Giuliano Razzoli, l’umiltà di un campione

La passione per lo sci, il valore dell’impegno, il punto fermo della fede.
13 Febbraio 2019 | di

L’azzurro della maglia nazionale si confonde con quello degli occhi di Giuliano Razzoli, sciatore e campione olimpico, ma prima ancora una persona vera, un atleta, un uomo grande, maturo, onesto e soprattutto semplice. L’umiltà traspare da ogni sua parola, quell’umiltà che ne fa un «grande» nel suo quotidiano prima ancora che sulle piste.

Quando e grazie a chi è iniziata la tua passione per lo sci?
Ero piccolo, avevo 4 anni. È iniziato tutto grazie a mio papà, maestro di sci. Poi, col passare degli anni, la sua passione è diventata la mia, anche se era una grande incombenza. Per un ragazzino è molto impegnativo, ma era importante per me. Ho amato questo sport fin da subito.
La tua prima gara ufficiale?
Avevo 9 anni, erano le prime gare e le disputavo vicino a casa, qui, sull’Appennino reggiano. Erano «garette» provinciali, mi divertivo molto. Me la cavavo bene e, anche se ne perdevo alcune, era comunque uno stimolo per crescere.
A chi ti ispiri?
Beh, io sono cresciuto mentre Alberto Tomba faceva la sua carriera. Più che ispirarmi, mi sono appassionato grazie a lui. Del resto, un campione attira sempre un ragazzo. Com'è successo a me.
Com’è stato essere campione olimpico?
È una fortuna esserlo, è l’emozione più bella per uno sportivo. L’Olimpiade è un evento molto sentito da tutto il mondo, e vincendo un evento così entri nella memoria, nella storia dello sport.
Che cosa si prova in quei momenti?
Ce la metti tutta, sai che non è facile ma tiri fuori il massimo e anche di più da te stesso. Io ce l’ho fatta, sono stato fortunato! È incredibile quando sali sul podio: suona l’inno nazionale, vedi gli amici e i sostenitori che impazziscono di gioia per quella vittoria.
Parliamo di Giuliano e la fede.
Ho avuto la fortuna di nascere e crescere in un paesino piccolo, dove, a differenza delle grandi città, dispersive, la tradizione cattolica c’è sempre stata. I miei genitori, il paese, la comunità, mi hanno trasmesso il valore della fede. I miei mi hanno stimolato a credere e mi hanno insegnato a pregare. Così è stato per la frequenza alla Messa. Da piccolo mi ci portavano, poi pian piano ho sentito il bisogno di andarci io. Crescendo ti fai una tua idea del rapporto con Dio, della fede, che ti aiuta a crescere e a maturare, ad andare avanti nei momenti belli e anche in quelli in cui qualcosa non va bene. È forse in quei momenti che scopri ancora di più come credere sia fondamentale per la vita di ciascuno.
Quali valori comunica lo sport ai giovani?
Praticare lo sport ti dà grandi valori, ti aiuta a capire che nulla è gratis, ti insegna a raggiungere gli obiettivi con lavoro serio, impegno, onestà, rispetto per gli avversari. Soprattutto quest'ultimo aspetto: se anche batti un avversario, lo rispetti sempre, ci stai insieme, lo apprezzi.
Hai un sogno che ancora non hai realizzato?
Sì, incontrare il Papa e parlare con lui. È una figura che mi attrae moltissimo.

L'intervista integrale è pubblicata sul Messaggero di sant'Antonio di febbraio 2019 e nella versione digitale della rivista. Provala subito!

Data di aggiornamento: 13 Febbraio 2019
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