romana, né personalmente né per interposta persona, né a favore di chiesa o di altro luogo, né sotto il pretesto della predicazione, né per la persecuzione dei loro corpi; ma, dovunque non saranno accolti, fuggano in altra terra a fare penitenza con la benedizione di Dio.
E fermamente voglio obbedire al ministro generale di questa fraternità e ad altro guardiano che gli sarà piaciuto di assegnarmi. E così voglio essere prigioniero nelle sue mani, che io non possa andare o fare oltre l’obbedienza e la volontà sua, perché egli è mio signore.
E sebbene sia semplice e infermo, tuttavia voglio sempre avere un chierico, che mi reciti l’ufficio, così come è prescritto nella Regola.
E tutti gli altri frati siano tenuti ad obbedire così ai loro guardiani e a dire l’ufficio secondo la Regola. E se si trovassero dei frati che non dicessero l’ufficio secondo la Regola, e volessero variarlo in altro modo, o non fossero cattolici, tutti i frati, ovunque sono, siano tenuti per obbedienza, ovunque trovassero qualcuno di essi, a farlo comparire davanti al custode più vicino al luogo dove l’avranno trovato. E il custode sia fermamente tenuto per obbedienza a custodirlo severamente, come un uomo in prigione giorno e notte, così che non possa essergli tolto di mano finché non lo consegni di persona nelle mani del suo ministro. E il ministro sia fermamente tenuto, per obbedienza, a mandarlo per mezzo di tali frati che lo custodiscano giorno e notte come un uomo imprigionato, finché non lo presentino davanti al signore di Ostia, che è signore, protettore e correttore di tutta la fraternità.
E non dicano i frati: «Questa è un’altra Regola», perché questa è un ricordo, un’ammonizione, un’esortazione e il mio testamento, che io, frate Francesco piccolino, faccio a voi, fratelli miei benedetti, affinché osserviamo più cattolicamente la Regola che abbiamo promesso al Signore.
E il ministro generale e tutti gli altri ministri e custodi siano tenuti, per obbedienza, a non aggiungere e a non togliere niente da queste parole.
E sempre abbiano con sé questo scritto accanto alla Regola. E in tutti i capitoli che fanno, quando leggono la Regola, leggano anche queste parole.
E a tutti i miei frati, chierici e laici, comando fermamente, per obbedienza, che non inseriscano spiegazioni nella Regola né in queste parole dicendo: «Così devono essere intese»; ma come il Signore ha dato a me di dire e di scrivere con semplicità e purezza la Regola e queste parole, così voi con semplicità e senza commento cercate di comprenderle, e con santa operazione osservatele sino alla fine.
E chiunque osserverà queste cose, sia ricolmo in cielo della benedizione dell’altissimo Padre, e in terra sia ricolmo della benedizione del suo Figlio diletto con il santissimo Spirito Paraclito e con tutte le potenze dei cieli e con tutti i santi. E io frate Francesco piccolino, vostro servo, per quel poco che posso, confermo a voi dentro e fuori questa santissima benedizione. [Amen]».
Dalle Fonti Francescane, 110-131
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