L’Italia dei mille campanili (II^ parte)
(Qui puoi leggere la prima parte del dossier di aprile)
Da Nord a Sud
«Oggi ho fatto una più intima conoscenza di Venezia procurandomi una pianta della città. Dopo di averla sommariamente studiata, son salito sul campanile di San Marco, di dove si offre allo sguardo uno spettacolo unico. Era mezzogiorno e il sole così limpido che ho potuto discernere esattamente tutto, e da vicino e da lontano, senza bisogno di cannocchiale». Era il 30 settembre 1786 quando Goethe annotava sul taccuino di viaggio (nel 1816 pubblicato col titolo di Viaggio in Italia) la sua «prima volta» sul campanile veneto per eccellenza. Il nostro viaggio comincia proprio da qui, dalla città lagunare e dalla torre della sua cattedrale: un edificio alto 98,6 metri e composto da una canna laterizia a pianta quadrata di 12 metri di lato, alta 53,75 metri, sopra cui si trovano la cella campanaria e la cuspide, coronata da una statua dell’arcangelo Gabriele. Realizzata a partire dall’888 su commissione del doge Pietro Tribuno, che aveva richiesto una torre di guardia a difesa del centro politico della città, nel corso dei secoli la struttura viene abbattuta, ricostruita ed elevata in altezza, ne sono rinforzate le fondazioni e tra il 1156 e il 1172 viene costruita la cella campanaria su cui è eretta una cuspide in legno rivestita di rame dorato. Scelta infelice che espone il campanile a fulmini e saette, a partire dal 7 giugno 1388, e che comprende tutta una lunga serie di incendi e conseguenti restauri. Fino a quando, nel 1776, l’abate Giuseppe Toaldo, teologo, astronomo e geologo dell’Università di Padova, non colloca un parafulmine sulla cuspide e il campanile è finalmente salvo. Almeno per un altro secolo, perché il 14 luglio 1902, vittima di un costante degrado, il campanile di San Marco collassa su se stesso. Verrà ricostruito «com’era e dov’era» nel 1912, e successivamente dotato anche di un ascensore all’interno della canna, che da allora consente di raggiungere la cella campanaria in trenta secondi.
Dal simbolo della Serenissima, restiamo in Nord Italia e facciamo rotta in Alto Adige per ammirare il simbolo della Val Venosta, nonché il campanile forse più pittoresco del Belpaese: quello di Curon, immerso nel Lago di Resia. Anche se non lo avete mai visto dal vivo, è quasi impossibile non l’abbiate incontrato in qualche foto o video... Intorno al suo fascino hanno persino costruito una serie tv qualche anno fa. Risalente al XIV secolo, oggi è l’unico edificio non del tutto sommerso dalle acque dell’Adige che nel 1950 ricoprirono ben 677 ettari di terreno, tra cui il paese di Curon e alcune parti di Resia, a seguito della costruzione di una diga per la produzione di energia idroelettrica nei pressi del Passo di Resia. Una scelta che ha costretto abitanti e proprietari dei masi a lasciare case e terreni, trasformando il territorio e regalando alla località una grande fama a livello turistico. Non a caso, il campanile di Curon compare nella lista mondiale dei quindici posti che sembrano usciti da una favola, stilata dalla rivista tedesca dedicata ai viaggi «GEO». Proprio perché sommerso, non sappiamo con certezza quanto sia alto questo campanile trecentesco. Quel che è certo è che sarà di sicuro molto più basso delle nostre prossime mete: il campanile di Mortegliano (Udine), costruito negli anni '50 del Novecento e – con i suoi 113 metri di altezza – il campanile più alto d’Italia, e il Torrazzo di Cremona, alto 112 metri, che è la struttura medievale più alta d’Italia e tra le più alte d’Europa.
Il nostro viaggio procede in Toscana al cospetto di un altro gigante: il campanile di Santa Maria del Fiore a Firenze, progettato e iniziato da Giotto di Bondone nel 1334. Una vera sfida per l’artista che, formatosi nella bottega di Cimabue come pittore, intraprende ufficialmente l’attività di architetto solo in età matura. «Ma quanto e’ valesse nella architettura (Giotto, ndr) lo dimostrò nel modello del campanile di Santa Maria del Fiore – scrive Giorgio Vasari ne Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568) –, che essendo mancato di vita Arnolfo Todesco, capo di quella fabrica, e desiderando gli operai di quella chiesa, e la Signoria di quella città, che si facesse il campanile, Giotto ne fece fare co ’l suo disegno un modello di quella maniera todesca che in quel tempo si usava, e per averlo egli ben considerato, inoltre disegnò tutte le storie che andavano per ornamento in quella opera. E così scompartì di colori bianchi, rossi e neri in sul modello, tutti que’ luoghi dove avevano andare le pietre et i fregi, con grandissima diligenzia, et ordinò che ’l circuito da basso fussi in giro di larghezza de braccia 100, ciò è braccia 25 per ciascuna faccia e l’altezza braccia 144, nella quale opera fu messo mano l’anno MCCCXXXIIII e seguitata del continuo, ma non sì che Giotto la potessi veder finita, interponendosi la morte sua». In effetti, il maestro muore l’8 gennaio del 1337, lasciando la gestione dei lavori ad Andrea Pisano e, successivamente, a Francesco Talenti che ultima il campanile nel 1359. Oltre seicento anni dopo, ogni giorno, migliaia di turisti da tutto il mondo raggiungono Firenze per vedere (anche) il «Campanile di Giotto», con le sue sculture, i marmi policromi e i suoi 85 metri di solennità.
Ci rimettiamo in auto e percorriamo 98 km in direzione Mar Tirreno per raggiungere l’iconica Torre di Pisa, alias il campanile della cattedrale di Santa Maria Assunta, nella piazza del Duomo (Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO dal 1987): 57 metri (58,36 metri considerando il piano di fondazione) e una inclinazione di 3,97° per quest’opera di Bonanno Pisano, iniziata nel 1173 e composta da sei piani di loggette e giri di arcate cieche.
Scendiamo più a Sud per incontrare la torre campanaria più alta di Napoli: quella della Basilica del Carmine, in stile barocco napoletano, che ogni 15 luglio, alla vigilia della festa della Madonna del Carmine, viene avvolta da fuochi d’artificio che simulano un incendio (un’antica usanza collegata a storiche battaglie). Salutiamo il campanile cosiddetto di fra Nuvolo, dal nome del frate domenicano nonché architetto manierista Giuseppe Nuvolo, e facciamo rotta verso Amalfi (SA), per ammirare il campanile arabeggiante del Duomo, con il suo variopinto stile maiolicato, tipico della Costiera Amalfitana. Qualche centinaio di chilometri e siamo a Messina: il campanile della cattedrale – ricostruito dopo il terremoto del 1908 – ospita il più grande orologio astronomico d’Europa. Già presente a partire dal XII secolo e più volte riedificata nel corso dei secoli a seguito di fulmini e terremoti, l’attuale torre campanaria possiede il concerto di campane più grande di tutta la Sicilia: 8 campane fuse dalla fonderia Colbachini di Padova nel 1929.
Il nostro viaggio alla scoperta dei campanili italiani è quasi concluso: abbiamo ammirato strutture che si distinguono per dimensioni, eccellenza artistica e maestosità, ma nel nostro Paese esistono anche tantissimi campanili non monumentali, quasi nascosti, degni di nota. Pensiamo al minuscolo campanile medievale di San Benedetto in Piscinula a Roma, che è uno dei campanili a torre più piccoli mai costruiti e che possiede due tra le campane più antiche di Roma. Dalle parti di Salerno c’è poi la Grotta di San Michele a Sant’Angelo a Fasanella: qui si può ammirare un campanile incastonato nella roccia, con una grande campana che può essere suonata ancora a corda dai visitatori!
L’itinerario vi ha entusiasmato, ma vi sembra che manchi ancora un ultimo dettaglio? Tutti questi chilometri e neanche un campanile dedicato a sant’Antonio? In realtà, anche il nostro Taumaturgo vanta in Italia una torre campanaria unica nel suo genere. O meglio, due torri gemelle ottagonali alte 68 metri, circondate da altre piccole torri che svettano sopra ben otto cupole. Sì, l’avete capito, il nostro itinerario si chiude proprio a Padova, al cospetto della Basilica di Sant’Antonio e del suo straordinario mix di stili artistici (romanico, gotico, bizantino...). Di certo una composizione architettonica sopra le righe per un Santo altrettanto fuori dagli schemi!
Puoi leggere l'intero dossier nel numero di aprile del «Messaggero di sant'Antonio» o nella sua versione digitale. Provala ora!