I costi ambientali dell'IA
Le notizie delle numerose proteste sono rimbalzate in Italia solo debolmente. Eppure, negli Stati Uniti, da mesi e mesi è attivo un grande movimento d’opinione che intende contrastare la creazione di data center sempre più grandi in varie zone del Paese. Secondo alcune fonti, pare addirittura che «l’opposizione ai data center abbia bloccato o ritardato, negli Stati Uniti, 45 progetti per un valore pari a 68 miliardi di dollari» solo tra aprile e giugno scorsi (fonte: Data Center Watch). Non solo. Ben 30 parlamenti statali statunitensi hanno sentito il bisogno di legiferare sul tema, adottando misure che vanno a incidere su ubicazione e consumo di acqua ed elettricità di queste nuove ingombranti presenze.
Ma che cos’è un data center? Si tratta di un «centro di elaborazione dati», cioè una struttura fisica che ospita server, sistemi di archiviazione e apparecchiature di rete per elaborare, conservare e distribuire grandi quantità di dati. Il problema è che nell’epoca dell’IA, questi centri sono diventati colossali, visto che si trovano a dover gestire una mole di lavoro senza precedenti. Occupano quindi non solo enormi quantità di spazio (un esempio emblematico è il nuovo campus per l’IA che Meta sta costruendo a Richland Parish, in Louisiana, che si estende per un’area pari a ben 70 campi da football americano, cioè circa 370mila metri quadri complessivi di sole strutture) ma soprattutto richiedono dosi di energia, per alimentare i sistemi, e di acqua, per raffreddarli, capaci di mettere in ginocchio una città. Per non parlare del calore che essi emettono nell’atmosfera (anche sotto forma di vapore acqueo) e che si avverte palpabilmente nella zona in cui sorgono. Per capirci: l'IEA, International Energy Agency stima che oggi il consumo di elettricità dei data center ammonti a circa 415 terawattora (TWh), ovvero circa l'1,5% del consumo globale di elettricità nel 2024. Un consumo che, in cinque anni, è cresciuto del 12% all'anno e si prevede che raddoppierà, raggiungendo circa 945 TWh entro il 2030, pari a poco meno del 3% del consumo globale totale di elettricità, con una crescita pari al 15% all’anno, oltre quattro volte più velocemente rispetto alla crescita del consumo totale di elettricità di tutti gli altri settori (Fonte: IEA).
E in Italia? Al momento i data center non raggiungono le dimensioni statunitensi. La normativa, inoltre, vieta l’utilizzo di acqua potabile per raffreddare i sistemi. Ma per il resto il problema rimane, anche perché, al 30 giugno 2025, le richieste di connessione alla rete per nuovi data center di più di 50 gigawatt, hanno raggiunto il numero di 300 (Fonte: Terna). E, sempre i dati dell'osservatorio del Politecnico di Milano e di Terna, dicono che, a fine 2025, i data center commerciali attivi nel nostro Paese assorbivano circa 609 megawatt (pari ai consumi di un milione di famiglie) e le richieste continuano ad aumentare.
E allora, forse, prima di digitare sul proprio smartphone una richiesta all’IA, magari per gioco, fermiamoci un attimo: quella domanda non è a costo zero. Uno studio della University of California Riverside, del 2023, ha infatti calcolato che una sessione di 20-50 domande con uno chatbot consuma circa mezzo litro d’acqua e che quindi una singola richiesta ne assorbe in media tra i 10 e i 25-50 millilitri, oltre all’energia necessaria a far funzionare i macchinari.
Fermiamoci e chiediamoci se ne vale proprio la pena. Perché, soprattutto in epoca di climate change, forse è meglio cambiare gioco.
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