Siamo liberi, ma ogni tanto ci piace incatenarci da soli. La paura del giudizio degli altri è una delle catene che ci può imprigionare per tutta la vita, impedendoci di dare il meglio di noi.
L’altro, il diverso da noi ci spaventa. Eppure la nostra vita è tessuta di relazioni: nessuno di noi è felice da solo. Perché il volto e lo sguardo dell’altro hanno il potere di umanizzarci pienamente, spezzando il giogo dell’isolamento e dell’anonimato.
Non è l’amore, in realtà, a spaventarci. È la nostra vulnerabilità, il timore che essa, consegnata ad altri e non rispettata, diventi occasione di sofferenza. È il rischio insito nell’amore, che però non ha alternative.
Comincia una nuova serie di articoli pensati per essere utilizzati nei gruppi parrocchiali, dai formatori e dai catechisti. Al centro: i giovani e il loro mondo, popolato di paure, ma anche di tanto coraggio…
È nello «stare» che si esprime la vicinanza a chi soffre. Lo faceva anche Antonio che, prima di essere il Santo che tutti conosciamo, era stato un uomo capace di condividere il dolore, indicando a tutti l’amore di Dio.
Quell’uomo che tanto tempo fa volle sfidare Antonio, dicendo che avrebbe creduto in Dio se il bicchiere che aveva in mano, gettato a terra, non si fosse rotto, non chiedeva una magia, ma un miracolo.