L’unione fa la forza

Ogni essere umano, dicevano gli antichi, è una belva nei confronti del suo simile. Ma è davvero, e sempre, così? La natura, e gli studi più recenti, dicono esattamente il contrario: nessuno può stare da solo.
16 Gennaio 2026 | di

Homo homini lupus, sentenziavano gli antichi. Ovvero ogni essere umano è una belva nei confronti del suo simile, ognuno vede nel prossimo un nemico: lo ha scritto Plauto già 2.200 anni fa, lo hanno ribadito nei secoli Erasmo da Rotterdam, Francesco Bacone e Thomas Hobbes. Ma è davvero, e sempre, così? Dalla natura ci arriva un messaggio differente: «Studi avanzati hanno dimostrato come la cooperazione, anzi, la vera e propria simbiosi, sia il segreto dell’evoluzione: le grandi novità del percorso evoluzionistico sono tutte avvenute per associazione, e non per competizione», spiega il professor Telmo Pievani, docente di Filosofia delle Scienze biologiche all’Università di Padova e apprezzato divulgatore, che, insieme al professor Maurizio Casiraghi, docente di Zoologia all’Università di Milano-Bicocca, ha pubblicato il saggio Uniti per la vita (Il Mulino editore). Nessuno può stare da solo e la crescita migliore si ha proprio tenendo insieme le forze e i talenti individuali

Dominare o cooperare?

Charles Darwin pubblicò, nel 1859, le sue teorie su L’origine della specie. E soltanto cinque anni dopo Herbert Spencer, filosofo inglese, le abbinò a una definizione che sarebbe divenuta iconica: la «sopravvivenza del più adatto». In sostanza, secondo questa lettura – che tanti di noi hanno poi ritrovato sui libri di scuola – Darwin avrebbe dimostrato come nel processo evolutivo siano privilegiati i più forti, quelli capaci di dominare e perfino eliminare gli altri più deboli. Da questa visione degli studi del naturalista inglese si è generato anche il cosiddetto «darwinismo sociale», una corrente di pensiero che nei decenni è finita anche a sostenere idee razziste o xenofobe. «Per buona parte del ’900 ha prevalso una “vulgata” dell’evoluzione molto agonistica e antagonista, l’idea di una lotta egoistica in cui ogni individuo deve fare soltanto i propri interessi per trasmettere i suoi geni alla generazione successiva – sottolinea il professor Pievani –. In realtà, Darwin aveva già intuito l’importanza della cooperazione. La lotta per l’esistenza non significa soltanto combattere o sfidarsi, come fanno i maschi quando competono per le femmine, ma include anche tanti rapporti di collaborazione o di aiuto reciproco che sono diffusissimi tra molte specie, e soprattutto tra quelle socialmente complesse come l’uomo». Le leonesse vanno a caccia in gruppo, gli elefanti proteggono i loro piccoli e le scimmie fanno amicizia tra loro anche se sono di specie diverse, come babbuini e scimpanzé. E tanti animali si «alleano» per far fronte alle situazioni climatiche più avverse. 

Ma la natura fa anche di più. Diversi esseri viventi vivono addirittura in simbiosi, quindi si mettono insieme e danno origine a forme sempre più complesse. Nel 1970 la giovane biologa statunitense Lynn Margulis pubblicò una ricerca «rivoluzionaria», Origine delle cellule eucariote, dimostrando come, nel lungo percorso dell’evoluzione, alcuni organismi fossero stati inglobati da altri organismi, così da dividersi il lavoro e diventare nuove forme di vita. Per esempio, i mitocondri (le batterie delle cellule) sono stati in precedenza dei batteri indipendenti che andarono perdendo la loro autonomia per diventare parte di un sistema più complesso. «Tutti gli organismi pluricellulari sono frutto di una simbiosi – osserva Telmo Pievani –. Noi stessi siamo fatti di tante cellule di tipi diversi. Il microbioma che abbiamo nel nostro intestino è un ecosistema di organismi diversi da noi che ci permettono di vivere: senza di essi non potremmo digerire e sostanzialmente non potremmo vivere». Per la copertina del loro libro, Casiraghi e Pievani hanno scelto un essere vivente straordinario, l’Elysia crispata, un mollusco, una lumaca di mare che mangia alghe ma non le digerisce completamente: trattiene i cloroplasti, gli organelli responsabili della fotosintesi, e li ingloba nei suoi tessuti superficiali. «È una lumaca e fa la fotosintesi, un animale e una pianta insieme. Incredibile», sorride il professor Pievani.

In natura, insomma, esiste un «altruismo biologico». Ma fino a che punto è anche un «altruismo etico»? Per questa domanda gli scienziati non hanno una risposta: «La simbiosi tra specie differenti o la cooperazione all’interno della stessa specie non sono né buone né cattive: sono eticamente neutrali – annotano i professori Casiraghi e Pievani –. Tuttavia la cooperazione, almeno all’interno della stessa specie, è necessaria per avere un comportamento etico. Senza una volontà di collaborazione e di aiuto reciproco è impossibile aderire a un principio morale». In sostanza, la natura ci fornisce le condizioni di possibilità della morale, anche se non i suoi contenuti: «La morale è un insieme di codici, di norme e di principii che ci diamo per vivere insieme – aggiunge Telmo Pievani –. Ovviamente non è sufficiente, perché purtroppo si può cooperare anche per le peggiori intenzioni: anche i mafiosi e i terroristi sanno come cooperare. Tuttavia, la cooperazione resta necessaria: va abbinata a un obiettivo buono, che soltanto la morale può stabilire». 

Collaborare conviene

«Più o meno a tutti piacerebbe vivere in un mondo regolato dalle simbiosi (forse al netto del parassitismo) – scrivono i due scienziati nel loro libro –. Se non altro perché riteniamo, giustamente, che la lotta e la competizione siano, oltre che dolorose e spesso ingiuste, anche stressanti». Collaborare, dunque, è la parola d’ordine che risuona anche nel titolo di un saggio (edito da Carocci) del professor Ennio Ripamonti, psicosociologo e formatore, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore. «Attraverso una strategia collaborativa, si ottengono risultati molto più efficaci – ci spiega –. Si fa massa critica, si mettono insieme risorse, si evitano doppioni e meccanismi competitivi». In questa epoca in cui sembra regnare l’individualismo e ognuno guarda soprattutto al proprio orticello, è fondamentale saper unire il proprio «pezzetto» a quello degli altri, come in un puzzle: «Serve quella che gli scienziati chiamano “intelligenza connettiva”, cioè la capacità di collegarsi con altri diversi da sé». In psicologia – prosegue il professor Ripamonti –, si adotta il termine «individuazione» e si cerca di dare importanza a ogni persona per quello che è, «ma un eccesso di individuazione, senza collegamento agli altri, degenera in una forma di “super individualismo”, per riprendere la definizione del sociologo Robert Castel. La collaborazione serve quindi a costruire società più pacifiche e più coese. Se si allena solo la dimensione individuale e competitiva, ognuno fatica a uscire da sé e a comprendere gli altri, per cui anche le famiglie, i gruppi sociali e le associazioni rischiano di avere difficoltà nello stare insieme». 

Ma è proprio così complicato riuscire a collaborare? E perché? «Scienziati, filosofi, politologi, pensatori si sono sempre confrontati con questo tema, con posizioni differenti – ricorda Ripamonti –. Per esempio, un saggio degli anni ’70, Il gene egoista del biologo Richard Dawkins, sosteneva che noi umani veniamo al mondo fondamentalmente egoisti e la vita con gli altri è una lotta. Per essere capaci di collaborare, quindi, serve un processo educativo». Scoperte scientifiche importanti, come quella dei cosiddetti neuroni specchio (che si attivano sia quando si compie un’azione sia quando la si osserva compiuta da un altro individuo, ndr), hanno invece rivelato la nostra capacità «innata» di stare insieme: «Un bellissimo saggio dello psicologo statunitense Michael Tomasello sostiene che noi “sapiens” siamo altruisti nati, naturalmente predisposti alla collaborazione – prosegue il docente –. Tutto dipende soprattutto dai fattori ambientali in cui cresciamo: se vengono valorizzate perlopiù le capacità competitive, emergeranno comportamenti conseguenti. L’enfasi sul merito non è negativa in sé, ma lo diventa quando scatena la competizione. In alcune scuole del Nord Europa sono state sperimentate forme educative che privilegiano la collaborazione fra i ragazzi».

La collaborazione, comunque, non è un approccio ingenuo, e non esclude il conflitto: «A volte si pensa che si debba sempre andare d’accordo con gli altri, ma sappiamo bene che non è così – ammette il professor Ripamonti –. Si può arrivare a collaborare anche transitando da controversie o da opinioni differenti, quindi gestendo un conflitto. Oggi si pensa ai conflitti soltanto nelle forme dello scontro e della guerra, ma in realtà un conflitto di idee o di proposte si può affrontare in modo collaborativo. Nella diversità delle opinioni spesso c’è la possibilità della crescita personale e collettiva. Il conflitto ha dentro anche un’energia vitale che può essere positiva, costruttiva: anche in questo caso, tuttavia, un clima fortemente competitivo finisce per consumarla». 

Insomma, collaborare e «fare squadra» è un vantaggio per tutti, un motore per la crescita. «Io lavoro spesso con gruppi, associazioni, organizzazioni e realtà di volontariato che si occupano di temi sociali, dalle povertà alla tossicodipendenza, e in questi settori è ancor più evidente l’importanza delle reti – ricorda lo psicologo –. L’azione di ogni gruppo è certamente apprezzabile, ma quando non è coordinata o non si pone in sinergia con quella di altre realtà simili, produce poco impatto». Un clima collaborativo genera un maggiore senso di appartenenza e un maggiore impegno: quando la competizione è esasperata, anche nelle aziende, spesso c’è chi rinuncia e si tira indietro. In parallelo, «vengono stimolate l’innovazione, la creatività e la cosiddetta “intelligenza collettiva” che nasce e si sviluppa quando c’è sospensione del giudizio e tolleranza di opinioni». Se l’unione fa la forza, facciamo almeno che sia una forza buona.

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Data di aggiornamento: 16 Gennaio 2026
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