Solidarietà ad alta quota

Una casa per accogliere i bambini indios, figli di madri capofamiglia, le quali hanno bisogno di lavorare per sfamarli. In una parrocchia rurale in Ecuador, a 2.850 metri di altitudine. Grazie a una missionaria fidei donum.
05 Gennaio 2026 | di

Il vulcano Cayambe incombe come un gigante di ghiaccio sull’intero cantone nella provincia di Pichincha, nel Nord dell’Ecuador. I suoi 5.790 metri sul livello del mare fanno impallidire i 2.850 metri di altitudine dell’omonima città, Cayambe appunto, che giace ai suoi piedi. Ebbene né la distanza né l’altitudine hanno impedito a Caritas sant’Antonio di arrivare fin qui per un progetto destinato alle madri sole e ai loro bambini, sulle gambe di una missionaria fidei donum, Daniela Andrisano, in Ecuador da molti anni. E grazie anche a don Tonino Bello e a un frate di sant’Antonio, intrecciati in una di quelle trame improbabili che le persone di fede chiamano provvidenza. 

Neppure Daniela all’inizio sapeva che sarebbe arrivata a Cayambe, o, per meglio dire, nella parrocchia rurale di San José de Ayora, costituita da 18 comunità indigene di lingua quechua. «La prima volta che sono venuta in Ecuador, avevo 25 anni – racconta –. Mio padre in Puglia non poteva pagarmi la scuola, così le suore del mio paese mi hanno mandato prima a studiare a Firenze, poi a lavorare a Roma, dove ho incontrato i comboniani». La missione è una folgorazione, alimentata anche da una Chiesa in pieno fermento, a pochi anni dal Concilio Vaticano II: «Mi ha conquistato l’opzione dei poveri, la scelta della Chiesa di stare sempre e comunque dalla parte degli ultimi del Pianeta». Essendo pugliese, Daniela entra in contatto dapprima con don Tonino Bello, in seguito con Caritas italiana che in quegli anni muoveva i primi passi con presbiteri della caratura di Giovanni Nervo o Giuseppe Benvegnù-Pasini. «Insomma, piena di entusiasmo partii da Genova nel 1976 con altri 6 volontari nel penultimo viaggio di quella nave che portava i migranti in America Latina: Venezuela, Panama, Colombia. 22 giorni che ancora ricordo con meraviglia».

Daniela va a operare in una missione della costa, sempre a favore di donne e bambini: «Dovevo starci qualche anno, ce ne rimasi 10». La sua scelta missionaria si rafforza in Italia, andando a lavorare nella Caritas diocesana di Treviso, dove operano grandi figure di sacerdoti, alcuni missionari a loro volta come don Giuliano Vallotto o Franco Marton. Ma è un frate di sant’Antonio, divenuto vescovo di Treviso, Gianfranco Agostino Gardin ad assecondare il suo desiderio di tornare in Ecuador, come fidei donum, una volta raggiunta la pensione da insegnante nel 2012. La missione stavolta è nell’interno, sotto il grande vulcano, con le madri capofamiglia e i loro bambini. «Ero già stata a Cayambe in visita nella mia prima missione e sapevo del lavoro con le famiglie delle mamme sole, svolto da alcune suore. Solo che stavolta era cambiato tutto: il verde incontaminato che caratterizzava la parrocchia di Ayora aveva ceduto il posto a un mare sterminato di serre di plastica per la produzione dei fiori, richiestissimi all’estero, come la rosa d’altura. Il che aveva portato lavoro, anche per gli indios, ma lavoro povero e tanto inquinamento, con il corollario di tutta una serie di malattie».

Il veloce processo di industrializzazione aveva anche peggiorato il fenomeno delle famiglie disgregate: «Le donne che lavoravano per mantenere i figli non riuscivano a prendersene cura adeguatamente. I bambini soffrivano di gravi carenze alimentari e di dipendenza da video. Si moltiplicavano anche i casi di violenza in famiglia. Gli uomini cedevano più facilmente alla tentazione di altre relazioni sul lavoro, lasciando la famiglia». Per aiutare soprattutto i più piccoli è nato, in seno alla parrocchia, un ente laico, la Fondazione Arcàngel, di cui oggi Daniela è presidente, la prima fondazione in quella zona. «L’industrializzazione ha tolto la miseria ma ha reso endemica la povertà, soprattutto delle madri sole con 3 o più figli. Si cerca di aiutare l’intera famiglia con aiuti alimentari e counselling, ma i bambini sono il nostro centro».

Anzi la necessità di dare uno spazio adeguato ai più piccoli ha portato Daniela a sognare un edificio apposito, con cucina, refettorio, aule per il doposcuola e salone polivalente per le altre attività. «Tutto bello sulla carta – ricorda Daniela – ma non avevo un centesimo. Però mi son detta: “Se è opera di Dio fiorirà”». Evidentemente lo era perché uno dopo l’altro sono arrivati i messaggi «in codice»: 10mila euro da monsignor Gardin per l’acquisto della terra, 50mila da un’amica che aveva avuto un’eredità, 30mila dal fratello in restituzione di un vecchio prestito. Inizia a costruire la casa dei bambini, proprio così come l’aveva sognata. Il primo piano è fatto e il secondo è in costruzione. Ma i bambini ne hanno estremo bisogno, così Daniela pensa di utilizzare lo spazio già costruito.

Mancano solo le piastrelle, alcuni sanitari e soprattutto le attrezzature della cucina. È allora che Daniela riprende un filo che le aveva lasciato padre Gardin, il vescovo, scomparso a giugno del 2024: «Rivolgiti a Caritas sant’Antonio se hai bisogno». La richiesta arriva a novembre del 2024 per un totale di 14mila euro, i lavori finiscono a giugno del 2025. «Anche grazie a voi, oggi accogliamo 56 bambini, diamo loro un pranzo sostanzioso, controlliamo la loro salute psico-fisica, li seguiamo nei compiti, offriamo loro un posto sicuro in cui giocare, stare con gli altri e sentirsi amati. Le loro madri sono davvero grate. Mi insegnano ogni giorno il coraggio, la resilienza, la capacità di ascoltare ed entrare in relazione, la forza di una fede semplice e intensa. Sento che questa è la mia gente».

Segui il progetto su www.caritasantoniana.org.

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Data di aggiornamento: 05 Gennaio 2026

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