La lingua degli angeli
«Il bel Paese e l’Italia, la bella lingua e l’italiano». Sergio Contreras, presidente del Comce (Consiglio imprenditoriale messicano del commercio estero) e alla guida di Pirelli in Messico, riassume così il senso di un legame che ha segnato la sua vita professionale.
Arrivato a Napoli per un master in amministrazione dei porti marittimi, ha imparato l’italiano e, con esso, un modo diverso di fare impresa. «Parlare la lingua mi ha consentito di entrare davvero nella comunità italiana, di comprendere la genialità degli italiani e di costruire relazioni solide», racconta Contreras.
Per quasi vent’anni direttore della Banca di Roma in Messico, poi presidente della Camera di commercio italiana, e oggi alla guida di una delle più significative realtà industriali italiane nel Paese latino-americano, Contreras incarna l’idea che l’italofonia sia un fattore competitivo. Il suo è un esempio concreto di come la lingua possa diventare un’infrastruttura economica.
In Messico, negli ultimi trent’anni, una strategia di sviluppo industriale ha portato il Paese a esportare oltre 620 miliardi di dollari l’anno, per il 90% manifatture. In questo processo, l’Italia ha avuto un ruolo di primo piano: più di 70 miliardi di dollari in macchinari acquistati in dieci anni, destinati soprattutto alle piccole e medie imprese.
E qui emerge la specificità del modello italiano: tecnologie flessibili, personalizzate, pensate per sostenere il tessuto produttivo locale. Parlare la stessa lingua ha facilitato la negoziazione, rafforzato la fiducia e accelerato i progetti.
«Gli italiani sono molto presenti nei Paesi in via di sviluppo – conferma Contreras –. E parlare l’italiano è un moltiplicatore di opportunità».
Un idioma che attrae
L’italofonia non è solo business. E anche identità plurale e spazio creativo. «Essere italofoni significa vivere sopra un confine, con due sguardi e un duplice passo», spiega la scrittrice Nadeesha Uyangoda, nata a Colombo (Sri Lanka) e cresciuta in Italia. L’italiano è la lingua della sua formazione e della sua produzione letteraria. Nei suoi incontri internazionali – dagli Istituti Italiani di Cultura di Oslo, Barcellona e New York al Festival «The Bridge» – la lingua diventa ponte tra esperienze differenti. Sempre più autori di origini diverse scelgono l’italiano per esprimersi, arricchendo cosi il panorama culturale con prospettive nuove. È un fenomeno che testimonia la vitalità di una lingua capace di includere e di trasformarsi.
A sostenerlo è anche la Società Dante Alighieri, nata nel 1889 per diffondere e difendere la lingua e la cultura italiana. Oggi conta su 438 comitati e scuole associate, 277 centri certificatori, oltre 100 presidi letterari e una piattaforma digitale per l’apprendimento a distanza. Il suoi presidente, Andrea Riccardi, durante la Prima conferenza sull’italofonia, svoltasi nel novembre scorso a Villa Madama, a Roma, ha ricordato come quasi un migliaio di scrittori non italiani abbiano scelto l’italiano per le loro opere: «Un dato che colpisce e che conferma la capacità della nostra lingua di attrarre, di creare appartenenza, generare umanesimo contemporaneo». L’italofonia, in questa prospettiva, è una comunità culturale globale in costruzione.
La dimensione simbolica
L’Istituto universitario europeo di Firenze dimostra anch’esso come la promozione dell’italiano sia parte integrante di una strategia di lungo periodo. Considerato uno dei principali centri di ricerca al mondo per le scienze sociali e gli studi europei, l’Istituto è una comunita internazionale di oltre duemila persone.
Secondo il segretario generale Andrea Barucco, ogni anno offre 71 corsi di lingua italiana, con centinaia di iscritti, coinvolgendo anche le famiglie di studenti e ricercatori. «Si crea così una rete di alunni, circa diecimila – precisa Barucco – che operano nelle istituzioni europee, nei governi, nelle università portando con sé competenze e familiarità con la cultura italiana».
La forza dell’italiano risiede anche nella sua dimensione simbolica. È la lingua della musica, dell’arte, del design, dell’enogastronomia, ma anche dell’ingegneria e della manifattura avanzata. La sua sonorità richiama bellezza e buon gusto. Non a caso, è spesso citata la frase attribuita a Thomas Mann: «Non c’è dubbio che gli angeli nel cielo parlino italiano». Un’immagine suggestiva che coglie la percezione internazionale di una lingua capace di evocare armonia, ma anche rigore e precisione.
Dalla fine dell’Ottocento a oggi, milioni di italiani hanno attraversato oceani e continenti, non come conquistatori, ma come costruttori di ferrovie, infrastrutture, imprese e comunità. Dal Canada agli Stati Uniti, fino all’Argentina e a diversi Paesi dell’Africa, l’italianità si è radicata attraverso il lavoro, l’ingegno e la diffusione di un patrimonio culturale condiviso. Oggi quella rete, fatta da oltre 60 milioni di italo-discendenti, può diventare una leva strategica per i progetti di cooperazione e sviluppo dell’Italia nei Paesi terzi.
Promuovere l’insegnamento dell’italiano significa facilitare partenariati industriali, agevolare il trasferimento di know-how e sostenere la formazione tecnica e manageriale, rafforzando relazioni fondate su competenza e fiducia reciproca.
In un contesto globale dominato dall’inglese, scegliere l’italiano non è un gesto nostalgico, ma una decisione strategica. Significa entrare in un ecosistema fatto di università, imprese, istituzioni culturali e di un’enorme diaspora. Significa accedere a una tradizione che ha saputo coniugare creatività e produzione, estetica e tecnologia.
Per un giovane imprenditore latino-americano, per uno studente africano, per una scrittrice asiatica, imparare l’italiano può aprire mercati, generare collaborazioni, offrire strumenti per raccontare il proprio mondo. L’italofonia è dunque una risorsa per l’Italia e per i suoi Paesi partner.
Ogni corso di lingua, ogni scambio universitario, ogni investimento industriale sostenuto da una competenza linguistica condivisa, contribuisce a costruire fiducia e crescita. In tempi di frammentazione e conflitti, la lingua italiana è uno spazio di incontro e di cooperazione concreta. «È una luce nel mondo – ribadisce Riccardi –, un faro di valori umanistici, un veicolo della nostra civiltà».