01 Settembre 2026

Geni senza frontiere

Sono 120mila gli scienziati italiani all’estero. Una risorsa strategica che chiede di interagire meglio con istituzioni e università italiane.
Geni senza frontiere

© Blackjack3d / Getty Images

Fernando Ciaramitaro ha lasciato Palermo con una borsa di studio Erasmus in tasca e la testa piena di domande sulla storia degli italiani nel mondo. Era il 1999, destinazione Siviglia. Non sapeva ancora che a quella partenza non sarebbe seguito un ritorno definitivo. Oggi insegna Storia e scienze politiche all’Università Autonoma di Città del Messico, presiede l’Associazione dei Ricercatori Italiani in Messico (ARIM). «Città del Messico è come una grande Palermo», dice ricordando una vitalità caotica che non lo ha mai fatto sentire straniero del tutto.

Simone Lucatello invece è partito per il Centroamerica come ricercatore europeo, sulle tracce dell’uragano Mitch che nel 1998 aveva devastato Honduras e Nicaragua. Di Mitch ha poi studiato gli effetti sul lungo periodo, ha imparato a leggere la violenza del clima tropicale e ha fondato l’Associazione dei Ricercatori Italiani in Messico insieme a Ciaramitaro. Il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, lo ha insignito del titolo di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia per i suoi meriti scientifici. Vive a Città del Messico da venticinque anni e dirige un centro pubblico di ricerca del governo messicano. Quando gli si chiede se tornerebbe, risponde con una domanda: «L’Italia sa cosa fare con noi?». 

Il glaciologo che studia i ghiacci dell’Antartide, l’astrofisica che misura i raggi gamma nell’universo profondo, il ricercatore che insegna ai robot a volare da soli, la psicologa che prepara gli astronauti all’isolamento. Li ha riuniti, a Roma, la XX Conferenza dei Ricercatori Italiani nel mondo, ospitata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, a Palazzo Chigi. Un evento che ogni anno raccoglie scienziati italiani dai cinque continenti, e che quest’anno ha celebrato il suo ventesimo anniversario: un mondo sommerso di talenti, di storie di adattamento e di radici mai spezzate.

Una valigia piena di talento

C’è una differenza che Ciaramitaro tiene a precisare ogni volta che parla ai suoi studenti messicani: gli italiani che emigravano nell’Ottocento e nel primo Novecento viaggiavano con una valigia di cartone, quelli di oggi viaggiano con un dottorato, una borsa di ricerca, un contratto con un laboratorio universitario americano o un centro di ricerca asiatico. «L’emigrazione attuale è altamente specializzata – ribadisce –. I nostri ingegneri costruiscono ponti, i nostri geologi studiano la terra. Questo è il contributo dei migranti di oggi». La differenza non riguarda lo spirito – il coraggio di partire è rimasto lo stesso – ma ciò che viene portato via al Bel Paese: non più braccia, ma brevetti.

Secondo Vincenzo Arcobelli, fondatore della Conferenza dei Ricercatori Italiani nel Mondo, sono circa 120mila i ricercatori italiani all’estero (dato ricavato dagli iscritti all’AIRE, l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero), 15mila dei quali nei soli Stati Uniti. «Negli ultimi dodici anni il numero è aumentato in maniera esponenziale a causa della mancanza di lavoro e di opportunità in Italia – osserva Arcobelli –. Germania, Stati Uniti e Canada li prendono a costo zero, già formati dalla nostra buona scuola e università». Lucatello preferisce non chiamarla fuga. Per lui «è un’estensione dell’intelligenza italiana all’estero». La distinzione cambia il soggetto della frase. Non sono loro che se ne vanno, è l’Italia che non li vede: «Come italiani all’estero siamo una risorsa che spesso non è considerata a livello nazionale. La domanda è: cosa vuole fare l’Italia con noi?», aggiunge con una semplicità disarmante.

Concordia, nove mesi ai confini del mondo

C’è un posto sul pianeta dove la ricerca italiana si svolge ai limiti estremi di ciò che il corpo e la mente umana possono sopportare. Si chiama Concordia, ed è una stazione scientifica in Antartide, a 3.200 metri di quota sul plateau del continente bianco. Ogni anno un gruppo di ricercatori italiani, completamente isolati, vi trascorre nove mesi. Niente voli di soccorso in inverno, temperature che toccano i meno 80 gradi Celsius, mesi interi senza sole. L’ENEA (Agenzia nazionale per le Nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) coordina la logistica di queste spedizioni in collaborazione con il CNR (Consiglio nazionale delle ricerche) per la parte scientifica. Denise Ferravante è psicologa dell’ENEA e studia cosa succede a chi vive in quelle condizioni. Le sue ricerche servono direttamente all’ESA (Agenzia spaziale europea) per preparare gli astronauti alle missioni di lunga durata nello spazio profondo.

«I ricercatori di Concordia sperimentano tutte le condizioni esattamente come saranno nelle future missioni verso Marte e oltre – spiega Ferravante –. Stiamo creando contromisure per fronteggiare gli effetti negativi dell’isolamento e del confinamento». Ferravante sa che il contesto italiano che rende possibile questa ricerca d’avanguardia è lo stesso che poi non sa trattenere chi la fa. Le università sono di alto livello, riconosce, «ma dopo il percorso di studi è difficile inserirsi negli enti di ricerca» per colpa di procedure burocratiche «ancora troppo farraginose, che non permettono di assumere risorse giovani con talento». Il risultato è che molti giovani ricercatori si trovano costretti ad andare via, «talvolta anche  controvoglia», perché il sistema italiano semplicemente non riesce ad assorbirli. Il rimedio, per lei, è «mettere fondi e rendere le procedure più snelle».

La scienza italiana che non vediamo

La XX Conferenza dei Ricercatori Italiani nel mondo ha portato alla ribalta la varietà straordinaria degli ambiti in cui lavorano i ricercatori italiani all’estero. Il colonnello Walter Villadei, astronauta dell’Aeronautica militare italiana, ha parlato delle opportunità e delle sfide del volo spaziale commerciale nell’era della nuova economia dello spazio, esponendo il caso della missione Ax-3 di Axiom Space. Maria Giovanna Dainotti, dell’Osservatorio Astronomico Nazionale del Giappone, sta usando i lampi di raggi gamma come sonde indipendenti per misurare l’energia oscura nell’universo. 

Giuseppe Loianno, dell’Università della California a Berkeley, sviluppa robot volanti super-autonomi guidati dall’Intelligenza artificiale.
In medicina, Camillo Ricordi, direttore emerito del Cell Transplant Center dell’Università di Miami, in Florida, ha presentato quarant’anni di impatto globale della sua «Camera Ricordi»: una tecnologia per l’isolamento delle isole di Langerhans, fondamentale nel trapianto del pancreas. Valeria Ricotti, dell’University College di Londra, sta ridefinendo l’approccio alle malattie neurodegenerative attraverso la biologia sistemica. Andrea Natale, texano d’adozione, dirige l’Istituto di Aritmia Cardiaca di Austin e il programma di residenza in malattie cardiovascolari dell’Università di Roma Tor Vergata, un ponte tra due continenti che funziona da decenni.

Nel campo delle scienze umane, Simona Martorana, dell’Australian National University di Canberra, ha proposto una lettura della relazione tra Dante e Virgilio che interroga il lascito della poesia classica nella Divina Commedia. Dietro ogni pubblicazione scientifica ci sono anni di lontananza, rinunce familiari, adattamento a culture diverse, e una domanda che ritorna continuamente: partire è stata una scelta o una necessità? La Conferenza romana ha mostrato che dietro i numeri della mobilità internazionale esistono persone che continuano a sentirsi italiane pur contribuendo allo sviluppo di altri Paesi. Una ricchezza che attende ancora di essere pienamente riconosciuta.

Mobilità e interscambio 

Il viceministro delle Imprese e del Made in Italy, Valentino Valentini, che ha aperto i lavori della conferenza in rappresentanza della Presidenza del Consiglio, ha riconosciuto che le ragioni dell’emigrazione scientifica «debbono far parte del lavoro del governo», pur senza nascondere le complessità. «Non sono qui per fare un discorso di autocritica – ha affermato Valentini –, ma per guardare avanti con voi. Diteci cosa non funziona e cosa funziona, cosa vi aspettate dal Paese e cosa siete disposti a dare». E la risposta è arrivata puntuale, articolata in tre punti da Simone Lucatello. Primo: una piattaforma di dialogo permanente con qualcuno che ci ascolti, il Ministero degli Esteri o quello della Ricerca, qualcuno che abbia una visione sulle comunità italiane all’estero; secondo: una mappatura globale, un database per capire cosa stiamo facendo, dove e a che livello collaboriamo con i Paesi che ci hanno accolto; terzo: andare oltre il rapporto con le ambasciate per costruire connessioni dirette con tutti i ministeri.

Fernando Ciaramitaro ha aggiunto una richiesta concreta: «Borse di studio di interscambio accademico, ricercatori italiani in Messico e viceversa, e mo­bilità rivolta non solo a chi ha già una cattedra, ma anche agli studenti di corsi di laurea, master e dottorati». E in tutta onestà ha chiesto «una maggiore presenza dell’Italia nei rapporti bilaterali, e fondi per rendere più incisiva la nostra missione», ribadendo che «ci vuole più coraggio e più volontà».

La rettrice dell’Università La Sapienza, Antonella Polimeni, ha osservato che le università non possono limitarsi a «produrre e diffondere la conoscenza», ma devono anche «formare le generazioni future, fornendo gli strumenti per affrontare le grandi sfide del nostro tempo». Ha citato la mobilità reciproca come leva strutturale: i ricercatori italiani all’estero dovrebbero essere visiting professor nei nostri atenei in maniera non episodica, ma sistematica.

Gli impegni assunti nel corso della Conferenza dalla delegazione governativa si sono concentrati su tre punti: il potenziamento degli incentivi al rientro dei talenti, già avviato, ma ancora insufficiente per attrarre chi ha costruito carriere solide all’estero; il rafforzamento delle collaborazioni bilaterali tra università italiane e istituzioni straniere; e la semplificazione delle procedure di accesso al sistema della ricerca nazionale, ancora percepito come troppo rigido e chiuso.

Vincenzo Arcobelli ha chiuso i lavori con un impegno che va oltre la politica: la Conferenza lavorerà al ripristino di un premio per le eccellenze italiane nel mondo, per continuare a valorizzare quotidianamente chi rende grande l’Italia. E ha ricordato con forza il progetto di solidarietà internazionale portato avanti dalla Conferenza: il sostegno alla costruzione di un ospedale a Machame, in Etiopia, attraverso il gruppo di volontari coordinato da Roberto Ciofi. Perché l’eccellenza scientifica non basta a se stessa. Serve anche a costruire qualcosa per chi non ce la fa da solo.

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Data di aggiornamento: 01 Settembre 2026
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