19 Giugno 2020

Santità in un ciak

Vita e opere di sant’Antonio andate in scena sul piccolo o grande schermo.
Una scena del film Antonio di Padova, regia di Pietro Francisci, con Aldo Fabrizi, Aldo Fiorelli e Silvana Pampanini.
Una scena del film «Antonio di Padova» (1949): regia di Pietro Francisci, con Aldo Fabrizi, Aldo Fiorelli e Silvana Pampanini.

Narrare la vita di un santo è un impegno arduo. Si rischia l’esaltazione agiografica, l’addomesticamento devozionale, oppure la freddezza della ricostruzione storica. Chi narra è sempre coinvolto dal personaggio, è stimolato a esprimere valutazioni da cui dipendono le scelte di sceneggiatura, ripresa, montaggio. Di fronte, poi, a personalità ricche come quella di sant’Antonio, qualche semplificazione è inevitabile. Taumaturgo, predicatore, scrittore, studioso, testimone della fede: per raccontare la verità di questo francescano bisogna comprendere la passione devozionale con cui i credenti lo hanno pregato lungo i secoli, chiedendogli una grazia, un consiglio, un’intercessione.

Dopo un film del 1931 (Antonio di Padova, il santo dei miracoli, regia di Giulio Antamoro, Gant, su soggetto del francescano Vittorio Facchinetti) stroncato dalla critica, la prima opera sul Santo è considerata Antonio di Padova, girata nel 1949 da Pietro Francisci, il quale confeziona scene mistiche e miracolistiche, conversioni spettacolari e accenni alla modernità. Vi recitano nientemeno che Aldo Fabrizi, Aldo Fiorelli e Silvana Pampanini! È un bianco e nero di genere biografico-drammatico, con la fotografia di Mario Bava. C’è la richiesta di una grazia, l’esaudimento e la curiosità infantile per un gigante dello spirito come Antonio. Una curiosità che si rivelerà contagiosa sul piano vocazionale.

Quando Umberto Marino firma, nel 2002, la regia di Sant’Antonio di Padova, coinvolge volti popolari come Enrico Brignano, Daniele Liotti, Vittoria Puccini, Francesco Stella, Glauco Onorato, Pepe Sancho e parla soprattutto allo spettatore televisivo. Siamo nella Sicilia del 1221, col naufragio di un frate che racconta la sua storia al vescovo. È un ritratto filmico pieno di invenzioni accattivanti e romanzesche, animato dalla presenza di un rustico confratello, Giulietto, e raffigurato in modo colorito e sentimentale. Viene sottolineata la preoc­cupazione del Santo di evitare il peccato di superbia («Io non faccio miracoli, li fa Dio!») e il coraggio di denunciare gli usurai. Le scelte di casting, sceneggiatura (il miracolo della minestra) e scenografia sono conseguenti.

Antonio guerriero di Dio, di Antonello Belluco, 2006, con Arnoldo Foà e Paolo De Vita, esplora (sin dal titolo) l’animo militante di Antonio, la sua prima educazione, la fermezza della decisione (decidere da de-caedĕre, tagliar via). È un anziano frate, malvivente convertito, che racconta la vicenda di questo portoghese sbarcato in Italia e dei suoi ultimi anni: «La vita è come l’acqua impetuosa di un torrente… vita, impeto e morte». Nel film c’è storia e fiction, rispetto religioso e rappresentazione dei sentimenti, emozioni, turbamenti del protagonista. L’attore Jordi Mollà interpreta in modo sorprendente l’aura mistica di un uomo concreto, mentre le fotografie naturalistiche e le scelte sonore catturano l’attenzione dello spettatore senza scivolare troppo nel celebrativo.

Impareggiabile è ancora il documentario in bianco e nero di Ermanno Olmi realizzato nel 1963 (produttrice la casa milanese XXII dicembre), titolo Settecento anni, su commissione dei francescani conventuali di Padova, in occasione del settimo centenario della prima traslazione del corpo di Antonio in Basilica. Olmi fa un’operazione di lealtà, che rispecchia una delle virtù preminenti di questo Santo amatissimo: la sincerità, la coerenza, la franchezza. Il regista, infatti, si mostra in prima persona, con la sua troupe, le cineprese, i microfoni che penetrano nella Basilica, registrano le voci dei sacerdoti e degli organizzatori, raccolgono le testimonianze dei fedeli. Con autoironia, Olmi stesso illustra la storia della pellicola, mentre narra la biografia di Antonio, invitando il celebre attore comico Carlo Campanini a leggerne gli scritti. Il docu-film utilizza generi diversi: il reportage, l’invenzione, la presa diretta, la sintetica ricostruzione storico-biografica, l’uso di materiali d’archivio. È un trionfo del «popolo antoniano», di una fede schietta, gioiosa, umile. Mentre ascoltiamo il rito religioso, vediamo in sovrapposizione molte figure dell’attualità mondana, televisiva, politica, come se la lezione del Santo, sfidando l’usura del tempo, potesse parlare agli uomini d’oggi invitandoli a un cristianesimo di studio, insegnamento, coraggioso apostolato.

La lingua del Santo, Italia 2000, di Carlo Mazzacurati, con Antonio Albanese, Fabrizio Bentivoglio e Isabella Ferrari, narra la vicenda di due nuovi poveri. La commedia, ai confini del grottesco, è incarnata da due simpatici squattrinati della provincia veneta. La trama è svolta con intelligenza, decorata da canzoni di qualità, accompagnata da amare analisi del contesto sociale, fotografata con cura nei dettagli paesaggistici. Rubare la reliquia a scopo di riscatto non è un furtarello come un altro, ma chissà, forse anche in questo caso sant’Antonio può offrire una grazia insolita. L’ironica, disperata rivincita di due emarginati, innamorati della laguna, induce in loro un timido cambiamento, una domanda etica. Portarsi via la lingua del Santo significa farsi una nuova, imprevista compagnia e imparare a parlare nuove lingue, come sotto l’influsso dello Spirito.

 

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Data di aggiornamento: 23 Giugno 2020
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