Cuore e tastiera
Il suo maestro, Vincenzo Vitale, prima a Pescara e poi a Napoli, ha segnato la sua formazione artistica e musicale, ma ha forgiato anche il suo carattere. Non ha remore ad ammetterlo Maurizio Mastrini, che oggi è uno dei pianisti e compositori italiani più apprezzati a livello internazionale. Diplomatosi in pianoforte al Conservatorio di Perugia, e poi in organo, Mastrini ha avuto modo di perfezionarsi alla scuola di un grandissimo organista, come Wijnand van de Pol. «Franz Liszt e Fryderyk Chopin mi hanno influenzato di più – riconosce Mastrini – anche se il mio modo di scrivere, negli ultimi anni, è diventato un po’ più pop rispetto allo stile della mia composizione iniziale, grazie all’incontro con il cantante e compositore Tony Renis che mi ha avvicinato alla musica pop». In poco più di dieci anni, Mastrini ha tenuto un migliaio di concerti in tutto il mondo, vendendo migliaia di cd. Senza usare le parole, riesce a toccare l’anima di chi partecipa ai suoi concerti, e «senza trovare differenze tra Africa, Sud America o Europa. L’effetto sul pubblico è sempre lo stesso anche se la mia emozione più grande l’ho provata in occasione dei due concerti tenuti alla Carnegie Hall di New York, e di fronte ai duemila spettatori dell’Arena di Tokyo, in Giappone».
Msa. Maestro, qualche anno fa le hanno affibbiato l’appellativo di «pianista che suona al contrario». Non le va un po’ stretto?
Mastrini. Sì, mi va stretto. Appartiene a un periodo importante della mia vita professionale, ma ora preferisco essere il «pianista a cui piace sperimentare», anche se suonare al contrario è stata una scelta fortunata per me, poiché mi ha portato sotto i riflettori del mondo intero. Suonare al contrario per me era un gioco, un divertimento, sebbene sia stato interpretato come l’esibizione di un fenomeno. Ma, ripeto, è stato solo un gioco. Io sono un pianista e un compositore. Mi piace sperimentare, anche nel modo di scrivere. Cerco sempre di proporre qualcosa di nuovo nei miei album. Mi sento un pianista completo. Vengo dalla musica classica. Su Spotify, milioni di persone mi conoscono sia come pianista classico che come pianista contemporaneo.
Cosa significa suonare al contrario?
Significa suonare uno spartito dalla fine della composizione, ritornando all’inizio. È una questione di esercizio. Mi ero abituato a leggere al contrario qualsiasi cosa suonassi o mi trovassi di fronte. La differenza è che, se uno parla al contrario, chi ascolta non riesce a capire niente, a parte i suoni che sente. Nella musica, invece, ascolti dei suoni che non corrispondono all’originale, ma apprezzi comunque qualcosa di gradevole. I classici, anche se eseguiti al contrario, «suonavano» bene ugualmente.
Quali sono i suoi classici preferiti?
Tutto è iniziato da un sogno che ho fatto. Le prime note che ho suonato al contrario erano quelle del Preludio in do maggiore di Johann Sebastian Bach, e poi Per Elisa di Ludwig van Beethoven, e l’Aria sulla quarta corda di Bach. Ho sperimentato anche i valzer di Chopin. Ho eseguito brani più complessi, come Il volo del calabrone di Nikolaj Andreevi? Rimskij-Korsakov. Tutti brani che, seppur suonati al contrario, producevano effetti sonori e melodie completamente diverse rispetto all’originale, ma erano assai piacevoli.
Poi la sua sperimentazione in quale ambito si è spostata?
Mi sono inventato di suonare sul ritmo del mio battito cardiaco perché è il primo suono con cui un essere umano entra in contatto. Nessuno, prima di me, aveva utilizzato il battito cardiaco come un metronomo. Ho scritto un brano, È heart, per un mio carissimo amico, luminare della cardiochirurgia. Siamo diventati amici dopo che ho scoperto che utilizzava la mia musica mentre eseguiva complessi interventi di cardiochirurgia. Il mio cuore è stato monitorato come un metronomo ed è stato la base ritmica di questo brano. Poi ho sperimentato un’altra cosa che non è strettamente musicale, ma formale: quella del concerto-baratto, cioè il pubblico non paga il biglietto di un concerto ma porta beni di prima necessità da distribuire poi in beneficenza alle mense dei poveri, alla Caritas, ecc. Faccio due concerti-baratto all’anno in Italia, e così mi regalo anche questa gioia immensa del dono. In circa dieci anni, abbiamo raccolto 158 quintali di beni di prima necessità.
Lei ha un’altra caratteristica: suona scalzo. Perché?
Questo nasce dal fatto che io vivo in campagna, e a casa sono sempre scalzo. Poi c’è un aspetto più tecnico: i suoni vengono calibrati anche con l’utilizzo dei pedali del pianoforte, e non calzare le scarpe mi permette di avere una sensibilità maggiore sui pedali.
Lei porta al collo il Tau francescano. Vive a Panicale (Perugia). È nato qui, nella regione del Poverello di Assisi. Quanto si sente vicino allo stile di san Francesco e a «sorella musica»?
Direi al 300%. Io conduco una vita «francescana» malgrado le apparenze di un musicista che tiene concerti in tutto il mondo. Ma quando torno nella mia frazione di Colle San Paolo, faccio il pane in casa, vivo con poco poiché questa è la mia più grande ricchezza. Non vorrei mai perdere le sensazioni che provo qui, anzi devo ammettere che più passa il tempo, più mi pesa spostarmi da Colle San Paolo. Quando sono in tournée, cerco di starci il meno possibile. In un anno e nove mesi ho preso quasi 190 aerei, e ho tenuto più di 160 concerti. Dopo il tour «Ghost», concluso a fine febbraio a Miami, in Florida, mi sono esibito al Festival Brianza Classica, prima di suonare a Faenza, Benevento e Ragusa. Ma sono in agenda anche i concerti in Polonia, in Grecia e in Giappone. Fino a fine anno ho in programma un’ottantina di concerti. Il 2 dicembre sarò di nuovo alla Carnegie Hall di New York. Intanto questo mese esce il mio nuovo album dal titolo Capelli, con dodici brani per pianoforte e orchestra sinfonica.
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