Le statue e la storia

Il dibattito: serve prendersela con i monumenti? Meglio sarebbe approfondire perché certi eventi non sono più condivisibili.
15 Gennaio 2021 | di

Statue abbattute, monumenti considerati inopportuni. La storia cambia, cambiano le storie. Ed è necessario conoscerle, per rielaborarle e superarle. Ma purtroppo non è sempre così. Spesso la rabbia dilaga, e tutto diventa nemico del presente. Da eliminare, da annullare.

Quanto accaduto mesi fa in America, Europa e nel resto del mondo fa parte del nostro modo di vivere la storia. Di ieri e di oggi. Il fatto. È il 25 maggio dello scorso anno quando a Minneapolis, in Minnesota, viene ucciso George Floyd, un afroamericano rimasto vittima di un brutale trattamento da parte della polizia. Negli Stati Uniti, e non solo lì purtroppo, razzismo e discriminazioni esistono ancora.

Da questa vicenda partono numerose manifestazioni di protesta. Rivendicano giustizia e uguaglianza. Ma tutto si complica quando si passa alla storia. In molte città degli Usa si trovano monumenti dedicati ai generali protagonisti della guerra civile del 1861-1865 e che combatterono per mantenere lo schiavismo negli Stati del Sud. Le loro statue, sostengono alcuni, vanno abbattute. Vale anche per Cristoforo Colombo, accusato di aver avviato la colonizzazione dell’America. E non solo per lui.

Il dramma della schiavitù è una delle antiche fratture che pesano sulla comunità afroamericana. Per questo è stata demolita anche la statua di Jefferson Davis, ex presidente degli Stati Confederati d’America in piena guerra civile americana. In Virginia, cuore dell’America schiavista, si parla di togliere al più presto la statua di Robert E. Lee, comandante in capo dell’armata sudista. Sorprendente, poi, anche quanto accaduto lo scorso 4 luglio, giorno dell’indipendenza americana, a Sacramento, in California: in questo caso a essere presa di mira una statua di san Junipero Serra (1713-1784), francescano originario di Maiorca (Spagna), canonizzato da papa Francesco nel 2015. Su di lui sono state diffuse, purtroppo, false leggende sullo schiavismo. Fondatore di diverse missioni in California, il santo francescano fu invece in realtà uno strenuo difensore dei diritti dei nativi.

Altre contestazioni accompagnate da danneggiamento delle opere, sono avvenute in questi mesi anche in Europa, dalla Gran Bretagna all’Italia. A Londra, il memoriale del primo ministro Winston Churchill è stato sfregiato con la scritta: «Era un razzista». Sotto accusa, per lo stesso motivo, persino il Mahatma Gandhi, leader dell’indipendenza indiana: con una petizione è stata chiesta la rimozione di una sua statua eretta a Leicester. Nel nostro Paese è successo con la statua di Indro Montanelli, considerato «colonialista e schiavista» per la sua esperienza giovanile nella guerra di Libia e il suo matrimonio di «madamato».

La condanna della memoria

L’iconoclastia ha origini antiche. Nell’impero bizantino portò alla distruzione sistematica di immagini sacre. Una pratica in uso nei secoli VIII e IX. Nel 726, l’imperatore Leone III Isaurico scelse di procedere con la distruzione delle immagini di culto per due motivi: difendere i cristiani dall’accusa di idolatria da parte dei musulmani e riaffermare la non rappresentabilità di Dio. Ma in genere quasi sempre, nell’antichità, quando un nuovo potere politico, un nuovo popolo o religione s’insediavano in un territorio, tutto il precedente patrimonio artistico veniva spazzato via e sostituito con quello delle nuove dottrine. Il personaggio sconfitto, al quale erano attribuite azioni negative, veniva condannato alla damnatio memoriae (condanna della memoria) e la sua immagine doveva essere materialmente cancellata. Tra questi, la regina egizia Hatshepsut, quinta sovrana della XVIII dinastia, che regnò tra il 1473 e il 1458 a.C. Con il tempo l’iconoclastia è cambiata ed è stata estesa anche ad altri ambiti.

Oggi l’iconoclasta è descritto così: «Chi esercita una critica demolitrice e sovversiva nei confronti dei princìpi, delle idee, delle convenzioni che regolano la società». Non è più una persona che rifiuta immagini religiose, dunque, ma chi si oppone fermamente a convinzioni radicate nella comunità in cui vive, a una consuetudine che ritiene di dover distruggere a livello ideologico o pratico. Dal Kazakistan all’Armenia, fino all’Ucraina e alla stessa Russia, le pulsioni indipendentiste dei popoli dell’ex Unione Sovietica hanno così portato all’abbattimento delle statue di Lenin, simbolo di un passato che si vuole dimenticare. E ciò è frequente soprattutto quando si è a un punto di svolta spesso drammatico, come a Baghdad, nel 2003, quando, dopo la caduta del regime, venne platealmente abbattuta la statua di Saddam Hussein.

A volte sono stati compiuti danni irreparabili al solo scopo di cancellare la memoria dei propri nemici: si è trattato di veri e propri atti terroristici distruttivi, come quelli compiuti dall’Isis con la frantumazione delle statue nel museo di Mosul o la distruzione del sito archeologico siriano e del teatro di Palmira. O quelli dei talebani che, nel 2001, fecero saltare i Buddha della valle di Bamiyan. Gesti da condannare in modo incondizionato. Perché demolire per cancellare non ha senso. È come voler abbattere il Colosseo solo perché al suo interno combattevano i gladiatori e gli schiavi venivano sbranati da bestie feroci. Qui trovarono la morte, tra l’altro, molti cristiani. Eppure nonostante quello che ha rappresentato in un certo periodo storico, è considerato uno dei più grandi monumenti al mondo da preservare. Così come la statua di Marco Aurelio del Campidoglio, imperatore di un impero schiavista, e lui stesso padrone di schiavi.

Per gli studiosi abbattere le statue, oggi, è una questione alquanto ridicola. «Gli iconoclasti – spiega Paolo Mieli, giornalista, storico, già direttore del «Corriere della Sera», autore di due recenti volumi Lampi sulla storia. Intrecci tra passato e presente (Rizzoli) e La terapia dell’oblio. Contro gli eccessi della memoria (Feltrinelli) – sono sempre stati contro la storia. La storia si compone e ricompone nel tempo. Se cerchiamo solo conferme alle nostre idee non progrediremo mai. Anche perché un popolo non può avere paura della propria storia, non può avere paura della verità. Non esistono verità assolute e vanno cercate con onestà intellettuale».

Conoscere la storia è molto importante, aiuta a capire meglio il presente perché in futuro non si ripetano eventi terribili. Perché «c’è sempre il rischio – afferma Alberto Angela, scrittore e divulgatore scientifico noto al grande pubblico – che i volti bui della storia riappaiano. L’unico modo per evitarlo è conoscerla. Raccontarla. Perché con l’alternarsi delle generazioni tutto viene stemperato e gradualmente dimenticato. Penso  a come possiamo spiegare ai nostri ragazzi, figli e alunni, quanto può essere feroce il passato e che si ha l’obbligo di non permettere che riaccada mai più». Il nostro essere persone, cittadini del mondo, affonda le radici in ciò che siamo stati e in tutto ciò che è stato prima di noi. «Perché la memoria – precisa Angela – è il più potente vaccino contro gli abissi della storia».

Un aiuto a comprendere

In ogni caso l’esistenza e il senso di un monumento dipendono dalla comunità e dal luogo in cui sorge. Le statue, per questo, aiutano a comprendere il presente, il mondo. «Abbatterle – sottolinea Alessandro Barbero, storico italiano, docente di storia medievale all’Università del Piemonte Orientale di Vercelli –, tradisce il vizio tipicamente occidentale di voler usare le tracce del passato per parlare dell’oggi».

Ci sono molte statue di personaggi che hanno lasciato un’impronta nella storia, che sono stati amati e ammirati da molti, e che possono aver commesso anche errori, o perfino crimini. «Mettersi a fare l’inventario delle statue e abbattere quelle che sono dedicate a personaggi storici non perfetti, e non in linea con i nostri valori odierni, è una forma di vergognoso e arrogante imperialismo culturale verso gli abitanti di quel luogo diverso che è il passato – aggiunge Barbero –. Con questo è scontato  dire che non ci devono essere statue di grandi delinquenti e mascalzoni che tutta l’umanità considera tali. Non ci sono monumenti di Hitler o di altri autori di crimini contro l’umanità».

Il dibattito, comunque, rimane aperto. Per alcuni studiosi, le statue, anziché venire distrutte, potrebbero venire conservate nei musei, perché la loro elevazione racconta un pezzo di storia, e anche quando esso ci ripugna dobbiamo avere il coraggio di esporlo se vogliamo comprenderne le brutture. Altri propongono momenti di studio e di confronto, soprattutto nelle scuole.

Altri ancora suggeriscono di aggiungere alla scultura una targa, raccontando luci e ombre della vicenda del personaggio. L’esempio viene da Barcellona, dove il sindaco si è opposto alla proposta di demolizione del monumento dedicato a Cristoforo Colombo, un’«icona per la città spagnola», buona o cattiva che sia. Ma ha ritenuto anche necessario far apporre su di esso informazioni sul contesto storico della scoperta dell’America. Al singolo spettatore il compito di approfondire il vissuto del personaggio e trarre le proprie conclusioni. Perché conoscere il passato, con le cose buone e quelle ignobili, serve a vivere il presente e a costruire il futuro.

 

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Data di aggiornamento: 15 Gennaio 2021
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