A tu per tu con Sigmund Freud
Il celebre scrittore britannico Clive Staples Lewis (1898-1963, l’autore di Le cronache di Narnia), si reca da Oxford a Londra per incontrare lo psicoanalista Sigmund Freud (1856-1939), in esilio per motivi razziali assieme alla figlia Anna. Lo fa due giorni dopo che Hitler ha invaso la Polonia e mentre re Giorgio si appresta a dichiarare lo stato di guerra. Vengono distribuite maschere antigas ed evacuati i bambini dalla metropoli, per sicurezza. Minacciosi aerei sorvolano la dimora di Maresfield Gardens al n. 20, ora museo dedicato al grande scienziato. Lewis (l’attore Matthew Goode) era tornato alla fede anglicana dopo un agnosticismo adolescenziale, ne era diventato apologeta e aveva letto con estremo interesse i libri che l’ateo Freud (interpretato da Anthony Hopkins), educato in una famiglia ebraica da una tata cattolica, aveva scritto sulle componenti nevrotiche della devozione cristiana. Freud vedeva un bisogno di rassicurazione paterna alla radice della religione (si legga L’avvenire di un’illusione, del 1927).
L’incontro è storicamente avvenuto? Probabilmente no. Nel film Freud – L’ultima analisi, il regista Matthew Brown lo rappresenta in forme immaginifiche, prendendo spunto da una pièce teatrale di Mark St. Germain e dal libro di uno psichiatra americano, Armand Nicholi, interessato alla misteriosa visita londinese presso Freud, compiuta da un accademico inglese. La forma didascalica, conversativa e a tratti pedante della pellicola dipende dalla sua genesi e viene salvata dall’energia interpretativa di Hopkins, un Freud ironico ma appassionato e coraggioso nel confessare i propri lutti, legato morbosamente alla figlia Anna, che fu da lui psicoanalizzata e poi accettata dalla società psicoanalitica, pur non essendo un medico. Nel finale del film Anna prende il coraggio di presentare al padre la sua partner, Dorothy Burlingham, con cui ella vivrà per decenni occupandosi di disturbi infantili.
Più che la questione dell’esistenza di Dio, il film porta sullo schermo il confronto leale tra due posizioni distanti circa lo scandalo del male e tuttavia entrambe consapevoli degli enigmi che la sofferenza porta con sé. Lewis ha pensieri di consolazione, ma cede a un attacco di panico nel rifugio antiaereo a causa dei traumi patiti quando era soldato. Freud non cerca conforto in un qualche aldilà, ma si rende conto con rabbia e paura che la sua lotta contro la falsità e il male cozza contro un destino sordo e duro, che brucia l’ingenua speranza nel progresso. Il conflitto bellico e l’inesorabilità della malattia cospirano contro il suo impegno professionale, ma non lo piegano. L’etica personale di Sigmund Freud risentiva dell’antico stoicismo ateo e dell’edonismo qualitativo. Erano anni in cui si opponeva grossolanamente la fede cristiana alla ragione e il positivismo conquistava le menti più brillanti. Freud coltivò, però, una fiducia nella narrazione e una rara passione umanistica, che gli fece meritare il premio Goethe. Egli si sentiva una sorta di archeologo dell’inconscio e il suo studio era disseminato di statuine antiche e reperti significativi.
Quando Freud scelse il dottor Max Schur come proprio medico personale (siamo negli anni ‘20 del secolo scorso) gli fece promettere due cose: voleva che gli fosse detta sempre la verità, e che non sarebbe stato lasciato soffrire inutilmente. Una richiesta comprensibile e legittima, che Schur onorò per tutto il lungo decorso della patologia (un cancro alla mascella). Freud mostrò un fenomenale attaccamento alla vita, sopportò l’esilio da Vienna a Londra per motivi razziali, patì decine di interventi chirurgici, visitò pazienti e scrisse anche nella fase finale di vita, tollerando dolori, sanguinamenti e il fetore che spaventava persino il suo cagnolino Chow Chow. Poi l’alimentazione stessa divenne penosa, il dolore più acuto e le notti insonni. Finché, il 21 settembre 1939, l’83enne Freud ricordò all’amico il vecchio patto. Schur gli iniettò due centigrammi di morfina e Freud cadde in un sonno tranquillo. Dopo dodici ore l’iniezione fu ripetuta. Freud, ormai stremato, non si risveglio più. Morì alle 3 di notte del 23 settembre.
Questa versione fu contestata da altri biografi e recentemente è sorto un dibattito su una rivista medica statunitense, in cui ci si è chiesti se si dovesse parlare (come noi pensiamo) di sedazione terminale moralmente congrua per quella situazione patologica (un accompagnamento alla morte nel sonno) o invece di un’intenzionale overdose di farmaco (chi è interessato al problema può leggere Suicidio? Un dibattito teologico, Claudiana, 2021). Il film non mostra la sequenza finale dirimente e ne fa solo accenno nei titoli di coda. Resta vero per noi quello che Schur scrisse, e cioè che Freud conservò fino alla morte la sua capacità di amare, di dare, di sentire, di trattare altri con premura come se fossero membri della sua famiglia.
Ogni visione di film è un’ultima sessione, una prova narrativa sul senso del vivere e sulle modalità del distacco. Al cinema siamo Freud e Lewis assieme, nel dibattito perenne tra il credente e il non credente che è in noi. Come il Freud del film anticipiamo mentalmente la nostra fine e tentiamo di capitalizzare gli affetti che ci sorreggono. Come Lewis, sentiamo la transitoria, lacerante assenza di un Dio che desideriamo riscoprire nostro alleato anche quando il buio del bosco ci circonda e spaventa.
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