Il testamento di Pirandello

Un secolo fa usciva il romanzo «Uno, nessuno e centomila», una delle opere più note di Luigi Pirandello e chiave di lettura della sua produzione letteraria, come spiega Annamaria Andreoli, presidente dell’Istituto di Studi Pirandelliani.
20 Gennaio 2026 | di

Considerato come il capolavoro di Luigi Pirandello (1867-1936), al pari del dramma Sei personaggi in cerca d’autore, il romanzo Uno, nessuno e centomila, di cui ricorre quest’anno il centenario della pubblicazione, riporta alla nostra attenzione la capacità tutt’affatto attuale di lettura e interpretazione che lo scrittore e drammaturgo siciliano, premio Nobel per la Letteratura nel 1934, seppe avere, in tempi non sospetti, delle tensioni dell’uomo moderno, delle sue angosce, dei conflitti talvolta insanabili e corrosivi, tra identità, apparenza e maschera, fino alla fuga nella follia. Pirandello ha esplorato a lungo il relativismo della conoscenza, e il dissidio fra realtà, verità e percezione soggettiva. Un'analisi stringente a cui non è estranea la teoria psicoanalitica, soprattutto quella freudiana.

Ne parliamo con la professoressa Annamaria Andreoli, già docente di Letteratura italiana nelle Università di Bologna e della Basilicata, e in passato presidente del Vittoriale degli Italiani. Andreoli ha curato i dodici volumi dell’Opera omnia di Gabriele D’Annunzio nella collana «I Meridiani» di Mondadori. Oggi presiede, a Roma, l’Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro contemporaneo, e partecipa ai lavori dell’Edizione nazionale dell’Opera omnia di Luigi Pirandello. Diventare Pirandello. L’uomo e la maschera (Milano, 2020) è il suo ultimo lavoro dedicato allo scrittore siciliano.

Msa. Il romanzo Uno, nessuno e centomila, pubblicato in volume nel 1926, ebbe una lunga gestazione. Cosa riflette della visione che Pirandello aveva del mondo e della vita?

Andreoli. Di un romanzo intitolato Moscarda, uno, nessuno e centomila si ha notizia nel 1910, ma forse Pirandello l’aveva ideato già l’anno prima, alla morte del suocero, Calogero Portolano, di cui la moglie Antonietta era diventata erede. Oltre a possedere notevoli beni immobili, il suocero prestava denaro funzionando come una banca. Ma al di là dell’occasione, certo non trascurabile, questo è per Pirandello, come dice già nel 1911, il romanzo dello «spirito che osserva sé stesso fino allo spasimo». Un romanzo dunque filosofico che interviene mentre altri romanzi (I vecchi e i giovani e Suo marito) non sono ancora conclusi. La stesura poi procederà a fianco di numerose novelle e, protraendosi nel tempo, di un buon numero di commedie e tragedie di cui rappresenta il presupposto teorico. Nei primi anni Venti, egli stesso dirà che il suo teatro è tanto spesso frainteso perché ancora critici e pubblico non conoscono il romanzo di Moscarda. Una volta pubblicato, l’autore lo considera il suo «testamento spirituale».

Quali aspetti di Uno, nessuno e centomila ci restituiscono la forza e l’attualità del pensiero di Pirandello, e il conflitto tra essere e apparire?

In quanto «testamento», Uno, nessuno e centomila pone il problema fondamentale che si affaccia nel Novecento: una sola verità non esiste e ogni epoca storica stabilisce la propria verità. L’uniforme, di cui Moscarda si veste rinunciando ai suoi beni materiali, è un messaggio di grande forza attuale. Non dimentichiamo che il romanzo viene pubblicato nel 1926, giusto quando il fascismo diviene Regime.

Gli interrogativi che il protagonista del romanzo, Vitangelo Moscarda, pone a sé stesso e al lettore, sono domande universali. Non sembra molto dissimile dalla crisi che vive Moscarda nemmeno la crisi di identità, di valori, di priorità, ma anche l’approccio rabbioso, spesso conflittuale e violento con i problemi quotidiani, che investono l’uomo contemporaneo in un mondo in rapido cambiamento nel quale la tecnologia ha preso il sopravvento.

Noi oggi viviamo la stessa crisi, crisi della modernità, che Pirandello ha affrontato. Non l’abbiamo risolta. L’alienazione nella convivenza urbana, remota dalla natura; l’ansia sanitaria che obbliga alla definizione di un’astratta normalità; il tempo regolamentato secondo le esigenze della produzione; la diseguaglianza sociale sempre più sensibile; l’insensatezza di tante regole imposte in una sorta di prigione burocratica. L’elenco sarebbe troppo lungo.

Qualcuno lo ha definito come un romanzo pieno di enigmi. Perché?

Romanzo a enigma nel senso più stretto: basti pensare alla rivoltella dalla quale parte un colpo. Chi ha sparato? Sciascia e Camilleri, due grandi siciliani, coltiveranno non a caso il genere poliziesco, l’«affaire» misterioso.

Pirandello resta, a livello internazionale, uno degli autori più noti e tradotti della letteratura italiana. In che cosa è stato, a suo modo, rivoluzionario e «preveggente» nell’intuire e intercettare i disagi e le angosce dell’uomo contemporaneo?

Pirandello è letto, in Italia e all’estero, più di Dante, in gara con Shakespeare. Molta della sua fortuna lo scrittore la deve al linguaggio: semplice, talora men che medio. E poi nella rappresentazione dell’umanità sofferente tutti possiamo rispecchiarci. Chi non avverte che c’è qualcosa di profondamente ingiusto nella condizione umana? In Pirandello vince sempre la logica del paradosso che certo è la più convincente e insieme la più preveggente: unisce i contrari.

Di fronte al dualismo tra dimensione spirituale e dimensione materiale della nostra vita, enfatizzato dalla civiltà dell’homo technologicus, come si pone Pirandello che era pervaso da una profonda sensibilità religiosa?

Pirandello era credente, ma il suo rapporto con la divinità era personale. Nella sua ultima opera, il dramma Non si sa come (1934), il protagonista dice: «la vita è a patto di credere, non di sapere». Tant’è vero che la sua Opera non è all’Indice. Il suo opporsi al «macchinismo», il suo «ruralismo» aderivano a correnti antimaterialiste tipiche del tempo in cui ha vissuto: un tempo, come dicevo, di «crisi» ancora oggi attuale.

Come affronta i grandi interrogativi esistenziali della vita?

L’approccio di Pirandello alla vita è religioso. Le risorse per vivere Pirandello le trova nella fede, e sia pure la fede nelle illusioni.

Per Pirandello che cosa può liberare l’uomo dai lacci dei condizionamenti sociali e culturali?

Niente può liberarci dai condizionamenti sociali, se non l’Arte, la creatività di cui ci restano tante testimonianze. Pirandello la chiamava «anelanza»: un procedere ansioso, incontentabile, verso il perfezionamento di sé. La parabola di Pirandello si tinge di misticismo.

Ci sono tratti comuni che legano l’analisi che Pirandello fa dell’uomo e della società del Novecento, e le disamine, per esempio, di Italo Calvino e di Pier Paolo Pasolini?

Più compiutamente di qualunque altro scrittore novecentesco, Pirandello rappresenta il secolo: l’autobiografismo, la metaletteratura, il gusto per il frammento, per il «non finito». A Calvino lo accomuna la propensione per la favola, per il racconto di magia, così intrinsecamente siciliano; di Pasolini non condivide l’irruenza demagogica, e nel raggio della sua osservazione troviamo più spesso la piccola borghesia impiegatizia che il mondo proletario.

Data di aggiornamento: 20 Gennaio 2026
Lascia un commento che verrà pubblicato