Francesco, uomo di relazione
Il nuovo anno in cui siamo entrati ci offre un’importante ricorrenza: l’ottavo centenario della morte di san Francesco. Per questo, nelle pagine della nostra rivista, troverete una proposta per rileggere la vita del Poverello di Assisi a partire dal suo Testamento. Uno dei tratti chiave della sua esperienza, che è poi diventato elemento essenziale della spiritualità francescana, è la fraternità. Non si tratta, tuttavia, del punto di partenza del cammino cristiano di Francesco: egli non cerca anzitutto dei fratelli con cui condividere la sua scelta di vita. Il primo tempo della sua conversione è infatti vissuto in solitudine, alla ricerca della volontà di Dio. Solo in un secondo momento, dopo che la sua scelta di vita è diventata pubblica, alcune persone si avvicinano a lui, chiedendo di poter condividere la sua vita. Sono i suoi primi compagni, non cercati da Francesco, ma ricevuti da Dio: «Il Signore mi diede dei fratelli», scrive nel Testamento. La nuova situazione determina un cambiamento nella vita del giovane. Accoglie i fratelli perché legge in quell’evento la volontà di Dio, ma è anche preoccupato per come vivere con loro: «Nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare».
Spesso si associa la letizia francescana alla bellezza della fraternità, ma non è sempre tutto rose e fiori: ce lo testimoniano gli stessi scritti di Francesco, che spesso riflettono su comportamenti da favorire e atteggiamenti da evitare, a partire da situazioni concrete vissute tra i frati. E non sono testi distanti da noi, perché riescono a cogliere dei tratti presenti anche nel nostro tempo. Un motivo di fondo è quello dell’amore verso i fratelli, che si manifesta soprattutto nella misericordia. Ad esempio, quando chiede di sostenere la persecuzione dei fratelli piuttosto che separarsi da loro (cfr. FF 150), o quando, rivolgendosi a un ministro (il superiore della comunità), lo invita a perdonare il peccato del fratello, se lo chiede; e se non lo chiede, a domandargli lui stesso se vuole misericordia (cfr. FF 235). Le richieste di Francesco sembrano ardue, ma mettono sempre al centro la relazione con l’altro, facendo trasparire la convinzione che solo l’amore può cambiare il cuore dell’uomo. In tal senso, iconico è l’episodio dei ladroni convertiti, nel quale, proprio attraverso la benevolenza esercitata da lui e dai suoi frati, si fa largo la misericordia del Signore, fino a far cambiare vita ai «fratelli briganti» (cfr. FF 1669).
La fraternità si regge proprio sulla disposizione a dare la vita per l’altro, sull’esempio di Gesù: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13). Ciò significa rinunciare alla centralità di se stessi o anche delle regole che ci siamo dati, perché il fratello possa vivere. Lo vediamo, ad esempio, nella carità e discrezione usate per venire incontro al fratello che aveva esagerato col digiuno: «Muoio di fame» aveva gridato, e Francesco fa preparare la mensa perché tutti mangino insieme e lui non si vergogni, ammonendo alla fine che il Signore preferisce la misericordia al sacrificio (FF 1568).
Anche la storia recente ci consegna esempi di francescani che hanno vissuto l’amore per i fratelli fino al dono della vita: è il caso di san Massimiliano Kolbe, di cui quest’anno si ricordano gli ottantacinque anni del martirio, avvenuto ad Auschwitz, dopo che aveva ottenuto di prendere il posto di un padre di famiglia nella rappresaglia dei nazisti. È il silenzio del venerabile Placido Cortese che non ha svelato i nomi dei collaboratori di quella rete che ha salvato molte persone durante la Seconda guerra mondiale. Potevano esserci mille motivi per fare una scelta diversa, ma entrambi, con la vita, hanno testimoniato che solo l’amore è forza creatrice, capace di avviare un autentico cambiamento.
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