La carità non va in pensione

La fede senza le opere è sterile. Lo sa bene don Armando Trevisiol che ha speso anima e corpo a servizio delle «periferie esistenziali» di Mestre, nel Patriarcato di Venezia.
14 Novembre 2021 | di

La cifra della sua vita è la carità. Di don Armando Trevisiol, 92 anni compiuti e portati alla grande, si può dire senza paura di smentita che abbia speso tutto se stesso, anima e corpo, per andare incontro a quelle che papa Francesco chiama «le periferie esistenziali». «Se la fede non è accompagnata dalle opere concrete, rimane sterile», predica lui che afferma «di essere arrivato, già da un pezzo, ai tempi supplementari» e di sperare che «il Signore perdoni i miei limiti e le mie mancanze per poter andare in Paradiso, quando sarà».

Di certo quel che lascerà in eredità a Mestre, e al Patriarcato di Venezia, è un capolavoro di innumerevoli azioni a favore dei poveri, frutto di uno stile di vita che incarna un amore per il prossimo testimoniato ogni giorno, con i fatti. «Tutto quello che don Armando ha realizzato – racconta chi meglio lo conosce – è stato possibile grazie alla generosità di tanta gente, alle offerte dei fedeli, costanti e anche ingenti. Nel corso degli anni ha gestito diversi milioni di euro, ma non ha mai avanzato un solo centesimo che non fosse destinato ai bisognosi e agli ultimi!». 

Le radici del bene

Primo di sette fratelli, don Armando nasce a Eraclea, in provincia di Venezia, il 15 marzo 1929. A 13 anni entra in Seminario ed è ordinato sacerdote il 26 giugno 1954 dall’allora patriarca Angelo Giuseppe Roncalli, il futuro papa e santo Giovanni XXIII. Cappellano a Santa Maria del Rosario a Venezia (Gesuati), dal ’56 al ’71 è vicario, in duomo a Mestre, di monsignor Valentino Vecchi, il quale presto diventerà per il giovane prete un vero maestro, al punto che a lui sono dedicati tutti i sette Centri per anziani autosufficienti che don Trevisiol erigerà nella terraferma veneziana dal 1994 ai giorni nostri.

A seguire diventa parroco dei Santi Gervasio e Protasio, a Carpenedo, fino al 2005 quando, compiuti i 75 anni, va «in pensione» per raggiunti limiti d’età, trasferendosi proprio in uno dei mini alloggi dei Centri don Vecchi, condomini protetti che accolgono in tutto mezzo migliaio di «creature» – parola tanto cara al sacerdote – giunte alla loro terza e quarta età. Lungo il suo ministero, inoltre, don Armando insegna alle scuole superiori, segue gli scout dell’Agesci, è assistente della San Vincenzo mestrina. L’elenco delle cose fatte, nei decenni, è lungo. In parrocchia, tra l’altro, costruisce il patronato, acquista e sistema la Malga dei faggi, casa di montagna per i giovani a Gosaldo (Belluno), e lo stesso fa con villa Flangini, sui colli di Asolo (Treviso), per gli anziani, ai quali dedica anche il Ritrovo, il circolo ricreativo che diventa un punto di riferimento nel quartiere.

Fiore all’occhiello, come si diceva, i sette Centri don Vecchi attorno ai quali gravitano anche i magazzini solidali con la distribuzione dei mobili e dei vestiti usati, dei viveri e dei generi alimentari in scadenza, la cui anticipazione fu la Bottega solidale ricavata in un piccolo chiosco a fianco della chiesa. Ora tutte queste attività sono confluite nel grande Centro di solidarietà cristiana Papa Francesco, costruito a Mestre, dove si contano oltre 400 accessi al giorno, giusto per dare la misura di quante persone vengono seguite. La filosofia di don Armando fa scuola: chi ha bisogno riceve l’aiuto in cambio di un’offerta simbolica e tutto il ricavato viene reinvestito per nuove, continue opere di bene. 

I maestri che plasmano

«Ho scoperto la vocazione da bambino, affascinato dalla figura carismatica dell’allora cappellano di Eraclea: don Nardino Mazzardis», racconta ricevendoci nei pochi metri quadri della sua abitazione. Poi l’impegno a fianco di monsignor Vecchi lascia una traccia indelebile: «Prima era stato mio insegnante, più tardi l’ho ritrovato in duomo a San Lorenzo. Era un uomo capace di anticipare il futuro con coraggio e fiducia, stravolgendo gli schemi, se necessario». Insieme compiono una grande opera di carità: la mensa di Ca’ Letizia che tuttora, ogni giorno, offre un pasto ai poveri e dove ci fu lo storico abbraccio con papa Giovanni Paolo II, nel 1985, in una delle soste del suo viaggio apostolico a Venezia.

«Non ho mai dimenticato la mia estrazione umile, da figlio di un carpentiere e con mamma casalinga. Ci sono stati alcuni sacerdoti, come don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, che hanno lasciato in me un’impronta decisa, mi hanno indicato la via da percorrere e il modo con cui volevo servire il Signore, da prete». Don Armando, che ha sempre vissuto nel poco, senza mai fare un giorno di vacanza, che non ha voluto neppure il titolo di monsignore offertogli in età avanzata, conferma: «Senza il supporto di tanta brava gente, non avrei combinato niente. Tantissime volte, fissato un obiettivo, ho avuto paura di non farcela. Ma la Provvidenza ci è sempre stata vicina. Come quella volta che in cuor mio facevo i conti senza riuscire a farli quadrare. Venne in canonica una benefattrice, la feci anche aspettare un po’ troppo. Poi, non appena mi vide e mi sussurrò: “Desidero donarle un miliardo” (delle vecchie lire, ndr), tutti i problemi e i pensieri vennero risolti di colpo».

Sempre nuovi traguardi

Anche ora, nonostante l’età, non smette di sognare nuovi traguardi da tagliare. «Abbiamo aperto l’ipermercato solidale grazie al quale proviamo a far fronte anche alle nuove indigenze scaturite con la pandemia. C’è una fetta di ceto medio che per la crisi economica e per questa emergenza sanitaria, che ha colpito tante persone e tante famiglie, è andato sotto la soglia di sopravvivenza. C’è una povertà dignitosa spesso nascosta: questa gente si vergogna di chiedere una mano, ma noi abbiamo il dovere di esserci». L’ingegno di don Armando ha permesso di escogitare diverse intuizioni per raccogliere fondi utili a fare del bene, come quando mise «in vendita» le stelle del soffitto della chiesa. Anche per questo, non è un mistero, per certi versi la sua figura è scomoda e l’appoggio non è sempre stato unanime.

«Dobbiamo fare rete tutti insieme, superare i campanilismi, mettere in atto una strategia d’azione capace di dare risposta alle domande e ai bisogni di questa nostra epoca – ragiona –. Le parrocchie, presenti in maniera capillare sul territorio, dovrebbero essere la prima interfaccia di una Chiesa aperta ai fratelli tutti. Ho, invece, il timore che troppo spesso il linguaggio usato dal pulpito e dentro le comunità cristiane sia distante dalla gente; che le strutture ecclesiali non sempre siano capaci d’intercettare le necessità del tessuto sociale. Prova ne è che quando ho offerto dei buoni spesa ad alcune parrocchie affinché fossero distribuiti ai loro poveri perché venissero all’ipermercato, c’è stato chi proprio non li ha usati. Allora, delle due l’una: o non ci sono poveri, che mi sembra improbabile, oppure non si riesce ad avere la sensibilità e l’organizzazione adatte per incontrarli e aiutarli».

Don Armando è adesso rettore della chiesa del cimitero di Mestre, cui riserva l’appellativo affettuoso di «mia cattedrale tra i cipressi», e si occupa anche di pastorale del lutto. In tanti lo raggiungono per ricevere una benedizione per sé e i propri cari defunti, per scambiare due parole, avere un consiglio. E lui, quest’uomo entrato nel cuore di credenti e non, mai ha smarrito la sua immensa capacità di accogliere e coinvolgere tante persone nel volontariato «perché – sottolinea – per fare del bene c’è sempre tempo e modo». Se Mestre, oggi, è sempre più città della carità a cui si guarda dall’Italia e dall’estero, tantissimo si deve a questo sacerdote che ne ha cambiato, in meglio, la storia. 

 

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Data di aggiornamento: 15 Novembre 2021
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