Nati in un giardino

Mariapia Veladiano, nella sua rubrica Bene-dire, riflette sulla comune chiamata a custodire e a coltivare la terra come un giardino in cui vivere in armonia.
25 Aprile 2020 | di

«Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato» (Gen 2,8). Nel progetto di Dio la nostra casa è un giardino in cui tutto è spontaneamente rigoglioso perché quattro fiumi lo bagnano e rendono la sua terra fertile e feconda. Non siamo nati per vivere in una scatola e poco più che scatole sono i nostri appartamenti di città in cui l’ingiustizia e le guerre portano a concentrarsi sempre di più i poveri del mondo. E anche noi, che poveri non siamo. Palazzi modulari, mille finestre uguali, e così i balconi uguali, le porte, i cancelli, i campanelli. A ogni svolta si ha l’impressione di trovarsi al punto di dieci svolte prima. Ci si orienta con i numeri delle strade e i numeri delle case e i numeri delle scale e degli interni. Leggiamo che uno dei primi sintomi della demenza è la perdita dell’orientamento. Non sappiamo tornare a casa, quando diventiamo anziani. E così non usciamo più, e abbiamo meno relazioni e meno stimoli e ci si chiede che cosa sia causa e che cosa effetto.

E questo abitare senza grazia, in spazi personali ridottissimi, senza possibilità di muoversi liberamente, di attenuare le crisi d’ansia grazie a una bella vista, una passeggiata in giardino, l’energia di un tronco, una chioma che ci regala il suono di mare che fanno le foglie, non sembra cosa buona nemmeno per le ansie dei nostri figli o le normali discussioni in un matrimonio. Quanti drammi familiari sarebbero evitati se si avesse lo spazio giusto in cui stare da soli a smaltire la rabbia di un momento, o un giardino in cui rasserenare la nostra normale inquietudine di esseri umani.

Abbiamo creato condizioni per dover vivere tutti in gabbiette attrezzate. Gabbiette per sani e gabbiette, un po’ più lontane e fuori da sguardi imbarazzati, per i malati. E infine gabbiette ancora più lontane per gli anziani. Non è un destino, questo. Insieme possiamo riprenderci la libertà e la bellezza alla quale siamo stati chiamati. Uscire dall’idea che il mondo va così. Gli alberi possono ancora essere piantati, le torri, almeno quelle dello scandalo, brutte, speculative, sfregi alla meraviglia della terra, possono ancora essere abbattute e lasciar posto a boschi e giardini in cui gli uomini e le donne possano abitare.

L’azione di coltivare la terra, piantare alberi, far crescere fiori è il «segno»  di oggi. «Se aboliamo i segni perdiamo l’orientamento», dicono i monaci certosini nel bellissimo film Il grande silenzio. È il momento dello spatiamentum, la passeggiata settimanale in cui i monaci escono dal silenzio delle celle e si scambiano pensieri, camminando. Nel film camminano nel bosco-giardino che circonda la Grande Chartreuse. Il giardino è in sé un segno. Il camminare durante lo spaziamentum è un segno. Ogni epoca ha bisogno dei suoi segni.

Nelle poesie, una parola che compare nel primo verso e anche nell’ultimo genera un’inclusione, una ripetizione che dà il senso intero della poesia. Il giardino è la nostra inclusione. San Paolo indica l’unica descrizione di paradiso presente nelle Scritture quando racconta di essere stato «rapito in paradiso» e avere udito «parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare» (2 Cor 12,4). La parola paradiso (paradeisos in greco) vuol dire giardino, giardino chiuso e lussureggiante. È un giardino ma non come quello della Genesi, perché il giardino-paradiso cui siamo chiamati non ricostituisce l’origine ma la rende perfetta.

Creati in un giardino, chiamati a custodire e coltivare la terra come un giardino, in cui tornare a vivere nella pace, fino al paradiso giardino di parole, armonia che si è compiuta. Anche grazie a noi, compiuta.

 

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Data di aggiornamento: 25 Aprile 2020
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