Come ci insegna san Francesco, la preghiera è decentramento: adorazione di Dio e non di sé, benedizione come libertà di riconoscere in Lui il contenuto di ogni bene e di scrutarlo nella logica rovesciata della Croce, dove il morire è dare vita.
La penitenza è usare misericordia, è legare il proprio cuore alla miseria dell’altro, nella consapevolezza di un’umanità condivisa che non nella forza, non nei meriti trova la possibilità di salvezza e di senso, ma nell’amore senza riserve regalato.
Occorre riconoscere l’essere umano dietro a etichette come «povero» e «mendicante». Occorre dare voce a chi non ce l’ha e dare visibilità a chi è invisibile. L’altro esiste quando accettiamo di vederlo, incontrarlo, ascoltarlo.
All’interno di ciascuna chiesa e tra le chiese occorre sempre passare dall’io al noi, e imparare a pensare «con» l’altra chiesa, non senza o contro o davanti o sopra o prima di essa.
Ci sono segni di speranza anche nell’età anziana. Ma è necessario guardarla come una fase della vita con opportunità proprie. Può essere tempo di racconto, di integrazione, di essenzializzazione, di lentezza, di recupero dei rapporti incrinati…
Visitare una persona malata significa farle spazio. Significa porsi in una posizione che sa coniugare impotenza e non-inutilità. Impotenza di fronte al suo soffrire, non-inutilità nel restare accanto donando tempo e presenza, ascolto e parola.