Turner e l’incanto italiano

Alla scoperta del Lago di Como e del paesaggio italiano con una mostra diffusa che porta a Como acquerelli e oli su tela firmati dal maestro della pittura romantica inglese.
29 Luglio 2026 | di

Vi siete mai trovati bloccati nel bel mezzo di una tempesta marina a bordo di una nave? Avete mai assaggiato le onde salate che s’infrangono sulla prua e si mescolano alla pioggia, prima di inondarvi di paura e incertezza? Una scena da incubo, non c’è dubbio. Eppure, nella storia dell’arte è esistito un pittore che – per catturare luce, colore ed emozioni insieme sulla tela – si è fatto addirittura legare all’albero maestro di una nave, per quattro ore, in balia della burrasca. Obiettivo del grande William Turner (1775-1851): immergersi letteralmente nella materia atmosferica e «registrare», con l’aiuto di tutti e cinque i sensi, la maestosità della natura. Una sorta, dunque, di arte interattiva d’altri tempi che il padre della pittura romantica inglese ha messo a punto a partire dai suoi oltre trecento taccuini di viaggio fino alle grandi tele realizzate in studio, a Londra. Rende omaggio a questo modus operandi insieme realistico e astratto la mostra «Turner. L’incanto del Lago di Como e del paesaggio italiano» aperta a Como fino al 27 settembre e diffusa tra la Pinacoteca Civica e il Palazzo del Broletto. Non aspettatevi, però, grandi numeri: la mostra curata da Elizabeth Brooke e organizzata dal Comune di Como in collaborazione con la Tate di Londra, raccoglie una selezione contenuta ma molto significativa di oli e acquerelli firmati da Turner, tutti provenienti dalla nota galleria inglese.

Ma che c’entra Como con il maestro romantico? E che rapporto aveva il grande pittore con il paesaggio italiano? Per rispondere a queste domande, dobbiamo fare una premessa. Correvano gli anni a cavallo tra Settecento e Ottocento quando il Grand Tour – ovvero il viaggio di formazione e piacere che molti intraprendevano nell’Europa continentale per scoprire le bellezze del passato – raggiunse l’apice del successo tra gli artisti. Uno di questi è William Turner, giovane pittore della Royal Academy of Arts di Londra (a soli 26 anni viene eletto membro effettivo!) in cerca di ispirazione. Figlio di un barbiere con la bottega a due passi da Somerset House (proprio dove aveva sede la Royal Academy), Joseph Mallord William – questo il suo nome completo – nasce con un incredibile talento per il disegno, talento incoraggiato peraltro dalla famiglia. Affascinato dall’arte classica e dalla natura estrema, fin da giovane il pittore tende a raffigurare su carta e tela quella «estetica del sublime» tanto in voga all’epoca. Scogliere e radure, montagne, edifici in rovina e corsi d’acqua sono il suo pane quotidiano, ma per ritrarli Turner ha prima bisogno di vederli con i suoi occhi, di sentirli e di immergersi in essi. Nascono da questa necessità i suoi moltissimi viaggi (una ventina in Europa, più tutte le escursioni su e giù per la Gran Bretagna). «L’artista J.M.W. Turner era un viaggiatore irrequieto, sempre in movimento – spiega Amy Concannon, senior curator of Historic British Art alla Tate, nel documentario JMW Turner On the Wing prodotto da Tate Digital –. I suoi dipinti erano una combinazione di ciò che vedeva in viaggio e di ciò che gli dettava l’immaginazione». 

Armato di un bastone che racchiudeva un pugnale (nell’Ottocento sono molti gli imprevisti e i pericoli di chi si mette in cammino…), Turner si sposta a piedi, in barca, in carrozza e perfino con i primi battelli a vapore. Quando raggiunge l’Italia per la prima volta, nel 1802 (più precisamente, la Val D’Aosta) – e poi nel primo vero Grand Tour italiano del 1819 – è un po’ come se quei paesaggi naturali facciano già parte del suo immaginario e della sua formazione accademica. Ossessionato dalle montagne, Turner visita valichi alpini, ponti sospesi sul nulla, borghi antichi, corsi d’acqua e diversi laghi. In quello di Como si fermerà per tre volte: nel 1819, nel 1842 e nel 1843. Proprio a queste tre occasioni risalgono i sette acquerelli esposti al Palazzo del Broletto. L’artista percorre il lago lombardo in lungo e in largo, visita gli stessi luoghi in orari diversi della giornata e, un po’ come farà Claude Monet nelle sue opere impressioniste, studia gli effetti della luce sul paesaggio. Il risultato è una carovana di sensazioni: c’è la leggerezza di quelle acque cerulee a tratti trasparenti; c’è l’imponenza dei rilievi che cingono il lago di Como e vi si tuffano a picco dentro… E ancora: le barchette appena abbozzate che quasi scompaiono di fronte alla magnificenza della natura (a proposito di estetica del sublime…); la nebbia che sale dalle montagne e porta con sé nostalgia (Il Lago di Como da Menaggio guardando verso Bellagio, 1819); i giardini terrazzati tipici delle ville tra Menaggio e Bellagio (Lago di Como – Un addio, 1826-1827 circa); il porto immortalato da diversi punti di vista e baciato dalla luce arancione del tramonto (Como: tramonto, 1843 circa) o da un’aurea gialla che si riflette in tutto il campo visivo, smaterializzando le architetture e gli altri elementi figurativi (Il Lago di Como, 1843 circa). 

La pratica di dissolvere le figure nell’atmosfera, del resto, è una prerogativa del Turner più maturo, che tende sempre più a sfumare il confine tra descrizione e astrazione, privilegiando la percezione rispetto al dettaglio. Il risultato, però, è tutt’altro che straniante o sgradevole. Al contrario, le sue opere più astratte, per quanto indefinite a un primo sguardo, conservano una potenza vorticosa capace di risucchiare il pubblico direttamente all’interno della scena. Prima del maestro inglese, forse nessuno era riuscito – parafrasando John Ruskin – a raggiungere «con l’intuizione e l’intensità dello sguardo una verità più essenziale di quella che si vede sulla superficie delle cose». 

Oli su tela

Per appurare ulteriormente la convinzione del grande artista preraffaellita, concludiamo il nostro viaggio a Como nella Pinacoteca Civica, dove ci attendono altre quattro opere di Turner, nello specifico quattro oli su tela tratti da paesaggi italiani. Si parte da Tivoli vista dal Monte Catillo (1828), in cui un altopiano emerge tra la foschia svelando la tecnica pittorica di Turner, che era solito sviluppare la struttura atmosferica della scena prima di aggiungere i dettagli topografici. La sala successiva ci porta nel Nord Italia, fino alla Laguna veneziana, dove il maestro ritrae una barca da pesca che sembra quasi dissolversi nella nebbia e nella luce. Sullo sfondo, in un sapiente gioco di trasparenze, si riconoscono a stento Palazzo Ducale e il campanile di San Giorgio Maggiore. Ammiriamo un altro po’ l’atmosfera rarefatta e a tratti inquietante di quello che John Ruskin definì uno dei migliori oli di Turner (non a caso pare che tentò di copiarlo e per questo venne espulso dalla Royal Academy) e posiamo lo sguardo su un paesaggio bucolico, apparentemente rassicurante. Siamo nei pressi del Lago d’Averno, in Campania. Tra pini marittimi e antichi edifici in rovina, Turner ritrae la Sibilla che offre a Enea il ramo d’oro necessario per accedere agli Inferi (Il ramo d’oro, 1834). Completano la scena, tratta dall’Eneide di Virgilio, figure danzanti e un serpente, quale rimando alla tensione tra bellezza e mortalità. Anche qui il quadro – omaggio alla letteratura classica che Turner tanto amava – è avvolto da una bruma misteriosa, pur mantenendo un assetto nettamente figurativo.

Lo stesso non si può dire per l’ultimo quadro in mostra: Tramonto su un lago, un olio datato 1840 che, al di là dei riferimenti geografici praticamente inesistenti (fatto salvo qualche accenno di picchi innevati sulla destra), innalza a unica vera protagonista la luce. Una luce-evento resa attraverso pennellate di colore ampie e vorticose, velature traslucide e tratti di materia pittorica frammentata. Ancora una volta ecco il Turner maturo, precursore di una sensibilità astratta che farà molto parlare di sé. Non è un caso che il pittore romantico sia stato il primo artista figurativo a comparire su una banconota da 20 ster­line emessa nel 2020 dalla Banca d’Inghilterra. Dietro al suo ritratto, sullo sfondo della cartamoneta è riconoscibile la sua opera più nota, La valorosa Téméraire al suo ultimo ancoraggio per essere demolita (1838), divenuta ormai un simbolo del­l’arte britannica. Passano i secoli, cambiano le mode, ma l’arte capace di toccare il cuore, oltre che lo sguardo, non passa mai.

Prova la versione digitale del «Messaggero di sant'Antonio»! 

Data di aggiornamento: 29 Luglio 2026
Lascia un commento che verrà pubblicato