Ragazze in attesa
A Liegi in una casa famiglia (maison maternelle, casa materna in francese) cinque ragazze adolescenti vivono momenti decisivi della loro maturazione: attendono il bambino che hanno in grembo e poi se ne prendono cura, se sono in grado, oppure scelgono di affidarlo a coppie adottanti. Altre ragazze hanno già con loro un figlio e si preparano a inserirsi nel mercato del lavoro. Alcune sono spinte dal desiderio di creare una famiglia e, a tal fine, vogliono conoscere la verità della loro prima infanzia: in quali condizioni sono state concepite, come e perché sono rimaste sole. Lo chiedono alle loro problematiche mamme, se riescono a trovarle e a strapparle da una solitudine muta. I partner maschili (non conviventi) delle ragazze sentono con maggiore o minore coerenza la propria responsabilità genitoriale e ciò induce a scelte familiari diverse, provvisorie, sperimentali.
Jessica, Naïma, Perla, Julie e Arianna domandano aiuto a parenti o amiche di vecchia data (un’anziana maestra farà da testimone di un matrimonio), ricambiano la generosità offerta dall’entourage, si addestrano a esercitare i diritti e i doveri di piena cittadinanza. Se le difficoltà e le paure sono così grandi da paralizzarle, fanno un passo indietro e rimettono alla società il compito di donare ai neonati l’accudimento che essi meritano. Assieme ai singoli personaggi femminili, agisce da protagonista lo staff di ostetriche, infermiere, assistenti sociali, educatrici, che l’istituzione belga mette a loro disposizione gratuitamente. Sono professioniste mature, gelose custodi della privacy delle ragazze, ne rappresentano gli interessi, ricordano loro le ferree regole della convivenza e della riabilitazione ed esemplificano tacitamente tipologie di donne, lavoratrici, spose e mamme «sufficientemente buone» e accoglienti (come scriveva il pediatra e psicoanalista Winnicott), in grado di adattarsi ai bisogni confusi e mutevoli di chi ha sofferto una dolorosa carenza di sicurezza. Questo personale favorisce la solidarietà tra le ospiti della casa. Non è stato un trattato di morale a prevenire l’aborto. E non tutte le ragazze sono convinte pienamente della scelta che le ha spinte – a volte – contro il parere dei familiari. È stata forse la speranza di trovare un luogo-tempo di rifugio, un secondo grembo sociale, una voce di donna non sentenziosa né direttiva né tanto meno violenta. Insegnare l’etica d’inizio vita esige metodi sensibili alle singolarità dei gesti: tenere un bimbo in braccio, allattare, cambiare pannolini, conversare con sincerità, ascoltare il mormorio di chi cresce.
I registi del film Giovani madri (Belgio 2025), i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, non sono nuovi a drammi di carattere sociale (La ragazza senza nome, Due giorni una notte, Il figlio, La promesse). Hanno difeso sullo schermo i diritti democratici alle cure mediche, all’assistenza educativa, a un lavoro equamente retribuito, al voto, all’emancipazione di genere. Sono conquiste che non cadono dal cielo, ma si ottengono attraverso una protesta esplicita, una resistenza tenace e una lotta leale. La critica dell’aziendalismo, la contestazione del maschilismo e dell’indifferenza becera sono gli ingredienti di un’ideale di giustizia, della cui carenza gli adolescenti patiscono gli effetti, proprio mentre si aprono alla vita adulta.
La telecamera, con poverissimi mezzi, insegue i personaggi, che galleggiano in un presente instabile, stretto da un futuro rischioso (occorre gettare il cuore oltre l’ostacolo e vivere come se fosse il primo giorno) e oppresso da un passato di povertà, ignoranza, superficialità, abuso, tossicodipendenza, immigrazione. Chi ha messo al mondo quelle giovani non può o non vuole benedire la loro intraprendenza. I padri sono scomparsi, la religione è assente, lo stato sociale fa i conti con le ristrettezze economiche. Le fondazioni ricche sono altrove, l’influencing milionario non ha tempo per ragazze che mordono, ragazze interrotte e tuttavia ragazze mamme, feconde di un amore che sboccia perforando il ghiaccio del disinteresse. Lo stile registico sostiene il tono corale del film, anche i personaggi sono tanti ed è difficile approfondirne il carattere. Gli stacchi non sono brutali, il montaggio non è meccanico. Lo spettatore è invitato a immaginare un mondo ospitale per la gioia, che si fa largo tra smorfie preoccupate, stanche, rabbiose. Chi va al cinema cerca una maison maternelle che eviti menzogne, intrattenimenti idioti, diserzioni inammissibili. E trova qui un film antiretorico, frammentario, incompleto per definizione, curioso come un bambino che ti guarda, eppure solido come il verso di un poeta francese famoso. Un verso imparato alla scuola primaria, il quale ci accompagna col suo ritmo sereno.
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