04 Gennaio 2026

Il fotografo del Nilo

Antonio Beato è protagonista, con il fratello Felice e il cognato James Robertson, di una mostra al Museo Fortuny di Venezia dedicata ai pionieri del reportage documentaristico e di guerra.
Il fotografo del Nilo
Antonio Beato, «Abu Simbel. Facciata del tempio di Nefertari (Piccolo Tempio) con le quattro statue di Ramses II e le due statue della moglie Nefertari» (particolare), 1870-1888, stampa all’albumina, Fondazione Musei Civici di Venezia - Museo Fortuny.

Nelle stanze suggestive del palazzo-atelier di Mariano Fortuny, a Venezia, in cui si intrecciano arte, viaggio e sperimentazione, la città lagunare riscopre uno dei suoi figli più inquieti e curiosi: quell’Antonio Beato che è stato un pioniere della fotografia del secondo Ottocento fino ad abbracciare l’alba del XX secolo. Esploratore instancabile del Mediterraneo, dell’Egitto e dell’Asia, Beato è stato l’artefice più incisivo della costruzione di un immaginario visivo che ancora oggi modella e nutre quell’idea esotica che l’Occidente ha dell’Oriente. La mostra «Antonio Beato. Ritorno a Venezia - Fotografie tra viaggio, architettura e paesaggio», curata da João Magalhães Rocha e Marco Ferrari con Cristina Da Roit, in collaborazione con l’Università Iuav di Venezia e l’Università portoghese di Évora, è insieme una retrospettiva, un’indagine storiografica e un viaggio nel tempo.

Quasi due secoli dopo la nascita di Antonio Beato, questa mostra, aperta al pubblico fino al 12 gennaio, gli rende omaggio ricostruendone la storia, i percorsi di vita, gli intrecci familiari e professionali con il fratello Felice e il cognato James Robertson, e soprattutto il ruolo che Antonio ebbe nella definizione della fotografia di viaggio. Non è dunque casuale la scelta del Museo Fortuny, legato alla figura di Mariano Fortuny, artista, stilista e designer d’origine spagnola, naturalizzato italiano il quale, come Beato, fu viaggiatore, sperimentatore del mezzo fotografico e innamorato dell’Oriente, nel solco di un’esperienza condivisa con altri viaggiatori e pionieri della fotografia come Gustave Le Gray, Francis Frith, Maxime Du Camp e Félix Bonfils. I lavori di Beato e di Fortuny che «dialogano» tra loro negli spazi del museo, restituiscono due sensibilità complementari: l’analisi limpida di Beato e la visione emotiva e artistica di Fortuny, «contestualizzando sia lo sguardo fotografico di Antonio, sia l’oggetto fotografato, in uno spazio storico e culturale plurale. Quest’ultimo coinvolge la storia dell’architettura e dell’archeologia», che non sono immuni all’influenza della Description de l’Égypte ovvero delle pubblicazioni successive alla campagna napoleonica d’esplorazione della terra dei faraoni, e al diffondersi, in Europa, dell’esperienza romantica del Grand Tour.

I fratelli Beato

Antonio Beato, nato probabilmente intorno al 1835, trascorse l’infanzia tra l’Adriatico e il Mediterraneo orientale, rispecchiando fin dalla sua geografia familiare quella mobilità fisica e intellettuale che egli declinerà anche nel corso della sua vita adulta in un’Europa avviata, già da allora, sulla via della globalizzazione. Verso il 1844, i Beato, con Antonio e il fratello Felice, si stabilirono nell’allora capitale ottomana, Costantinopoli, ovvero Istanbul, città cosmopolita, laboratorio multidisciplinare, capitale di un impero in rapida trasformazione. Qui i due giovani incrociarono la figura ispiratrice dell’incisore e fotografo inglese James Robertson, divenuto loro cognato dopo aver sposato Leonilde Maria Matilda Beato. Da quell’incontro scaturì una delle più avvincenti avventure fotografiche del XIX secolo, evocata dalle immagini dei viaggi dei fratelli Beato e di Robertson, tra il 1854 e il 1857, in Grecia, a Malta, in Terra Santa e al Cairo. È la fase dell’apprendistato, eppure già si manifestano le qualità tecniche e artistiche che avrebbero fatto di Antonio Beato un maestro della fotografia documentaria grazie a una precisione certosina, alla costruzione di inquadrature e prospettive senza sbavature, alla capacità di restituire una stele o un monumento come se fossero un essere vivente immerso nel suo habitat naturale.

Il reportage di guerra

La mostra propone anche alcune fotografie che i tre realizzarono, da soli o insieme, per documentare quanto stava accadendo durante la Guerra di Crimea (1854-1856), e in occasione della Prima guerra di liberazione indiana a Lucknow e Delhi (1857-1865). Il nitore e l’immediatezza degli scatti non lasciano dubbi sui fatti ai quali assistiamo a quasi due secoli di distanza, e che suscitano ancora oggi reazioni contrastanti, di suggestione ma anche di sgomento. Dopo l’esperienza indiana, le strade dei tre si separarono. Felice Beato raggiunse la Cina per documentare la Seconda guerra dell’oppio (1856-1860) che oppose britannici e francesi all’Impero cinese della dinastia Qing per questioni di interesse commerciale e militare. Successivamente, Felice si stabilì in Giappone, ma per vent’anni, nel corso dei suoi numerosi viaggi, visitò anche Corea, Birmania (l’attuale Myanmar) e Sudan; e poi, ancora, Londra e Firenze. Il cognato James Robertson, invece, ritornò a Costantinopoli mentre Antonio Beato raggiunse l’Egitto dove sarebbe rimasto dal 1860 fino alla sua morte, databile intorno al 1905-1906. 

La visione del Medio Oriente

In Egitto Antonio Beato trovò probabilmente una sorta di «luogo del cuore», e fu rapito dal fascino delle antichità. Prima al Cairo e poi a Luxor, dove aprì uno studio, Antonio immortalò, per oltre quarant’anni, templi, tombe, villaggi, mercati, paesaggi fluviali, feste, scene di quotidianità. Le sue fotografie, esposte in mostra accanto a mappe e planimetrie disegnate per l’occasione, ricostruiscono un percorso che risale il Nilo, dal Cairo con la piana di Giza, alla Nubia, e con le monumentali vedute dei templi di Karnak, Luxor, e Abu Simbel in particolare, prima che quest’ultimo, eretto dal faraone Ramses II, fosse sezionato e riassemblato più in alto di 65 metri all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, affinché non venisse sommerso dal riempimento del bacino artificiale destinato a servire la diga di Assuan. 

Quello che accadde dopo l’irripetibile esperienza di Antonio Beato si apre sul presente e sulla fotografia contemporanea con gli scatti di Anthony Hamboussi, Paul Geday, Denis Dailleux e Bryony Dunne che raccontano Il Cairo come una città giovane e in continua evoluzione, complessa, stratificata, dove storia e modernizzazione si confrontano, non senza tensioni. Una saletta del Museo Fortuny propone anche il viaggio in Egitto del 1938 di Mariano Fortuny e di sua moglie Henriette Nigrin, con taccuini, schizzi, fotografie di un Paese esplorato con uno sguardo curioso e moderno: non solo piramidi e templi, ma volti, mercati, vita quotidiana, e poi l’oasi del Fayyum, e di nuovo il tempio di Abu Simbel nella sua collocazione originaria, come nelle foto di Antonio Beato. Visioni che si tradussero nella produzione tessile di Fortuny e nei suoi celebri velluti.

Le immagini di Antonio Beato rivelano un’impressionante e rigorosa volontà documentaristica poiché ogni scatto sembra il tassello di un ragionato complesso mosaico del patrimonio archeologico così come appariva quando le vestigia dell’antico Egitto erano ancora in gran parte da decifrare, secoli dopo la fine della civiltà dei faraoni. Patrimonio rimasto cristallizzato nelle fotografie, e arrivato in questo modo fino a noi. Inoltre, nell’opera di Antonio sussiste una dimensione narrativa, quasi pittorica, delle sue fotografie, con paesaggi immersi in una luce sospesa e rarefatta, con figure ritratte con empatia, magari mentre si stagliano minute davanti alla maestosità degli antichi monumenti egizi. In quei panorami misurati e in quegli sguardi lontani eppure così familiari, di Antonio Beato si percepisce il distacco dell’osservatore, ma anche una sua contestuale partecipazione emotiva. La stessa che nutrirà – e che nutre ancora oggi – la fascinazione che l’Occidente, con un misto di ammirazione e turbamento, prova per la civiltà fiorita sulle sponde del Nilo.

Nel XIX secolo, artisti e fotografi – da David Roberts a Frith, da Le Gray ai Beato – concorsero a plasmare un’immagine dell’Egitto che l’Europa voleva vedere; un’immagine dominata dal mistero e dal culto dell’eternità. Luoghi divenuti leggendari e vestiti dall’«emergere di una nozione, come quella di “Medio Oriente”, tanto evocativa quanto problematica, che oggi appare quasi solo riferita a una prossimità geografica, ma che trattiene invece una conflittualità latente, e che lo scrittore e anglista Edward Said ha definito come “semi-mitica”, conseguenza sia del lento declino dell’Impero ottomano, sia della pressante espansione coloniale europea». Antonio Beato, con la sua duplice vocazione, antropologica e poetica, contribuì a definire i contorni e lo spessore di questa visione. Le sue stampe sono opere d’arte, e si qualificano come elementi fondativi di un immaginario che governa ancora oggi il nostro modo di pensare e di vivere in questa grande casa comune che, da secoli, è l’area del Mediterraneo.

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Data di aggiornamento: 04 Gennaio 2026
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