Attacco al giornalismo
«L’Informazione nel Mirino». Con questo titolo è stato presentato a Roma dal Censis il ventunesimo rapporto sulla comunicazione relativo al 2025. E non si è trattato solo di una ardita metafora per attrarre l’attenzione: basti ricordare gli oltre 200 reporter uccisi a Gaza perché documentavano il massacro del popolo palestinese, considerati un «bersaglio legittimo» da parte dei militari. Ma i ricercatori hanno voluto allargare lo sguardo anche a quanto è avvenuto «lontano dal fronte». Il dilagare dei conflitti armati ha delegittimato l’informazione davanti all’opinione pubblica. Troppa propaganda e troppe notizie tenute nascoste hanno generato una profonda crisi di fiducia nei media tradizionali.
Che la credibilità di molte televisioni e testate giornalistiche sia oggi bassa lo ha attestato a metà giugno pure il Digital News Report 2026, la ricerca più prestigiosa sullo stato dell’informazione nel mondo. Nella versione italiana del rapporto, curata dal Master in Giornalismo di Torino, è risultato che il numero delle persone che si fidano delle notizie è sceso al 32%, dal 36 dell’anno precedente. Lo scetticismo riguarda, tra le fonti, soprattutto i social media, ma tocca un po’ tutti. Nella ricerca non mancano pure dati discordanti: arriva al 36% il numero di coloro che dicono di evitare le notizie, ma al contempo il 57% dichiara di consultare l’informazione giornalistica più volte al giorno. A voler essere ottimisti, possiamo dedurre che c’è una domanda di contenuti seri e affidabili. Il problema è che lo smartphone, lo strumento più usato per informarsi, non si presta granché agli approfondimenti.
In questa ricognizione sullo stato di salute dell’informazione, resta ora da analizzare cosa stia accadendo a livello planetario con il boom delle intelligenze artificiali. Qui la voce più interessante è stata quella di A.G. Sulzberger, editore del «New York Times». Una testata, la sua, che, in virtù degli abbonamenti online, è in ottimo stato di salute, registra utili e assume giornalisti. Eppure, il primo giugno, aprendo a Marsiglia il Congresso Mondiale dei Media, proprio Sulzberger ha lanciato un vero e proprio grido di allarme contro i giganti Hi Tech. Ha invitato il mondo dell’editoria alla resistenza attiva contro il «saccheggio dei dati» che i motori intelligenti di risposta stanno facendo dei contenuti giornalistici. «Quelli della Silicon Valley non si sognerebbero mai di rubare i chip o di allacciarsi illegalmente alla rete elettrica, ma lo fanno con quanto produciamo noi» ha precisato, ricordando che la sua testata ha già speso 20 milioni di dollari per le cause aperte in tribunale contro i rivali Tech.
Nella sua logica, la capitolazione davanti allo strapotere dei signori degli algoritmi crea un «deserto informativo» che fa il gioco dei potentati economici e politici, che approfittano della debolezza dei media tradizionali per agire indisturbati, sottraendosi al controllo dell’opinione pubblica. E qui va ricordato che il giornalismo indipendente è sotto attacco pure da parte della politica. I legali del presidente Trump hanno promosso cause miliardarie contro giganti come «New York Times», «Wall Street Journal», BBC. Visto da qui il futuro dell’informazione somiglia a un campo di battaglia. Nel mirino però pare esserci la democrazia così come l’abbiamo vissuta fino a oggi.
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