Cibo e spiritualità: la strana coppia

Secondo il filosofo ottocentesco Feuerbach, l’uomo è ciò che mangia. Un’immagine densa di materialità che ci riporta in realtà allo stretto legame esistente tra nutrimento e vita spirituale. Perché dando voce al corpo ci riappropriamo del divino.
18 Aprile 2015 | di

«La religione cristiana non è una vaga emozione interiore che ci invita a decollare dalla realtà verso cieli mitici e misticheggianti. È una fede legata ai corpi, alla storia, all’esistenza. Una società sbrigativa e superficiale che ingurgita cibi a caso in un fast food, che ignora lo spreco alimentare, che si infastidisce quando si evoca lo spettro della fame nel mondo, che si oppone all’ospitalità, ha perso non solo la dimensione simbolica del cibo, ma anche la spiritualità che in quel segno è celata. Per questo ritornare alla civiltà e alla simbologia del cibo ha un valore culturale e spirituale».
Lo scriveva di recente («Avvenire», 30 gennaio) il presidente del Pontificio consiglio per la cultura, cardinale Gianfranco Ravasi, in un articolo dedicato proprio ai temi del prossimo Expo (Nutrire il pianeta, Energia per la vita). Eppure ancora oggi, nel sentire comune, niente alla pari del cibo, nella sua materialità, sembra allontanare la dimensione spirituale dall’essere umano, quando non addirittura ostacolarla. Ma cominciamo dall’inizio. Che cos’è la spiritualità? E qual è il suo legame con il cibo?
«Noi abbiamo un’idea molto immateriale di spiritualità – risponde padre Jean-Paul Hernandez, gesuita, cappellano universitario alla Sapienza di Roma e fino a qualche mese fa animatore del gruppo “Cibo e spiritualità”, di Bologna –. E invece nella Bibbia “spirituale” non equivale a “immateriale”, ma a relazionale. La parola ebraica che noi traduciamo con “spirito” significa infatti “respiro”, “alito” e dunque è qualcosa che ha molto a che fare con il corpo, con l’intimità di una relazione, nella quale, appunto, due persone si scambiano un soffio, un respiro». «Prima di tutto noi siamo corpo – continua il gesuita –, un corpo con la capacità di relazionarsi, ed è attraverso il corpo che si fa esperienza di Dio. Ma il corpo ha bisogno di nutrirsi per vivere. Anzi, potremmo dire che il mangiare è una storia del corpo. Ecco perché il cibo è così strettamente connesso con la spiritualità. Quando mangiamo, noi mostriamo che continuamente riceviamo la vita da qualcosa di esterno che immettiamo in noi. Attraverso il cibo noi giungiamo a celebrare il nostro limite, riconosciamo di non essere autosufficienti, onnipotenti. Ma, al contempo, diciamo che il limite è una cosa positiva, perché è ciò che rende possibile la relazione con gli altri. Mangiare, insomma, richiama l’opera di Dio che continuamente ci nutre, ci dà la vita».
Il legame tra cibo e spiritualità è evidente anche per fratel Luciano Manicardi, biblista e vice priore della Comunità di Bose (BI), che sul tema ha elaborato numerose riflessioni. «Il cibo – avverte – ha a che fare con il senso stesso della vita. Antropologicamente esso, o per meglio dire l’atto del mangiare, ha una valenza simbolica. Il mangiare, ma ancor prima il cucinare e il mangiare insieme hanno forti valenze spirituali. A tavola non si condivide soltanto il cibo, ma sguardi, parole, sorrisi, cioè il senso della vita sostenuto dal cibo stesso: mangiare insieme è una dimensione che apre alla comunione».
Una comunione di cui si fa esperienza sin dalla primissima infanzia, nel rapporto madre-neonato. «Mangiando – conferma Manicardi – entriamo in relazione con il mondo, perché esprimiamo non solo il nostro appetito fisico, ma anche il nostro desiderio, la nostra affettività». Alimentarsi richiama infatti la dimensione orale dell’individuo, quel rapporto affettivo primordiale che il neonato instaura con la madre che lo allatta e che è il suo primo modo di relazionarsi con il mondo. «E poi, altro aspetto importante – rileva Manicardi –, nel rapporto tra chi mangia e il cibo che viene mangiato si inserisce la preghiera, il ringraziamento, gli ebrei direbbero la berakah, la benedizione. Noi cristiani ringraziamo per quel cibo, che esprime in realtà il mondo intero, perché sappiamo che tra noi e lui vi è quel terzo che è il Signore, nostro e di ciò che stiamo mangiando».
Le pagine dei Vangeli sono ricche di episodi nei quali si narra di Gesù alle prese con il cibo. Addirittura la sua prima manifestazione pubblica, le nozze di Cana, ha a che fare con un banchetto. Che cosa ci dice questo? «Ci dice che il luogo in cui Gesù annunciava la comunione di Dio con gli uomini non era uno spazio sacro – spiega Manicardi –. E non era nemmeno un tempo separato e sacro. Egli parlava e agiva nel quotidiano e spesso lo faceva in quel gesto quotidiano che è il pasto condiviso. In Gesù, però, non c’è solo il mangiare insieme, ma anche il dare cibo a chi non ne ha. L’insegnamento di Gesù ha a che fare con la condivisione ma anche con la giustizia».
«Non dimentichiamo che il rapporto con il cibo è prima di tutto relazione con chi ha preparato da mangiare – puntualizza padre Hernandez –. Le generazioni degli ultimi decenni sono le prime della storia in cui si è perso il legame tra chi mangia e chi ha preparato il cibo. La mamma che fa da mangiare per i suoi figli mette sul piatto non soltanto una materia organica, ma una mattinata della sua vita: ha pensato che cosa avrebbe fatto loro piacere, ma anche che cosa avrebbe fatto loro del bene; è andata a fare la spesa; ha cucinato. Quella madre ha offerto il suo tempo come cibo per i figli. Quando noi mangiamo, allora, mangiamo innanzitutto il tempo dell’altro. E la Bibbia ci dice che il tempo è il corpo: il corpo è la memoria, il tempo sedimentato. Ecco allora che quando noi mangiamo il tempo di colui o di colei che ci ha preparato da mangiare, siamo già molto vicini alle parole di Gesù: “Questo è il mio corpo e questo il mio sangue”. In fondo anche una mamma potrebbe dire la stessa cosa: tu, figlio, mangiando questo piatto preparato da me, mangi me, la mia vita, quel tempo della mia vita che ho consumato per te».
Condividere insieme il cibo ci rende parte dello stesso corpo o dello stesso destino, dunque. Mangiando insieme ci si fa compagni, parola che deriva proprio da cum panis, cioè persone che dividono lo stesso pane. «Torniamo ancora a Gesù. Egli è Dio, è autosufficiente – dice padre Jean-Paul –. Che bisogno aveva di mangiare con gli uomini? Lo fa perché accetta di diventare come loro, bisognoso di mangiare». Ma Gesù non si limitava a mangiare. Sedeva a tavola con pubblicani e peccatori, scelta all’epoca proibita dalla legge e, secondo alcuni studiosi, all’origine della sua condanna a morte.
«Il “mangiare con” in Israele era un segno di profonda comunione e nessuno poteva essere in comunione con chi faceva del male, con chi era estraneo alla comunità – chiosa padre Jean-Paul –. Anche nel primo cristianesimo questo rappresentava un problema: quando san Paolo apre ai pagani, la più grande difficoltà la incontra nel far mangiare insieme pagani ed ebrei. Eppure è proprio questo mangiare insieme di pagani ed ebrei il segno di comunione che fonda la prima comunità cristiana. Le comunità cristiane di san Paolo, infatti, si riconoscono proprio perché mangiano insieme». Ma questo gesto di comunione dice anche altro. «Il condividere il cibo con peccatori e pubblicani – ricorda Jean-Paul Hernandez – è segno del perdono dei peccati. Il peccato per la Bibbia è separazione. Gesù che mangia con i peccatori, allora, copre totalmente la distanza tra Dio e colui che ha peccato. Quando Gesù mangia insieme con i peccatori in realtà dice: è arrivata la fine della storia, la salvezza per tutti, anche i peccatori adesso mangiano alla tavola di Dio».
Gesù sapeva cucinare?
Il frequente utilizzo che Gesù fa nel Vangelo di immagini legate al cibo o al cucinare ha aperto anche altre affascinanti ipotesi. Come quella che lo vorrebbe cuoco. È di questo parere, tra gli altri, il teologo Giovanni Cesare Pagazzi nel volumetto La cucina del Risorto (Emi, 2014). Scrive Pagazzi: «Gesù non solo gode della convivialità della tavola e nutre gli affamati, ma si mostra pure intenditore del processo di produzione e approvvigionamento delle materie prime degli alimenti: il frumento da seminare e raccogliere (Mt 13,3-9; 24-30), i pesci da pescare e scegliere (Mt 13,47-50), un ortaggio adatto per i condimenti (Mt 13,31-32), il sale per insaporire (Mt 5,13)… I Vangeli regalano un altro tratto poco conosciuto di Gesù: con buona probabilità sapeva cucinare!».
L’apice, però, potremmo dire che Gesù lo raggiunge durante l’ultima cena, con l’istituzione dell’Eucaristia, nella quale giunge a offrire se stesso in cibo e bevanda. «L’Eucaristia ci insegna molto sul nostro rapporto con il cibo – sottolinea ancora fratel Manicardi –. Purtroppo la pratica eucaristica, così come si è venuta stabilendo in epoca moderna, dalla controriforma in poi, ha perso un po’ della sua forza. Mi spiego. Da un lato noi nell’Eucaristia ci relazioniamo con il Signore nel modo più duraturo possibile, cioè attraverso l’assunzione di un alimento, dall’altro abbiamo permesso che questa stessa materialità del mangiare il corpo di Cristo si rendesse evanescente, passando dal pane all’esile e sottile ostia e giungendo in alcuni momenti addirittura a dire che l’ostia non deve essere toccata dai denti del comunicante. Nei Vangeli poi si parla anche di vino, di quel calice a cui Gesù vuole che tutti bevano e che invece oggi spesso non viene incluso in forma comunitaria nella celebrazione eucaristica. L’Eucaristia, poi, oltre che questa dimensione profonda di assimilazione del Cristo, ci insegna anche la dimensione della fraternità. Anche quest’ultima andrebbe espressa in modo un po’ meno goffo nelle liturgie eucaristiche, recuperando un vero e proprio abbraccio di pace capace di mostrare la dimensione di fraternità concreta che si stabilisce accanto alla tavola eucaristica».
Digiuno:l’ascolto del corpo
Ma se il cibo è così densamente abitato di echi spirituali, com’è che moltissimi santi e sante hanno fatto del digiuno il loro punto di forza? Perché digiunare, insomma, se il cibo conduce a Dio? Secondo il monaco cistercense Carlos Maria Antunes, autore del volume Solo il povero sa farsi pane. Digiuno, interiorità e compassione (Paoline, 2014), ci sono due atteggiamenti che un cristiano dovrebbe rifuggire: rimpinzarsi di qualunque cibo, prediligendo un criterio quantitativo a uno qualitativo e, al contrario, lasciarsi catturare da un’eccessiva ricercatezza in relazione al cibo. Entrambi gli atteggiamenti sarebbero «toppe messe sullo strappo della nostra fame più profonda, la fame che ci abita, che chiede di essere ascoltata e che il digiuno può aiutare a riportare alla luce». Il digiuno, quindi, dà voce al corpo e, proprio attraverso di esso, ci riconduce a Dio.
«Non si digiuna perché il cibo sia impuro – gli fa eco Manicardi –. Nella prima lettera di san Paolo a Timoteo si dice che ogni creatura di Dio è buona se accolta col rendimento di grazie, che ci permette di riconoscere il dono, l’alterità alla quale ci rapportiamo mediante il ringraziamento. La tradizione cristiana, fondandosi sul Vangelo e sull’esempio di Cristo che ha digiunato nel deserto, ha elaborato una pratica di purificazione dell’appetito. Oggi potremmo rileggere il digiuno come educazione dell’oralità o addirittura educazione del desiderio, perché in quell’appetito fondamentale si rispecchia ogni altro appetito. Il digiuno, quindi, non è un fine ma un mezzo della vita cristiana. E ci sono parecchi detti dei Padri del deserto i quali ci ricordano che, se una persona digiunando diventa cattiva, nervosa, capace di “divorare” gli altri, è molto meglio che mangi. Il fine della vita cristiana è la carità. Meglio mangiare qualcosa in più ed essere più miti che digiunare e offendere la carità».
Alla fine di questo nostro breve percorso sul rapporto cibo-spiritualità, una domanda è d’obbligo: come possiamo oggi tornare a vivere il nostro rapporto con il cibo in modo più umano e quindi più cristiano?
«Innanzitutto chiedendoci quale sia il processo produttivo che ha portato il cibo sul piatto, quali sono le ingiustizie provocate da tale prodotto – avverte padre Jean-Paul Hernandez –. E poi ricercando la comunione di tavola con gli esclusi. Questo è un gesto semplicissimo, che abbiamo ereditato dalla Chiesa primitiva: in essa l’importante non era dar da mangiare “a”, ma mangiare “con”. Gesù non aveva creato una Ong per dare da mangiare a chi aveva fame. C’è stata la moltiplicazione dei pani, è vero, ma non era questo il primo problema di Gesù, bensì quello di creare comunione. Oggi dobbiamo fare un salto di qualità. Nelle nostre chiese abbiamo tante istituzioni straordinarie che forniscono pasti, e per loro dobbiamo ringraziare Dio. Ma non possiamo accontentarci di questo. Dobbiamo ricominciare a metterci a tavola con i poveri, con gli esclusi. Quando i cristiani saranno di nuovo conosciuti come coloro che mangiano con, forse cambierà qualcosa anche nelle nostre comunità ecclesiali. Negli ultimi vent’anni gli esegeti hanno studiato come il primo cristianesimo utilizzasse quale strumento missionario, di evangelizzazione, la comunione di tavola: l’aspetto dirompente del fatto di mangiare insieme, cristiani, peccatori e pagani. Questo colpiva più che la parola del Vangelo. Il mangiare “con” è importante. Forse è questa la via da riscoprire».
 
L'ESPERIENZANutrire l’anima
«Bologna è una donna emiliana di zigomo forte, Bologna capace d’ amore, capace di morte, che sa quel che conta e che vale, che sa dov’ è il sugo del sale...». Mi vengono in mente le parole di Bologna, canzone di Francesco Guccini, poeta in note e cantore d’Emilia, mentre cammino sotto i portici di Bologna, in un pomeriggio di marzo. La mia meta è il centro Poggeschi, gestito dai padri gesuiti, nel cuore della città. Mi accoglie un portone anonimo, che apre a inaspettati giardini nei quali germogliano improbabili piante di banano che fanno pensare che tra queste mura il mondo intero è di casa. Ad attendermi c’è Elena Schilirò. Il motivo del nostro incontro è un gruppo, qui nato poco più di un anno fa, dal nome significativo: «Cibo e spiritualità».
«Siamo un gruppo di giovani, provenienti da contesti differenti, uniti dall’interesse per la cucina – racconta Elena –. Frequentavamo tutti la rete Loyola dei gesuiti di Bologna, e così abbiamo pensato di condividere la nostra passione, mettendo in comune anche esperienze personali legate al cibo». Il gruppo si incontra una volta alla settimana per riflettere, condividere, pregare, supportato in questo cammino da un padre gesuita. A un certo punto del loro percorso, però, i giovani decidono di aprirsi anche a contributi esterni e di rendere pubblici questi incontri, che hanno uno schema pressoché fisso: un focus su alcuni alimenti (per esempio, il pane, il vino, il miele…) o tematiche più generali (lo spreco di cibo, cibo e memoria...) guidato da un esperto, cui segue un momento conviviale in genere a base di pane e vino o qualche dolcetto rigorosamente fatto in casa. L’incontro si conclude sempre con una sorta di lectio di taglio storico/antropologico/biblico, condotta da un padre gesuita. «L’esperienza del gruppo ci ha fatto maturare una consapevolezza nuova – conclude Elena – che coinvolge vari aspetti. Un più profondo rispetto per il cibo e per chi lo produce o prepara; un riscoprire l’universo di relazioni che attorno al mangiare si dipana; un ritrovare il piacere dell’ascolto e del confronto su un tema che coinvolge proprio tutti e che ha delle forti valenze sociali; un approccio critico nei confronti di situazioni di disuguaglianza ancora troppo frequenti nel mondo».
Saluto Elena e, sulla via del ritorno, rimugino su quello che mi ha raccontato. E penso che è proprio vero: il cibo nutre il corpo, la mente ma anche, e forse soprattutto, lo spirito.
 
IL DOCUMENTO«Cibo che nutre. Per una vita sana e santa»
di fra Marco Tasca*
 Questo è il titolo della Lettera che fra Marco Tasca, Ministro generale dei Frati minori conventuali, ha inviato a tutto l’Ordine in occasione dell’Expo. Una riflessione a 360 gradi sul cibo e sui suoi significati. Anche sul suo legame con la spiritualità. Ne riportiamo alcuni stralci.
 
Tra cibo e spiritualità intercorre da sempre un legame stretto e inscindibile, non solo di carattere funzionale: noi siamo anche quello che mangiamo o non mangiamo, e il rapportarci con il «pane quotidiano» che è nostro e altrui, dono del Signore perché nessuno ne venga a mancare, dice molto della nostra identità cristiana. (…) Nutrirsi e nutrire, sono due gesti che fanno l’intelaiatura della vita e nel loro ripetersi garantiscono la sua sussistenza. Anche se la routine ci ha sottratto questo senso profondo, il cibo è ciò che ci strappa alla morte, rivelandoci la limitatezza dell’esistenza umana, il fatto di essere creature bisognose e dipendenti. Il cibo, poi, non nutre solo il corpo, ma consolida e custodisce le relazioni, le arricchisce e le qualifica. Anche per questo il pane non è mai solo pane, ma rimanda al rapporto buono o malato che noi intratteniamo con il mondo, le cose, gli altri vicini e lontani, con il nostro e l’altrui corpo. Nutrirsi e nutrire esprime anche una separazione dei tempi, a seconda della densità di significato e di importanza che questi hanno in rapporto alla vita personale e comunitaria. Vi sono i pasti quotidiani, quelli festivi e i tempi di digiuno, che consistono in una privazione temporanea del cibo o in una diminuzione nell’assunzione dello stesso. Se il cibo della festa, in abbondanza e quasi in eccesso, è una intensificazione dell’offerta di alimenti e di bevande che ha come obiettivo il “fare festa”, il digiuno rimanda al vero nutrimento, quello fraterno e spirituale, mentre normalmente il cibo è realtà quotidiana la cui verità è il percepirlo, tanto o poco che sia, come dono. (…)
Non va sottovalutata l’importanza dell’orazione prima dei pasti (...). Attraverso il distanziamento della benedizione viene simbolicamente superata ogni avidità, ogni ingordigia, ogni aggressività: esso, infatti, collega a Dio e ai fratelli la realtà del cibo, leggendone la provenienza (da Dio, appunto) e la destinazione (per tutti i presenti e non solo) insieme alla bontà (...). Il cibo è così identificato nella sua qualità profonda di dono del tutto positivo ricevuto e da ridonare, di cui non ci si può appropriare a scapito degli altri.
Orientandoci oltre l’ingratitudine, quella superficialità che ci fa considerare quanto riceviamo come scontato; oltre l’autosufficienza, che ci illude di bastare a noi stessi; ma anche oltre l’indifferenza, che neutralizza l’altro poiché giudica la sua presenza troppo ingombrante e al limite competitiva. 
L’intreccio del cibo con il mondo, con la vita e con gli altri è più stretto di quanto si pensi, e ci pone “sul piatto” una delle grandi questioni dell’esistenza umana: il rapporto tra natura e cultura. Pensiamo soltanto al fatto che nell’Eucaristia noi non offriamo il grano e l’uva, bensì il pane e il vino, quindi una storia di abilità e di trasformazioni, di lavoro e di fatica, nella quale l’uomo ha accolto, adattandoli a sé, i doni del Creatore. Oltre a ciò, il cibo è sempre un rimando ad altro: a chi lo produce (a volte in regime di sfruttamento o retribuzione ingiusta, o anche di privazione di diritti), al luogo dove viene prodotto (per cui si parla di prodotti a chilometri zero, più genuini e meno inquinanti), al modo in cui viene consumato (in solitudine, nei pranzi veloci e seriali stile fast food, oppure nella convivialità). A partire dal cibo, quindi, possono essere sollevati molti interrogativi, anche drammatici: quanta giustizia e quanta ingiustizia, quanta pace e quanta violenza, quanto lavoro e quanta rapina nel gesto naturale, spontaneo e necessario di nutrirsi? Parlare del cibo, che non è solo “carburante” per vivere ma implica dimensioni relazionali a corto e lungo raggio, significa parlare dei grandi problemi che attanagliano e preoccupano l’umanità, e spinge il nostro sguardo verso orizzonti più vasti e spesso trascurati.
*Ministro Generale dei Frati minori conventuali
 
I LIBRI
Costi Bendaly, Il digiuno cristiano
Qiqajon, € 8,50
 Michael Pollan, Il dilemma dell’onnivoro
Adelphi, € 14,00
 G.C. Pagazzi, La cucina del risorto
EMI, € 5,00
 Lucio Coco, A pranzo con i padri del deserto
EMP, € 4,50
 Carlos Maria Antunes, Solo il povero sa farsi pane
Paoline, € 14,00
 
 

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017
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