Troppe bugie sulla rivoluzione verde (2^ parte)
Puoi leggere la prima parte del dossier qui!
Non è tutta colpa del Green Deal
Come illustrato nella prima parte del dossier, nel corso del 2025, il Green Deal, la strategia verde che sta guidando l'Europa verso la decarbonizzazione e la transizione energetica, ha subito significativi dietrofront e una crisi di credibilità, dovuta ad obiettivi ritenuti da alcuni troppo irrealistici o costosi per aziende e cittadini. La realtà è ben più complessa. Una ragione fondamentale, eppure poco sottolineata, è che molti soggetti che dovevano fare i compiti per agevolare e guidare la transizione verde non li hanno fatti a dovere, e ora si schermano dietro gli eccessi ideologici del Green Deal. Per esempio, nel 2003 la cinese BYD era una start up: nel 2025 ha raggiunto il record di oltre 4 milioni e 600mila auto vendute, superando Tesla e diventando il primo costruttore al mondo di auto elettriche. E noi europei, che dovevamo essere i primi a innovare, forti di una grande tradizione automobilistica, siamo rimasti al palo. Ciò fa pensare a politiche industriali europee e nazionali e a investimenti in tecnologie come minimo inadeguati da parte sia della politica che dell’industria: com’è stato possibile che da un lato abbiamo scelto la transizione ecologica come futuro dell’Europa e dall’altro abbiamo lasciato campo libero alla Cina sulle tecnologie verdi? Com’è stato possibile che per decenni l’Europa abbia spostato in Cina la sua manifattura e il suo know how, senza calcolare che queste scelte erano armi a doppio taglio? Disinformazione, omissioni, scelte sbagliate e paure hanno alimentato pregiudizi e fake news che potrebbero nuocere al nostro futuro e dare un’idea sbagliata di quanto stia effettivamente avvenendo.
Uno dei pregiudizi più forvianti è che le energie rinnovabili, proprio perché dipendono da fonti imprevedibili come sole o vento, non siano poi così significative. I dati dicono il contrario: Nel 2024 il 47,3% dell’energia elettrica nell’UE è stato prodotto da energie rinnovabili (Eurostat). L’Italia stessa nel maggio del 2025 ha coperto con le rinnovabili, fotovoltaico in testa, il 55,9% (Terna) della domanda elettrica del mese: un record, segno che le potenzialità sono enormi. «È certamente vero che io non posso sapere se e quanta energia elettrica il mio impianto fotovoltaico sarà in grado di produrre domani – spiega Armaroli –, ma, grazie a decenni di rilevamenti su ogni metro quadro del Pianeta, posso calcolare accuratamente quanto produrrà in un anno e decidere se è vantaggioso». Poi di questi tempi c’è un’indubbia convenienza strategica: il costo dell’energia solare non è soggetto agli sconvolgimenti geopolitici, mettendoci al riparo da innalzamenti di prezzo repentini. «Non si è ancora capito l’aspetto rivoluzionario di questa tavoletta: basso costo, bassa manutenzione, trent’anni di durata, capacità di essere trasportata e messa in funzione ovunque. Nessun’altra fonte di energia può farlo» chiosa il ricercatore.
La seconda convinzione, dura a morire, è che le tecnologie della rivoluzione verde, dal fotovoltaico, alle batterie, all’auto elettrica, inquinino come o più dei combustibili fossili, visto che ci vuole molta energia per produrli. «È un ribaltamento della realtà – commenta Armaroli –: Un’auto a benzina, dopo 200mila chilometri ha consumato otto volte il suo peso in termini di carburante e ha prodotto oltre venti volte il suo peso in termini di CO2. I materiali della batteria dell’auto elettrica sono gli stessi per 500mila chilometri e quando avranno finito la loro vita non solo ci avranno scarrozzato a emissioni zero, ma avranno una seconda vita per fare stoccaggio delle rinnovabili. Alla fine saranno riciclati e diventeranno una risorsa per i nostri nipoti. Si può fare altrettanto con l’auto a benzina?».
C’è però chi obietta che le rinnovabili non sono adeguate alle imprese, alcune delle quali hanno bisogno di grandi quantità di energia. «Al tempo del covid ho incontrato imprenditori che si sono salvati proprio grazie ai loro impianti fotovoltaici – racconta il ricercatore –. Stanno inoltre affermandosi nuove tecnologie di accumulo dell’energia da fotovoltaico, come i Bess (Battery Energy Storage System), che già oggi sono utilizzati da molte piccole medie imprese. Per quanto riguarda i contesti energivori, come per esempio un ospedale, non mi posso affidare al fotovoltaico sul tetto, però posso produrre energia pulita in qualsiasi parte d’Italia e farla arrivare alla velocità della luce dove mi serve: l’energia elettrica ha il vantaggio di funzionare così, al contrario del gas che devi invece trasportare». A questo proposito, le imprese che consumano di più possono spuntare contratti vantaggiosi, come ha recentemente fatto Ferrovie dello Stato: «L’azienda ha chiuso bandi di acquisto di energia green a lungo termine, pagando 75 euro al Mwh per la fotovoltaica e 90 per l’eolica, contro i 110 al Mwh che avrebbe pagato nel mercato all’ingrosso». (Continua...)
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