Bicicletta, voglia di libertà

Da sempre accompagna i nostri spostamenti, in viaggi brevi e lunghi. Simbolo di leggerezza, è lo strumento che ci fa gustare la bellezza che ci circonda.
29 Maggio 2020 | di

L’abbiamo sognata più che mai in questi giorni. La bella stagione ne incoraggia l’uso e il desiderio di potervi salire, in tempo di coronavirus, è ancor più forte. Prepariamoci quindi sin da ora a programmare qualche bel giro da soli o in compagnia di familiari o amici, per quando potremo finalmente inforcarla, la nostra bicicletta.

Il Bel Paese è uno scrigno di storia e bellezza. Ernest Hemingway diceva che «è andando in bicicletta che impari meglio i contorni di un paese, perché devi sudare sulle colline e andare giù a ruota libera nelle discese». Ed è in questo modo che se ne ha un ricordo accurato. La malinconia è incompatibile con l’andare in bicicletta. Ne è convinto Alberto Fiorin, veneziano, appassionato di «mobilità dolce», divulgatore della «bellezza della lentezza», oltre che direttore del Festival del viaggio in bicicletta. «La bici – spiega – è da intendersi non solo come mezzo di locomozione ma anche e soprattutto come stile di vita. Di chi non divora ma gusta, non consuma ma utilizza, non guarda ma vede dentro, non fugge ma si ferma».

Pedalare aiuta a riflettere e a riscoprire se stessi, in piena armonia con l’ambiente che ci circonda. Lo dimostra anche una recente ricerca realizzata dalla Clemson University, South Carolina, Stati Uniti. Gli studiosi hanno analizzato il rapporto tra stati d’animo (felicità, sofferenze, stress, tristezza, affaticamento) e mezzi di trasporto. Chi va in bicicletta è più felice di chi usa altri mezzi di trasporto. Perché il viaggio sulla due ruote mette di buonumore. «La bici – ha scritto un anonimo – è l’unica catena che ti rende libero».

Una «circolazione dolce»

L’Italia è disseminata di tracciati, piccole arterie di una circolazione dolce che va dai centri storici ai sentieri di campagna, dalla riva del mare fino al limitare dei boschi. Tutti da tenere presenti, in questi giorni di mappe e itinerari a tavolino, una volta finita l’emergenza. I principali percorsi ciclabili si trovano al Centro-Nord, in particolare in Trentino Alto-Adige, Veneto ed Emilia Romagna. Quello della Val di Fassa e della Val di Fiemme è da non farsi sfuggire nel caso in cui ci si trovi in Trentino.  

Prevalentemente pianeggiante è anche il sentiero della Valtellina, che parte da Colico (Lecco) fino ad arrivare a Grosio (Sondrio), dopo aver raggiunto Tirano. Il tratto (quasi 100 km) offre una varietà di panorami tra fondovalle e caratteristici paesi. In Liguria, l’itinerario più conosciuto è la Riviera dei fiori, affacciata sul mare, realizzata lungo la tratta della vecchia ferrovia. Sul Garda, poi, la bicicletta la fa da padrona e gli itinerari consentono di raggiungere facilmente città ricche di storia e cultura come Mantova e Verona, relativamente vicine. Al mare vi si può andare anche in bici, partendo da Treviso, seguendo la ciclabile del Sile che corre lungo l’argine fino a sfociare nell’Adriatico.

È in Toscana, invece, la prima pista ciclabile in plastica riciclabile. A Follonica, nel Grossetano, troverete il primo tratto realizzato interamente riciclando bottiglie di plastica (circa 60 mila). Ampliata in larghezza, la pista ciclopedonale è oggi accessibile anche a persone con disabilità e alle famiglie con bambini piccoli nei passeggini.

Nel nostro Paese ci sono anche aree più pianeggianti come, per esempio, il Salento, nel tratto costiero e interno, in buona parte della Puglia, nel Delta del Po. E ancora: la costa abruzzese con la «Bike to coast» adriatica, in fase di realizzazione, e la Versilia.

Per chi volesse passare da una regione all’altra, e viaggiare su lunghi tratti, Trenitalia predispone il trasporto bici sui treni regionali contraddistinti dall’apposito simbolo. Se la bici è all’interno di una sacca, il trasporto è gratuito anche sui treni nazionali di Italo Treno (informazioni sui siti web Trenitalia e Italo).

Equilibrio e spiritualità

In fondo, la bicicletta è come la vita: un equilibrio tra esigenze diverse e talora contrastanti. Un «equilibrio dinamico» che ha ispirato e dato il nome a un’originale «preghiera del ciclista». Una lode al Signore che può essere propria di ebrei, cristiani, musulmani, dal momento che si rivolge genericamente all’Onnipotente. Viene proposta a partire da Gerusalemme, città sacra alle religioni monoteiste. È stata composta da due appassionati, Silvio Falabella ed Ernesto Zucchi, già grandi tifosi di Fausto Coppi e Gino Bartali, insieme con il cardinale Renato Corti, recentemente scomparso, vescovo emerito di Novara. In essa si ringrazia Dio per avere il privilegio di percorrere lunghe strade in bicicletta: «Signore fa’ che io coltivi / quel modo di parlare e di agire / pieno di saggezza che aiuti / a condurre la mia esistenza / con giusto equilibrio dinamico».

Andare in bicicletta può trasformarsi addirittura in un tempo di «esercizi spirituali». Ne è convinto Domenico di Lorenzo, 47 anni, insegnante di italiano, storia e geografia e grande viaggiatore. Di chilometri ne ha macinati tanti: oltre 14 mila tra Italia (Basilicata, Marche, Umbria, Toscana) ed Europa (Norvegia, Finlandia, Svezia, Irlanda, Corsica e due vie sul Cammino di Santiago). Esperienze che ha raccolto in un volume, intitolato appunto: Esercizi spirituali in bicicletta. Quello in bici, spiega, è «un viaggio che offre la possibilità di vivere un’esperienza di vita autentica. Aiuta a conoscere se stessi, le proprie potenzialità e i propri limiti.

Senza dimenticare che, anche in questo periodo di riposo forzato da coronavirus, vissuto all’insegna del «#iorestoacasa», c’è la possibilità, per gli appassionati, di viaggi virtuali sulla due ruote. Basta scaricare una semplice App e si potranno percorrere idealmente strade e visitare luoghi inesplorati: un modo per muoversi su strade e sentieri che ci hanno sempre fatto sentire un tutt’uno con la natura, in un mondo che, seppur «malato», rimane sempre meraviglioso.

Irriducibile rivoluzionaria

(di Stefano Marchetti)

La bicicletta, sottolinea Stefano Pivato, ha siglato momenti epici della storia, accompagnando il riscatto sociale delle classi più fragili.

Già ai suoi esordi, nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, la bicicletta era un mezzo rivoluzionario: per la prima volta l’uomo poteva staccare i piedi dal suolo e quadruplicava la sua velocità negli spostamenti. Ma era solo l’inizio... Nell’arco degli anni, la bicicletta ha siglato momenti epici della storia, ha accompagnato il riscatto sociale delle classi più fragili, è divenuta protagonista anche del non facile percorso dell’emancipazione femminile, ha ridotto le distanze, ci ha fatto appassionare per le imprese di velocisti e scalatori. «La bicicletta ha avuto sempre la capacità di distribuire vita, gioia, felicità», osserva il professor Stefano Pivato, docente di Storia contemporanea all’Università di Urbino, che alla Storia sociale della bicicletta ha dedicato un gustosissimo saggio edito da Il Mulino.

E pensare che la bici è nata come un mezzo aristocratico: il primo biciclo, con la gigantesca ruota anteriore (comparso attorno al 1870), era considerato un segno di distinzione sociale e pochi se lo potevano permettere. Di lì a poco, però, l’evoluzione tecnica avrebbe portato alla creazione della bicicletta come la conosciamo noi, con le due ruote uguali, via via più maneggevole e sicura. Dal 1885 in poi anche in Italia (grazie ad aziende storiche come Bianchi, Olympia, Maino e Dei, Atala o Torpado) la bici ha sfondato diventando onnipresente, un bene di consumo popolare. Nel 1896, secondo le prime statistiche, in Italia circolavano circa 30 mila biciclette, e appena vent’anni dopo più di un milione e 300 mila. «Frutto della cultura positivistica, la bicicletta prometteva ottimismo, progresso, novità – fa notare Pivato –. Eppure nella sua storia si può leggere anche il difficile rapporto tra la modernità e il nostro Paese».

Già, perché non sempre la bicicletta è stata vista di buon occhio. Troppo moderna, troppo «facile». In una società conservatrice come quella tra Otto e Novecento, andare in bici era un gesto quasi sfrontato, «perché prefigurava un allontanamento – ricorda il docente –. Una donna in bicicletta si staccava dalla casa e dal focolare domestico, un giovane prendeva distanza dai luoghi dell’educazione tradizionale». E se per Olindo Guerrini (nella prefazione a La scienza in cucina di Pellegrino Artusi) la «santa bicicletta» stimolava l’appetito e andava incontro ai grandi piaceri della vita, c’era chi non era proprio d’accordo. La «ciclofobia», l’avversione alla bicicletta, era trasversale: Cesare Lombroso, padre dell’antropologia criminale e spirito laico, abbinava bicicletta e delinquenti, e in parallelo la Chiesa temeva che le due ruote potessero favorire una forma di neopaganesimo, tanto che nel 1894 il cardinale Giuseppe Sarto (futuro Papa San Pio X) ne proibì l’uso ai sacerdoti, anche se per molti di loro era comodissimo inforcare la bici per raggiungere i parrocchiani in campagna.

Eppure, nonostante tutto, la bici non si è fermata: ha trasportato le staffette partigiane durante la Resistenza, così come è divenuta il simbolo di una nuova libertà per i braccianti della Valle Padana o per gli operai. Per Antonio, il protagonista di Ladri di biciclette, capolavoro neorealista di Vittorio De Sica, le due ruote sono la vita, la speranza, il lavoro: senza una bicicletta non potrebbe mantenere l’impiego come attacchino comunale.

Ma se la sua modernità è stata la leva per la sua affermazione, negli anni del boom economico la bicicletta è stata vista invece come un mezzo antiquato, antimoderno. Molto meglio le quattro ruote: guidare una 600 era più brillante, il sogno di molte famiglie. «Quello è stato il momento buio per la bici», ammette Pivato. Tuttavia la bicicletta, come i gatti, ha sette vite. Oggi che tutti desideriamo città liberate dal traffico e dallo smog, e privilegiamo una mobilità più dolce e più garbata, la bicicletta si prende la rivincita, è amata da milioni di persone di tutte le età «e diventa lo strumento di una nuova "antimodernità" in chiave positiva», sottolinea lo storico. La bici è l’emblema del rispetto della natura e dell’ambiente, dell’attenzione alla salute, della praticità di muoversi anche dove le auto non arrivano, della lentezza che consente di apprezzare il mondo tutt’attorno. Ancora una volta, dunque, la bicicletta ci aiuta a ribaltare i luoghi comuni. Irriducibile rivoluzionaria.

 

(L'edizione integrale del dossier è pubblicata sul numero di maggio del «Messaggero di sant'Antonio» e sulla versione digitale della rivista). 

 

Data di aggiornamento: 29 Maggio 2020
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