Una montagna di opportunità

A lungo spopolata e messa all’angolo, oggi la montagna sta lentamente tornando a vivere. Merito di una gioventù che ha imparato a reagire alle avversità riscoprendo risorse e tradizioni antiche, ma investendo nel contempo in tecnologia e innovazione.
15 Aprile 2015 | di

Fredda e inospitale, troppo legata al passato e lontana anni luce dal futuro. Se fate un sondaggio tra amici e conoscenti è questa la prima immagine che il termine «vita di montagna» evocherà ai più. Fatte salve quelle poche mete rinomate che vivono di turismo e si svuotano comunque fuori stagione, gli oltre 3.500 Comuni montani sparsi da Nord a Sud Italia oggi sembrano ancora pagare il prezzo di un passato punteggiato da miseria e abbandoni. Gli stereotipi sono duri a morire, e gli anni Sessanta della grande emigrazione verso la città industrializzata restano ben impressi nella memoria. Con l’avvento del nuovo millennio, però, qualcosa è cambiato e il cuore della montagna ha ripreso a battere. Stando all’ultimo Censimento generale della popolazione e delle abitazioni svolto dall’Istat, tra il 2001 e il 2011 i 1.742 Comuni alpini italiani hanno registrato un incremento dei residenti di oltre 212 mila unità. Perlopiù casi isolati e «a macchia di leopardo», ma pur sempre indicativi di una «nuova tendenza», come la definisce Annibale Salsa, antropologo e presidente del Club alpino italiano (Cai) dal 2004 al 2010.
«Se qualche anno fa si parlava di neoruralismo inteso come evasione neoromantica, oggi abbiamo a che fare col fenomeno ben più strutturato dei “ritornanti” – spiega il professore che è anche presidente del comitato scientifico di Accademia della montagna del Trentino –. Nel primo caso a muoversi dalla città alle vette erano cittadini disillusi, sognatori che avevano idealizzato la natura. Oggi, invece, coloro che risalgono le montagne spinti dalla crisi economica sono figli o nipoti di chi a suo tempo le aveva abbandonate. Per questo conoscono le problematiche del territorio e hanno una visione più realistica dell’insieme».
Tra i 30 e i 40 anni, istruiti e con tanta voglia di mettersi in gioco: ecco l’identikit dei nuovi migranti d’alta quota. Sono decisi a investire nel settore primario, credono nel potere del chilometro zero e nella coltivazione estensiva. Sanno bene che per far fruttare al meglio un terreno «difficile e limitato» come quello montano dovranno puntare sulla qualità anzitutto, perché – precisa ancora Salsa – «la montagna si declina con la qualità e sono le nicchie qualitative che la valorizzano in tutti i campi, da quello del legno al terziario». Una volta insediatisi nel nuovo territorio, i ritornanti rilevano vecchie attività o ne inaugurano di nuove. Oltre all’allevamento e all’agricoltura, si occupano anche di sostenibilità ambientale e nuove tecnologie. «Esempi virtuosi in questo senso si trovano in Val di Fiemme – aggiunge Annibale Salsa –, dove sono nate piccole e medie imprese che, sfruttando la forza generata dalla natura, producono energia». Che dire, infine, del turismo, da sempre motore principale dell’economia montana? Come insegnano i masi altoatesini convertiti in fattorie agricole, è indispensabile che esso si coniughi con l’agricoltura e la cura per il territorio. «Una montagna addomesticata è una montagna sana – conclude l’antropologo –. Ma parlo di un addomesticamento intelligente e non speculativo, in grado di custodire il paesaggio, che è a tutti gli effetti una risorsa culturale».
In aula e in quota
«Se la fabbrica di pianura o bassa valle non assicura più lavoro e futuro ai giovani, allora la montagna può tornare a essere un’alternativa. Con fantasia e pazienza, e senza rimpianto» scrive Enrico Camanni, giornalista e storico dell’alpinismo, nell’introduzione al libro La montagna che torna a vivere. Testimonianze e progetti per la rinascita delle Terre Alte (Nuova Dimensione). Ne sono convinti anche all’Università della montagna (Unimont) di Edolo (BS), in Valcamonica, dove il professore Giuseppe Carlo Lozzia coordina il corso di laurea triennale in Valorizzazione e tutela dell’ambiente e del territorio montano. «Partendo dal presupposto che la montagna rappresenta un’opportunità di lavoro incredibile – precisa il docente –, nostro obiettivo è formare dei tecnici che abbiano competenze specifiche per poterci operare al meglio».
Nata in seno alla facoltà di agraria dell’Università di Milano, in diciotto anni di vita l’Unimont ha sfornato duecentosettantadue laureati. Di questi circa il 75 per cento oggi ha un lavoro, e nel 64 per cento dei casi opera nell’ambito agroalimentare. «C’è chi gestisce un rifugio o un allevamento di ovini e caprini, chi produce formaggi e coltiva piante officinali – elenca il professor Lozzia –, chi fa la guida naturalistica e chi è tecnico di consorzio ortofrutticolo o forestale». Dai ventinove iscritti del ’96 oggi il corso di laurea di Edolo ne conta duecentoventotto. Vengono dalla Lombardia, ma anche dal Piemonte, dal Trentino e dal Veneto, persino dalle Marche e dalla Calabria. «Chi in un modo chi in un altro, tutti questi ragazzi sono attratti dalla montagna intesa non come centro turistico d’élite, bensì come luogo che ha bisogno di essere riabitato, coltivato e gestito» continua Lozzia. Ma per riportare gli animali sugli alpeggi e la gente nelle case, per riavviare attività e riabilitare boschi e strade non bastano lo studio e la buona volontà. «Servono – conclude il docente – idee, fantasia e, soprattutto, gente nuova disposta a investire».
Esempi positivi
«Quando uomini e montagne s’incontrano, grandi cose accadono» scriveva il pittore e poeta inglese William Blake nell’Ottocento. Può capitare allora che un Comune destinato all’oblio (Storo, in provincia di Trento) rinasca grazie alla coltivazione di un particolare mais per polenta. Può capitare che una onlus di stampo scientifico (Società metereologica italiana) apra una sede in un antico castello (Castel Borello a Bussoleno) della Val di Susa apportando occupazione e prestigio a tutto il territorio circostante. Può capitare, infine, che oltre 3 mila giovani italiani under 35, anziché girare il mondo o chiudersi in qualche ufficio, scelgano di guidare un gregge (dati Istat, XV Censimento generale 2011), investendo però in nuove strutture e formule commerciali on line.
Le esperienze positive di ripopolamento montano oggi non sono più aghi in un pagliaio. A raccoglierne alcune è stata una recente indagine condotta dall’Associazione Dislivelli e poi confluita nel libro Nuovi montanari. Abitare le Alpi del XXI secolo (Franco Angeli). La ricerca ha preso in esame dieci macroaree alpine, trentacinque Comuni e una cinquantina di neo montanari trapiantati per passione o necessità, al seguito della famiglia o del nuovo lavoro. Così ora in Val Gesso e in Valchiavenna, nell’Imperiese e nella Val di Cembra soffiano venti di cambiamento.
Non fa eccezione la Val Maira (CN), la stessa che dieci anni fa Giorgio Diritti descrisse nel film Il vento fa il suo giro. Protagonista della pellicola era un ex professore francese deciso a trasferirsi nel paesino fittizio di Chersogno con la moglie e i tre figli per «vivere secondo natura». Ma forse allora i tempi non erano ancora maturi, e il tentativo d’inserimento – complici le incomprensioni coi compaesani – non era andato a buon fine. Dieci anni dopo, però, la realtà sconfessa la fiction: come riporta Fabrizio Bartaletti in Geografia e cultura delle Alpi (Franco Angeli), anno dopo anno la Val Maira ha attirato «dalla non lontana pianura di Cuneo e Saluzzo giovani disposti a vivere e a lavorare in un territorio in gran parte integro, lontano dai clamori, dall’inquinamento e dall’insicurezza dell’area metropolitana di Torino». E questo è solo l’inizio.
Se è vero, come scrive Paolo Coelho, che «dall’alto della montagna tu puoi vedere come sia grande il mondo, e come siano ampi gli orizzonti», prepariamoci ad assistere a un Rinascimento ad alta quota.    
 
 
DALLE ALPI...Vivere di montagna
 
C’è chi vive d’amore e chi di rendita, chi vive di briciole e chi di sogni. E poi c’è anche chi «vive di montagna». O almeno ci prova. È il caso di Matteo Guardini, trentino di 27 anni che da circa due lavora come guida alpina, anzi «aspirante guida alpina», perché deve ancora sostenere l’esame di abilitazione professionale. In attesa di potersi definire «maestro di alpinismo», Matteo intanto opera in una scuola di guide ad Arco (TN). D’estate su e giù per le cime Sella e Mesules, d’inverno alla scoperta dei passi Tonale e Pordoi. E nel frattempo si è laureato pure in sociologia. «La laurea ti dà quel quid in più che fa la differenza – precisa il giovane –. Nel mio caso, è fondamentale per rapportarsi coi clienti».
Niente rimpianti, dunque, per Matteo la parola montagna fa da sempre rima con cultura e relazione. Non a caso la sua decisione di lavorare ad alta quota è figlia di un’attitudine che coltiva fin dall’infanzia. «Lavoro o meno, io in montagna sono sempre andato lo stesso. Ho solo cercato di conciliare la passione con la professione». Di unire, per dirla come il proverbio, l’utile col dilettevole. A dispetto della giovane età, l’aspirante guida sa bene di cosa parla. Prima di gettarsi anima e corpo nel suo progetto di vita, infatti, Matteo ha collezionato altre esperienze lavorative in un rifugio, alla reception di un hotel e in un supermercato. «Nessuna di queste posizioni era adatta alla mia indole. Mi sentivo ingabbiato» prosegue il ragazzo che, in fin dei conti, ha scelto di farsi guidare dal cuore, oltre che dal portafoglio.
«Anche se il mestiere di guida alpina non garantisce il classico “posto fisso”, permette di gestire il tempo in libertà e di diventare imprenditori di se stessi». Il che significa «cercarsi il lavoro e coltivarsi i clienti, fidelizzandoli anche con piccoli gesti come l’invio di foto ricordo a fine giornata». Lo sanno bene le duecentotredici guide professioniste che oggi operano in Trentino, così come le cinque o sei che ogni anno ottengono l’abilitazione professionale e si aggiungono alla lista. «Viviamo in una regione il cui massimo introito viene dal turismo – prosegue Matteo Guardini –. Eppure quella della guida alpina è tuttora una professione poco riconosciuta. Qui in Italia, a differenza di altri Paesi come Francia e Germania, non è ancora chiaro il concetto che “meno rischi si corrono, più si apprezza la montagna”».
Sta a giovani entusiasti e motivati come Matteo dimostrarlo con i fatti. «La guida alpina non è un superuomo – aggiunge il giovane trentino –. A renderla “preziosa” è il suo bagaglio di esperienze in alta quota e il fatto che vive la montagna molti più giorni rispetto a un qualunque cittadino».
In attesa che il messaggio si diffonda e trovi terreno fertile tra le amministrazioni locali, il giovane montanaro non si dà per vinto. Diversificare è la sua parola d’ordine, perché se è bello inseguire le proprie passioni, ancora più bello è farlo portando a casa lo stipendio. «Sto pensando di diventare anche maestro di sci per “chiudere il cerchio” e sbarcare il lunario 365 giorni l’anno. In vista di questo obiettivo, mi sto allenando per superare la prima selezione e accedere ai corsi formativi. Comunque vada, vivrò di montagna».
 
 
...AGLI APPENNINISul Massiccio per ricominciare
Mille metri di altitudine in inverno, 2.400 in estate. Quella di Carlotta Bonci e di Luigi D’Ignazio è senza dubbio una vita ad alta quota, divisa tra i tetti arroccati di Pietracamela (TE) e le poche stanze del rifugio Duca degli Abruzzi (a Campo Imperatore, sul Massiccio del Gran Sasso) che gestiscono da giugno a settembre. Modenese 32enne lei, teramano di quattro anni più vecchio lui, più che una scelta controcorrente la loro è una vera vocazione che risale a otto anni fa. «Ci siamo conosciuti all’Università di Modena – racconta la giovane –: io studiavo Scienze naturali, Luigi Scienze della cultura. Da bravo teramano (la sua città dista appena una trentina di chilometri dal Massiccio) è sempre stato appassionato di alta quota. Così, dopo la laurea, al suo appello “ho bisogno della montagna” l’ho seguito e mi sono lasciata “contagiare” dall’entusiasmo». Destinazione: Pietracamela, un paesino di cinquanta anime in provincia di Teramo. «Fu un salto nel buio. Ma la fortuna ci sorrise: lui trovò lavoro al rifugio Franchetti, io in un albergo poco lontano, prima di approdare come dipendente al rifugio Duca degli Abruzzi. Ironia della sorte, tre anni fa abbiamo vinto un bando indetto dal Cai di Roma per la gestione di quello stesso rifugio».
Silenzio, natura e isolamento: per gran parte dell’anno è questa la vita di Carlotta e Luigi. Niente a che fare coi ritmi di una città come Modena… E meno male, perché tornando indietro i due non cambierebbero una virgola delle loro decisioni. «Quando arrivi in Abruzzo e vedi come sono i luoghi, le montagne, la gente, t’innamori» conferma Carlotta. Poco importa se il rifugio si raggiunge solo a piedi, dopo un tragitto di quaranta minuti, se d’inverno puoi restare bloccato in casa da metri di neve e se in paese l’età media degli abitanti sfiora i 70 anni. «Il lavoro stagionale ad alta quota consente di godersi la natura e di ritagliarsi tanti spazi per sé – continua la ragazza –. Se in estate accogliamo circa un migliaio di visitatori, d’inverno, quando il rifugio è chiuso e noi ci trasferiamo a Pietracamela, mi dedico ad attività “da nonna” come il lavoro a maglia o la preparazione di marmellate a base di more, mirtilli e sambuco. Prodotti che poi scambio con gli amici della pianura, che vengono spesso a trovarci, e con i vicini di casa». Sì, perché chi ha detto che il montanaro dev’essere per forza rude e introverso?
«All’inizio i paesani erano diffidenti. Si chiedevano cosa ci facessero due giovani in un luogo da cui proprio i giovani erano fuggiti – ricorda Carlotta –. Noi però siamo rimasti, abbiamo coltivato le relazioni e ci siamo aiutati gli uni con gli altri. Così ora facciamo parte della comunità». Carlotta e Luigi sono figli di una generazione «elastica», che sa adeguarsi alle più varie situazioni. Compresa quella del precariato. «Al momento riusciamo a campare col lavoro al rifugio, ma a breve sapremo se questo incarico ci verrà confermato anche per la prossima estate. In caso contrario, ci sposteremo in cerca di un altro impiego. Quel che è certo è che non lasceremo l’Abruzzo, tanto meno il Gran Sasso. È questa la montagna che amiamo e che vogliamo far conoscere e apprezzare a tutti».
 
 

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017
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