Intelligenza artificiale e medicina del futuro

All’IA l’elaborazione dei dati. Al medico le decisioni cliniche. Intervista a Tonino Cantelmi, professore associato di Psicopatologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma.
29 Settembre 2026 | di

Mentre le Big Tech americane si interrogano sul futuro dell’Intelligenza artificiale e sul rischio che possa addirittura diventare una minaccia esistenziale per l’umanità, nei vari settori della società di fanno i conti con le applicazioni delle reti neurali nella gestione di risorse e strumenti di lavoro. Uno degli ambiti più delicati è quello della sanità perché la diagnosi e la terapia medica non possono essere disgiunte da un approccio al paziente che ne garantisca sempre il rispetto e la dignità. Ne abbiamo parlato con Tonino Cantelmi, professore associato di Psicopatologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma e componente del Comitato nazionale di Bioetica della Presidenza del Consiglio dei ministri. Cantelmi è autore del saggio dal titolo La relazione terapeutica nell’era della rivoluzione IA (CISU).

Msa. «Con gli strumenti dell’Intelligenza artificiale possiamo già recuperare tra il 30% e il 40% del tempo prima dedicato alla burocrazia. È tempo che può essere restituito ai pazienti, all’ascolto, alla prevenzione e alla qualità della cura». Lo ha detto, in occasione di un recente incontro promosso da Fimmg Padova e Ordine dei Medici di Padova, Daniele Angioni, medico di medicina generale e formatore impegnato sui temi dell’Intelligenza artificiale applicata alla Sanità. Secondo lei, è un dato realistico?

Cantelmi. La direzione è certamente realistica, sarei più prudente nel trasformare quel 30-40% in un dato valido per tutti, perché molto dipende dal contesto, dagli strumenti utilizzati e dall’organizzazione dei servizi. Ma il punto vero è un altro: l’IA ha una straordinaria capacità di svolgere rapidamente attività ripetitive, amministrative e di elaborazione dei dati, alleggerendo il carico cognitivo del medico. E questo può rappresentare un enorme vantaggio. La questione decisiva è che cosa faremo del tempo guadagnato. Se servirà soltanto ad aumentare il numero delle prestazioni, avremo ottenuto efficienza, ma non necessariamente una medicina migliore. Se invece quel tempo sarà restituito ai pazienti, all’ascolto, alla prevenzione, alla comunicazione e alla qualità della relazione, allora la tecnologia avrà prodotto un autentico progresso. In fondo, il paradosso potrebbe essere molto positivo: usare una macchina per liberare il medico da ciò che è più meccanico e consentirgli di tornare a dedicarsi pienamente a ciò che è propriamente medico, cioè prendersi cura della persona. In questo senso, il tempo liberato dalla tecnologia può diventare una vera risorsa per la relazione di cura.

L’adozione dell’IA in campo medico è ormai crescente e irreversibile, sia nella ricerca di nuovi farmaci, sia per diagnosi e terapie, sia nell’attività di gestione della Sanità. Chi si occuperà dei pazienti in futuro? I medici in carne e ossa e i ricercatori si troveranno a competere con l’Intelligenza artificiale pur di non vedersi esautorati?

Non credo che la prospettiva giusta sia quella di una competizione tra medico e macchina. Credo piuttosto che assisteremo a una profonda ridefinizione delle professioni sanitarie. Molte attività ripetitive, analitiche e computazionali saranno svolte dall’IA con una velocità e, in alcuni casi, con un’accuratezza difficilmente raggiungibili dall’uomo. Negarlo sarebbe inutile. Ma questo richiederà al medico competenze scientifiche sempre più solide, e una formazione costantemente aggiornata. Dovrà essere capace di comprendere, verificare e interpretare criticamente ciò che la macchina produce, riconoscerne limiti ed errori, e integrare quei risultati con la storia clinica, il contesto e la singolarità del paziente. L’IA può elaborare enormi quantità di dati, ma spetta al medico trasformare quei dati in una decisione clinica responsabile. Proprio perché la tecnologia sarà sempre più potente, acquisterà ancora più valore ciò che la macchina non può assumere. Il medico del futuro, oltre ad avere una solida formazione scientifica, dovrà diventare sempre più uno «specialista in umanità», capace di tenere insieme il rigore della scienza e la profondità dell’incontro con la persona. La tecnologia potrà offrirgli strumenti sempre più sofisticati, ma resterà suo il compito di dare senso alle informazioni, assumere la responsabilità delle decisioni e accompagnare il paziente, soprattutto nei momenti di maggiore fragilità. Il medico nell’era dell’AI, quindi, non dovrà competere con questa, ma dovrà saperla governare. Il vero rischio di essere esautorato nasce quando rinuncia al proprio giudizio e diventa semplicemente l’esecutore di una raccomandazione algoritmica. Io immagino invece un modello di intelligenza aumentata, nel quale la potenza della macchina amplia le capacità conoscitive del professionista senza sostituirne il discernimento e la responsabilità. Davanti a una diagnosi grave, non abbiamo bisogno soltanto di sapere con precisione che cosa ci sta accadendo. Abbiamo bisogno di un medico capace di interpretare quella diagnosi nel contesto della nostra storia clinica, orientare le decisioni e accompagnarci nel percorso di cura. È qui che la competenza scientifica e la relazione si incontrano. E torno volutamente su un principio che può sembrare quasi un mantra, proprio perché lo considero fondamentale: la tecnologia può supportare il medico, ma non può sostituirne la responsabilità clinica e la capacità di prendersi cura della persona. Naturalmente, tutto questo potrà diventare realmente possibile solo se l’Intelligenza artificiale verrà governata dentro una cornice etica e normativa adeguata, capace di garantire trasparenza, sicurezza, responsabilità e controllo umano. Una trasformazione così profonda non può essere affidata soltanto alla tecnologia: dobbiamo decidere, come professionisti e come società, quale ruolo vogliamo attribuirle nella medicina del futuro.

Non c’è il rischio che l’«abitudine», indotta dalla tecnologia stessa, a fidarsi dell’IA (non di rado in modo a-critico), e che interessa gli stessi addetti ai lavori, faccia diminuire il necessario ruolo di controllo e di analisi di «dati» e procedure con cui gli esseri umani hanno sempre operato in campo medico? Peraltro, questa «abitudine» sta dilagando in molti ambiti, non solo in quello medico.

Sì, ed è uno dei rischi che considero più seri. Più uno strumento diventa efficace, rapido e apparentemente sicuro, più siamo portati a fidarci e sentiamo meno il bisogno di verificarlo. In medicina questo può produrre un progressivo deskilling: alcune competenze rischiano di indebolirsi proprio perché ci abituiamo a delegarle alla macchina. C’è anche un paradosso: ci affidiamo sempre di più a sistemi il cui processo interno può essere molto difficile da ricostruire. Per questo, quanto più cresce la potenza dell’algoritmo, tanto più deve crescere la capacità critica del medico. Non possiamo permettere che l’autorevolezza della macchina spenga il dubbio clinico. Il controllo umano non deve quindi diventare una formalità. Il professionista deve conservare la capacità e la libertà di interrogare il risultato, metterlo in discussione e, quando necessario, contraddirlo. L’IA deve ampliare il pensiero del medico e non atrofizzarlo.

In occasione del recente convegno «Health-AI 2026: Intelligenza, Dati e Persone», promosso dall’UCID Lazio (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti), è stato presentato il Manifesto Singolarità Tecnologica verso Malattia Zero. Con quali principi e finalità?

Il titolo mette volutamente in tensione due possibili scenari: da una parte la Singolarità Tecnologica, cioè la prospettiva di uno sviluppo dell’Intelligenza artificiale così rapido e potente da rendere sempre più difficile per l’uomo comprenderlo e governarlo; dall’altra Malattia Zero, che rappresenta invece la possibilità di mettere quella stessa potenza tecnologica al servizio della salute, della prevenzione e della cura. Per usare un’immagine intenzionalmente provocatoria: pensiamo a un pesce rosso nel suo acquario e alla distanza che c’è tra la sua capacità di comprendere il mondo e la nostra. Lo scenario estremo della Singolarità immagina che, un giorno, potremmo trovarci noi nella posizione del pesce rosso rispetto a sistemi artificiali immensamente più capaci di elaborare conoscenza e informazioni. Io non considero questo esito inevitabile, ma proprio questa immagine ci ricorda perché dobbiamo governare oggi lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale, prima che la distanza tra la nostra capacità di controllo e la sua complessità diventi troppo grande. Malattia Zero non significa immaginare ingenuamente un mondo senza malattie, né promettere l’immortalità. È una metafora che indica un cambio radicale di prospettiva: passare da una medicina che attende la malattia e poi interviene, a una medicina capace di anticiparla, intercettare precocemente i rischi e costruire salute prima che si manifesti la patologia. Il Manifesto che abbiamo elaborato si fonda su quattro pilastri: l’Intelligenza artificiale come motore di una sanità proattiva e predittiva; le nuove frontiere della nanotecnologia e della rigenerazione biologica; la medicina di popolazione dentro un sistema universalistico, perché i benefici dell’innovazione siano accessibili a tutti; e, infine, una forte dimensione etica e umanizzante. È proprio quest’ultimo punto a tenere insieme tutto il progetto. Non vogliamo una medicina governata dalla tecnologia, ma una tecnologia governata dall’uomo. Malattia Zero vuole trasformare la potenza dell’innovazione in un’architettura del benessere, nella quale prevenzione, territorio, ricerca e cura lavorino insieme senza mai perdere la centralità della persona. La sfida non è rendere la medicina meno umana perché più tecnologica, ma usare la tecnologia per renderla più capace di prevenire, più equa e, soprattutto, più umana.

L’IA ripropone una questione annosa e cruciale: non si dovrebbe curare solo la malattia, che spesso è il primo sintomo di un disagio fisico, psichico, sociale, ecc. di un paziente. Se non lo capiscono gli esseri umani, ben difficilmente lo capirà un algoritmo, con la conseguenza che questa ambiguità potrebbe diventare anche un alibi, per esempio per chi amministra la Sanità, riducendo così a mero dato statistico l’attività di cura e assistenza. Che ne pensa?

È esattamente uno dei nodi centrali. Perché curare non significa soltanto individuare una patologia e scegliere il trattamento statisticamente più efficace. Significa anche prendersi cura di qualcuno che soffre. Un algoritmo può essere straordinariamente potente nel riconoscere pattern, correlazioni e fattori di rischio, ma la persona non coincide con la somma dei suoi dati. Ogni paziente porta con sé una storia, relazioni, fragilità, desideri e un proprio modo di dare senso a ciò che sta vivendo. Il rischio è confondere ciò che è misurabile con ciò che è importante. E questa logica potrebbe diventare anche un alibi organizzativo: una sanità valutata esclusivamente attraverso numeri, prestazioni e indicatori di efficienza rischia di dimenticare la qualità reale della cura. Per questo credo che i dati debbano aiutarci a vedere meglio la persona, non sostituire la persona con il dato. E in questo senso speranza e compassione resteranno due dimensioni insostituibili della medicina: un algoritmo può indicarci una probabilità, ma non può farsi carico della speranza di una persona. Il Manifesto Singolarità Tecnologica verso Malattia Zero lo esprime con chiarezza: la medicina non deve limitarsi a curare la malattia, ma deve prendersi cura della persona malata.

Se c’è un budget da rispettare, è lecito immaginare che in un futuro non troppo lontano l’IA sarà chiamata a valutare anche quali priorità dare: per esempio nella somministrazione di farmaci salvavita, nella precedenza ovvero nell’opportunità o meno di eseguire un trapianto, negli interventi chirurgici, ecc.

Su questo voglio essere molto chiaro: credo che l’Intelligenza artificiale non possa occuparsi di tutto. Esistono ambiti nei quali può fornire dati e informazioni preziose, ma devono esserci anche delle «zone franche», che definirei vere e proprie riserve umane, nelle quali la decisione non può essere affidata a un algoritmo. Pensiamo, per esempio, all’oncologia: alcuni farmaci estremamente costosi possono prolungare la vita di settimane o di pochi mesi. Oppure pensiamo a terapie pediatriche in condizioni disperate o a interventi chirurgici con probabilità di successo molto basse. Stabilire se investire risorse in una terapia piuttosto che in un’altra non è soltanto un problema di calcolo, di costo-efficacia o di probabilità statistica. È una scelta che coinvolge il valore della vita, la vulnerabilità, la giustizia, la responsabilità e il significato stesso del curare. L’IA può certamente aiutarci a conoscere meglio gli scenari e a valutare una quantità di dati impossibile da gestire per un singolo professionista. Ma non deve essere chiamata a stabilire autonomamente chi curare, quanto investire su una vita o quando una possibilità terapeutica non «conviene» più. Sono decisioni che devono restare affidate alla responsabilità umana, clinica, etica e istituzionale. Per questo credo sia necessario individuare fin da ora delle vere e proprie «riserve umane»: ambiti nei quali, proprio perché sono in gioco la vita, la dignità e il destino concreto di una persona, l’ultima decisione deve restare all’uomo. Direi così: l’algoritmo può aiutarci a ordinare i dati, ma non può stabilire il valore delle persone.

I dati diffusi dalla Fondazione Gimbe confermano il progressivo de-finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale italiano. Con una Sanità pubblica che in molte regioni italiane, e tra numerose disparità, pare non essere più in grado di reggere alla domanda di una popolazione peraltro sempre più anziana, l’IA sembra destinata a «sposare» il concetto di progressiva esternalizzazione e privatizzazione della Sanità. Lei che insidie vede in questa tendenza? E come può essere contrastata?

Intanto, contesto i dati diffusi dalla Fondazione Gimbe, perché non tengono conto di una quota molto rilevante di risorse che, nel sistema pubblico, viene assorbita dalla medicina difensiva. Questo fenomeno comporta spesso il ricorso a esami, accertamenti e prestazioni non realmente necessari dal punto di vista clinico. Secondo i dati richiamati dal Ministero della Salute, la medicina difensiva costa al sistema sanitario circa 11 miliardi di euro ogni anno, mentre stime più ampie, soprattutto storiche, sono arrivate a indicare una forbice fino a 12-20 miliardi.  Si tratta di risorse enormi che, se recuperate e utilizzate in modo più appropriato, potrebbero contribuire in maniera significativa al rafforzamento del nostro Servizio Sanitario Nazionale. Per quanto riguarda poi il rapporto tra tecnologia, sostenibilità del sistema e privatizzazione, il rischio esiste ed è molto concreto: che una tecnologia nata con la promessa di rendere la sanità più accessibile finisca, se governata prevalentemente dalle logiche del mercato, per creare una sanità a due velocità: da una parte chi può accedere alle tecnologie più avanzate, alla medicina predittiva e a percorsi altamente personalizzati; dall’altra chi resta dentro servizi progressivamente impoveriti. C’è poi un’altra insidia: pensare che velocità, efficienza, scalabilità e riduzione dei costi siano sufficienti a definire una buona sanità. Sono elementi importanti, ma non possono diventare il criterio sovrano. La sanità non produce semplicemente prestazioni: si prende cura delle persone. Nel Manifesto Singolarità Tecnologica verso Malattia Zero abbiamo legato in modo molto forte innovazione, medicina di popolazione e sistema sanitario universalistico. L’IA può contribuire a fare il contrario di ciò che temiamo: ridurre le disparità territoriali e sociali, rafforzare la medicina di prossimità, individuare precocemente i bisogni e utilizzare meglio le risorse. Ma perché questo accada è necessario un investimento pubblico nelle infrastrutture, nei dati, nelle competenze e nella governance. La tecnologia non dovrebbe diventare il cavallo di Troia della privatizzazione, ma uno strumento per rendere il Servizio Sanitario più sostenibile, più vicino ai bisogni delle persone e più equo. L’innovazione, o è inclusiva e per tutti, o tradisce la sua stessa promessa.

Data di aggiornamento: 29 Settembre 2026
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