Fratelli e alleati
Siamo sulla costa francese a ovest di Marsiglia, col sole che brucia i corpi, la povertà dei casermoni di periferia, i mestieri al limite dell’illegale, il meraviglioso disordine del porto. C’è una famiglia di quattro giovani maschi, orfani di padre e costretti ad assistere la madre in coma, cui provvedono generosi infermieri domiciliari di cure palliative. I fratelli vogliono la mamma tra loro, a casa, contro il parere dello zio ricco che fa di tutto per ricoverarla in ospedale. La malata è a letto, con tubicini nasali per l’ossigeno e nutrizione artificiale. Non risponde, non esprime bisogni. Sono i figli ad aver bisogno di lei. Nonostante i problemi. Nonostante le incomprensioni reciproche. Le cure costano e la cronicità della malattia genera sensi di impotenza. È giusto continuare così? Non è tutto inutile? Morirà come nostro padre, senza nemmeno salutarci!
Nel film Una voce fuori dal coro (Francia 2021, di Yohan Manca), Nour, il figlio più piccolo, 14 anni, ha una risposta netta: mamma sta tra noi. Deve starci! E poi la grande musica lirica, quella di Pavarotti, della Callas e del tenore Di Stefano potrebbe risvegliarla. Così, appena può, Nour avvicina al letto le casse acustiche del suo computer e ascolta le arie memorabili di La Traviata, Turandot, L’elisir d’amore. Il melodramma nobilita le prosaiche parole della sopravvivenza. La vita di Nour danza una partitura mai scritta.
Sète è una cittadina dell’Occitania completamente circondata delle acque del mare e della laguna e, pertanto, nota come «la piccola Venezia della Linguadoca». Forse il nome viene da «cette», che in francese sta per «questa». «Questa» città è «la» città, in cui c’è mare, terra, aria, un vento primordiale, la passione vitale, la morte che incombe sui pescatori, il turismo estivo, l’arabo e il latino, i celti, i romani e i saraceni, i catari e i cattolici. La parola «sì» era pronunciata «òc». Di qui il termine Linguadoca, una regione fieramente opposta al Nord francese, in cui il «sì» era «oïl». È difficile trovare la propria etica per chi cresce in questo crogiolo di valori, senza un lavoro stabile, controllato dai rudi poliziotti delle banlieue (cioè periferie, sobborghi, luoghi di bando e divieto: da «ban»). Ma Nour, nella sua fragilità fisica, ha personalità da vendere. Ha imparato dai fratelli, nonostante le loro paure, violenze e furbizie, il coraggio di sperare. Nour lascerà Sète? Se lo farà, sarà per inseguire un sogno artistico. Una geniale, affettuosa cantante d’opera e maestra di musica, Sarah, si è affezionata a lui e ne ha scoperto il talento vocale. Del resto i genitori di Nour, immigrati, cantavano anch’essi e ascoltavano l’opera. E ora il ragazzo fa carte false pur di esercitarsi nel gruppo di allieve di Sarah.
Il titolo del film Una voce fuori dal coro traduce Mes fréres, et moi, io e i miei fratelli, un’espressione di alleanza, che vincola il gruppo (il «coro») e previene tradimenti ed esibizionismi. C’è piuttosto una solidarietà riconoscente verso le generazioni che avevano aperto la porta dell’emancipazione. Non fa così anche il cinema? Non sollecita la fantasia a imboccare, nella vita reale, strade che neppure avevamo sognato? Nour non s’inventa la sua voce. La trova come una mamma gli aveva fatto trovare le sue parole. Ora una seconda mamma lo svezza e lo riconosce: sei tu! La tua voce sei tu. Non perderti. Il film viene da un monologo teatrale e aggiunge un collage sonoro essenziale, una fotografia esistenziale, il contatto tra corpi. Contro i film esaltati dalle riviste patinate, qui non ci sono marketing pubblicitario, cast stellare, effetti speciali, ampollosità filosofiche, consumismo sessuale, creme per il visage, borsette di lusso. C’è il teatro, la scena, l’autoironia, il senso di debito, il piacere di chiedere perdono.
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