La guerra delle parole
Viviamo in un’epoca che ha trasformato la parola in arma. Da quando l’onnipotenza da attributo di Dio è stata requisita dall’essere umano, il linguaggio è diventato attacco preventivo più che dialogo. Non sappiamo più ascoltare: temiamo il silenzio che ci espone a noi stessi prima che all’altro, ed è invece la condizione che allestisce lo spazio dell’incontro.
C’è poi un individualismo radicale che pensa la libertà come sovranità isolata, scordando che persino la scienza, dalla biologia alla fisica quantistica, ci dice che tutto è relazione. Ma il linguaggio della sovranità è linguaggio di guerra. Se va bene riteniamo di poter delegare il dialogo alle macchine, pensando che l’intelligenza artificiale trovi l’accordo di cui non siamo più capaci.
Esiste però un’alternativa che papa Leone ha invocato più volte: la parola disarmata. Non è resa, ma sovversione dello schema azione-reazione. La sua forma più pura è la preghiera, che nasce dalla consapevolezza della precarietà, e ne ha la stessa radice. Disarmata è anche la parola poetica, che dice la verità senza imporla, accettando il mistero invece di pretendere trasparenza assoluta: l’opposto della datificazione, che vuole tradurre tutto in dati controllabili.
La parola disarmata fiorisce nella fraternità, sapendo che ogni parola lasciata nel mondo si scrive sulla carne di qualcuno. Disarmando, disarma: smaschera la violenza di chi ha bisogno di armi, indicando la via di un’umanità condivisa.
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