La casa dei bambini di strada
Eric non sa quanti anni ha. «Mia zia paterna mi ha detto che ho la stessa età di mio cugino, che attualmente ne ha 12», spiega. Facendo un conto a spanne, vive per le strade di Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo, da quando ne aveva 8: «Frequentavo la seconda elementare» afferma. Un destino che Eric condivide con migliaia di bambini e ragazzi di strada: «Difficile contarli – afferma padre Cédrick Lokange, religioso guanelliano, referente a Kinshasa per un progetto sostenuto da Caritas sant’Antonio a favore di questi ragazzi, a cavallo tra il 2025 e il 2026 –. L’ultimo censimento l’ha fatto l’Unicef nel 2006, rilevando oltre 13mila minori in stato di abbandono nella megalopoli, ma oggi alcune ong parlano di 20mila, addirittura di 40mila bambini e ragazzi di strada su 17 milioni di abitanti».Â
La Repubblica Democratica del Congo riassume le contraddizioni di tanti Paesi africani: è ricca di risorse, ha una delle popolazioni più giovani al mondo (un’età media di circa 17 anni), ma è ferita da lunghe e violente guerre, che rimangono sottotraccia anche dopo i trattati di pace. Guerre dovute a conflitti etnici e ingerenze straniere proprio per il controllo dei minerali strategici come il coltan e che causano milioni di sfollati interni. Il risultato è una povertà abissale, che costringe il 70% (Oxfam) delle persone a vivere con meno di 2 euro al giorno. Una povertà che oggi sta diventando anche una crisi sanitaria globale, con focolai di ebola, difficili da circoscrivere per un Paese povero e molto meno appoggiato dalla cooperazione internazionale, soprattutto dopo i tagli Usaid, l’agenzia statunitense per lo sviluppo.Â
Ed è proprio la povertà – che spesso trascina dietro di sé degrado e ignoranza – la prima causa del fenomeno dei ragazzi di strada. La storia di Eric lo conferma: «Io e mia sorella vivevamo con nostro padre dopo la sua separazione da mia madre. Quando la sua nuova moglie si è unita a noi è iniziato il nostro calvario. Sono scappato di casa quando ho rubato del cibo per darlo a mia sorella. La moglie di mio padre la costringeva a soffrire la fame perché secondo lei non lavorava abbastanza. Non ne potevo più. Quando mi ha beccato con il cibo, mi ha dato un forte schiaffone. Al rientro mio padre ha rincarato la dose. Il giorno dopo gli ho rubato i soldi e sono finito per strada. Non vuole che ritorni, né so dov’è mia madre».Â
La vita per strada è un inferno: «Questi bambini vanno incontro ad abusi di ogni tipo, vivono in uno stato di costante pericolo di vita, sia per la violenza che per le malattie. Alcuni hanno 5 o 6 anni, molti rubano o si prostituiscono per vivere e molti si drogano per superare il senso di abbandono e di sfiducia negli esseri umani». Cercare di riportarli alla luce è molto difficile, ma è nelle corde del carisma guaniellano, che ha un’attenzione particolare per i ragazzi abbandonati. La congregazione dei Servi della carità – Opera Don Guanella è presente nella Repubblica Democratica del Congo dal 1996. L’impegno dei religiosi nella capitale è proprio a favore dei ragazzi e delle ragazze di strada, grazie alla rete OSEPER, che sta per Opera di sostegno educativo e protezione dei bambini di strada.Â
I guanelliani, infatti, sono una delle poche realtà di Kinshasa ad aver messo a punto un metodo di recupero di questi ragazzi, pensato proprio per loro. «Il primo approccio avviene tramite un’unità mobile, con medico ed educatori, che va nei luoghi frequentati dai bambini e dalle bambine di strada, soprattutto vicino ai mercati. Cercano di avvicinarli, di dar loro le prime cure e di proteggerli per quanto possibile». Pian piano gli educatori riescono a costruire un rapporto di fiducia con alcuni di loro, convincendoli a frequentare Point d’eau, un centro di accoglienza aperto, dove i bambini entrano ed escono a piacimento e dove trovano possibilità di dormire al sicuro, cibo e servizi essenziali. È qui che inizia un rapporto più strutturato con i religiosi: «La prima cosa che cerchiamo di fare – continua padre Cédrick – è di ricongiungere i ragazzi con le famiglie, magari guidando il reinserimento e aiutando con le rette scolastiche. L’altro grande cambiamento, infatti, è quello di farli tornare a scuola o, se sono ormai troppo grandi, dar loro la possibilità di frequentare il nostro centro professionale, dove possono diventare falegnami, panettieri o sarti».Â
Un iter tutt’altro che scontato: «Il bambino di strada non si fida, non ha regole, tende a ricadere» spiega il religioso. Per chi vuole continuare il percorso, ma non ha più contatti con la famiglia o ha un rapporto troppo compromesso, l’altra scelta è trasferirsi in uno dei centri dei guanelliani, che si trovano in diversi distretti. Uno di tali centri è dedicato ai ragazzi con disabilità mentale, altra causa di abbandono per molti bambini. Ai più grandi viene invece riservato un percorso verso l’autonomia. «Non riusciamo a prenderci in carico tutti – si rammarica padre Cédrick –. Tuttavia, seguiamo circa 3.500 tra ragazzi e ragazze, grazie soprattutto alla generosità di molti».
Il contatto con Caritas sant’Antonio è avvenuto nel novembre del 2025: «Occorreva un nuovo centro di accoglienza a Lemba, per i più piccoli, bambini dai 6 ai 12 anni. Avevamo un lotto di terra e con molti sforzi abbiamo costruito un edificio per ospitare 150 bambini. Abbiamo iniziato nel 2022, ma abbiamo finito i lavori solo nel 2025. A quel punto, non avevamo più risorse per comprare l’arredamento, così ci siamo rivolti a Caritas sant’Antonio». Occorrevano i mobili per la cucina, 2 freezer, 2 frigo, 2 tv, 70 letti a castello, 35 armadi, i comodini, 10 tavoli per mensa, 100 sedie e la biancheria, per un totale di 40mila euro. Al netto dei soldi raccolti localmente, mancavano 30mila euro che Caritas sant’Antonio ha donato per rendere subito operativo il progetto.Â
Entrare in quella casa così bella, avere un proprio letto e un proprio comodino è stato per questi bambini il primo bagno di dignità , il segno tangibile che il mondo poteva essere diverso, più leggero, più umano. A dare voce a questa gioia è Alex, 10 anni, che parla come un grande: «La vita di strada è un incubo, non so neppure quanto ci sono stato. Ricordo la violenza degli adulti, i tagli con le lamette, gli spruzzi di urina. È stato orribile. Però ora sono qui. E vi dico che Dio esiste ed è buono. E che questo centro è una benedizione. Non so se i miei amici di strada siano ancora vivi… però ora so che Dio è buono. Ogni giorno uomini e donne vengono qui a donare qualcosa per noi. I sacerdoti hanno ricevuto tutto gratuitamente per noi! Questo mi commuove profondamente. Spero che il Signore infonda anche in me questo amore. La carità ci ha salvati».
Segui il progetto su www.caritasantoniana.org.
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