25 Novembre 2021

Ciò che è più giusto

Per ovviare agli insuccessi scolastici della figlia traumatizzata da un’aggressione, un padre si trova a dover scegliere tra una raccomandazione e un fallimento, nel film «Un padre, una figlia».
cattorini novembre 2021

Romeo Aldea è medico chirurgo in una piccola città della Romania. Coabita con la moglie Magda (una bibliotecaria delicata e triste, che ha il vizio del fumo) e con la figlia Eliza, una studentessa modello che sta concludendo la scuola media superiore. Il rapporto matrimoniale è ormai freddo e distaccato. Romeo dorme sul divano in soggiorno. È rimasto tra i coniugi un rispetto dignitoso, ma anche un vuoto affettivo e la donna ha chiesto al marito di lasciare la casa: «Non è più casa tua, qui non ci puoi più stare». Romeo, del resto, ha un’amante, Sandra, una bella e giovane insegnante, già sua paziente, la quale ha un figlio e invita Romeo a scelte sentimentali più chiare e definitive.

Eliza, nel frattempo, ha un incidente proprio alla vigilia degli esami. Un’aggressione a sfondo sessuale la traumatizza e le procura una lussazione del polso. In tali condizioni, la ragazza consegue mediocri votazioni alle prime prove. Per aiutarla, a Romeo viene consigliato da un amico poliziotto (!) di accettare un illegale scambio di favori: la manipolazione dei test scolastici in cambio di una raccomandazione clinica per Bulai, un doganiere trafficone malato di fegato e in attesa di un trapianto. Come si risolverà questo dilemma morale? La tentazione della corruzione piegherà la correttezza di un professionista?

L’etica del padre, così attivistico, premuroso, trafelato e oblativo, è scandita dalle sue massime: «Le cose vanno tenute sotto controllo», «Me ne occupo io», «Dai sbrigati, sei pronta?», «Hai fatto tutto?», «Pensa a te stessa Eliza!». Col suo cellulare sempre acceso, Romeo è una sorta di tappabuchi per le carenze materiali ed emotive dei propri cari, per i quali egli si prodiga in modo trepidante e affannato. È un buon uomo e un medico onesto, ma impone i suoi ingombranti tabù, decide da solo ciò che va detto oppure taciuto. Nel suo perfezionismo pedagogico rischia di trasformarsi in un detective paranoico.

Il volere di un genitore 

C’è un nucleo di amara malinconia in questo apprezzato chirurgo protagonista del film Un padre, una figlia (Bacalaureat, Romania/Francia/Belgio 2016): egli aveva sperato in un futuro migliore per il proprio Paese e perciò aveva scelto, con la moglie, di tornare nella sua terra dopo la fine della dittatura. Ma gli ideali si sono infranti su un muro di inerzia politica e di corruzione sociale. Addirittura qualcuno lo detesta, tirandogli sassi sulla finestra e manomettendo la sua auto. Egli lenisce la propria insoddisfazione proiettando il desiderio di rivincita sulla figlia. La vorrebbe orientare, con modalità invadenti e direttive, verso una maturità a pieni voti, una borsa di studio in Inghilterra, un’esaltante professione di psicologa in una nazione moderna, libera, emancipata.

Ma contano davvero solo i risultati oppure vale anzitutto il significato dei gesti, la qualità delle azioni realizzate per il presunto bene dei figli? Il desiderio genitoriale, pur animato da buone intenzioni e da una comprensibile sete di riscatto, fraintende e soffoca l’identità di Eliza, svaluta le amicizie cui lei è legata, la relazione sentimentale col suo ragazzo, l’affetto femminile per la casa nativa, per la dolce nonnina cardiopatica, per la gracile madre.  

La trama del film di Cristian Mungiu, densa di interrogativi etici, è narrata attraverso una regia disillusa, scabra, povera di abbellimenti. Strade deserte popolate di cani randagi, edifici fatiscenti, buche scavate sul selciato, ospedali vetusti, funzionari demotivati e opportunisti vengono filmati come da una telecamera di sorveglianza, che ogni tanto si muove «a spalla» verso i personaggi per inseguire la traccia di una passione vera, di una novità liberante. Ma non basta la musica di Händel e Vivaldi (che lo spettatore ascolta come una frammentata colonna sonora), vibrante di classica religiosità (Mater dolorosa è uno dei brani), per trasformare una vita offesa e un mondo ferito in un’opera lirica, in una preghiera convincente.

La regia di Mungiu, classe 1968, formatosi dopo il cruento crollo del regime comunista rumeno (1989), fotografa, curiosa e leale, i dialoghi più intimi e sutura chirurgicamente, con uno scrupoloso montaggio, i difetti di comunicazione e i battiti di speranza, che pulsano nel cuore dei figli. Lo spettatore è calato in un mondo sconnesso e gli è richiesta un’identificazione solidale. Il regista «sta addosso» ai suoi personaggi e noi siamo condotti dentro le stanze di un’umanità dolente, ma non vinta. Empatizzando con il pianto solitario del protagonista, di notte, in un bosco, stringiamo un patto col narratore, alla ricerca di un finale degno, né pavido né violento, né indifferente né aggressivo e neppure complice del malaffare. Forse le nuove generazioni ci insegneranno a fare «ciò che è più giusto» sul piano personale e sociale.

 

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Data di aggiornamento: 25 Novembre 2021

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