Fiducia, in crisi… di fiducia (I^ parte)

Viaggio al centro di un’attitudine alla base di ogni relazione, personale e sociale, che oggi appare sempre più difficile da vivere. Perché? A che cosa è dovuta questa difficoltà? E, soprattutto, come affrontarla?
02 Settembre 2026 | di

La fiducia permea le nostre vite. Da quando saliamo in auto confidando che gli altri non guidino contromano a quando, al bar, confidiamo che il barista non ci avveleni il caffè; da quando prendiamo l’ascensore tranquilli confidando nel lavoro dei manutentori a quando, in macelleria, confidiamo che il negoziante non ci propini carne avariata... Confidiamo, cioè diamo fiducia, decine di volte al giorno a persone, istituzioni, oggetti. Ma che cos’è davvero la fiducia? La parola, dal latino fidĕre, «confidare» appunto, sta a indicare quell’attitudine umana che ci rende capaci di riconoscerci vulnerabili rispetto alle azioni di altre persone, con cui decidiamo di relazionarci basandoci sulla convinzione che esse agiranno in modo corretto verso di noi. Si tratta, dunque, di una scelta complessa, che mette insieme ragione ed emozione, perché se è vero che per fidarci di qualcuno dobbiamo valutare in modo razionale le sue intenzioni, è anche vero che la fiducia ci fa provare un senso di sicurezza molto profondo. 

Il filosofo svizzero Mark Hunyadi, nel suo libro Credere nella fiducia (Vita e Pensiero, 2025), sostiene che la fiducia non permea solo i rapporti tra esseri umani, ma il nostro stesso rapporto con l’intero mondo del reale: la fiducia, scrive infatti, è una «scommessa che orienta la mia azione e le azioni tutte» e rappresenta «ciò che ci connette con il mondo», perché l’intero nostro rapporto con il mondo, le persone, gli oggetti, le istituzioni «è di natura fiduciaria». E, allora, la crisi di fiducia che la nostra società sta attraversando quando è arrivata? Secondo Hunyadi, le sue radici risalirebbero addirittura al XIV secolo, con l’avvento della cosiddetta «rivoluzione nominalista», che affermò il concetto di individuo, vero «nemico» della fiducia. Prima di allora, infatti, in Occidente vi era una visione della realtà (ereditata da Aristotele) secondo cui tutto era orientato a uno scopo ben preciso. In questa visione, dovere dell’essere umano era solo quello di eseguire, più o meno diligentemente, il compito, il fine specifico, che gli era stato assegnato da Dio, dall’universo, da un’entità superiore, e che egli era chiamato a «conoscere attraverso la ragione e perseguire attraverso il desiderio».

Una visione che non contemplava l’idea di libertà così come noi oggi la intendiamo. In tale contesto, ovviamente, il problema della fiducia non si poneva, perché il legame sociale era la finalità stessa dell’essere umano, che riusciva a compiere il suo destino grazie, e in compagnia, degli altri. Il nominalismo si oppone a tutto questo, decretando il primato dell’uomo sulla realtà. Nulla è determinato, tranne la volontà dell’individuo, la quale, se non deve obbedire a «leggi buone» universali, non è detto sia buona per tutti. E infatti, di esempi negativi è piena la Storia. Se poi, spiega ancora Hunyadi, ci mettiamo pure la rivoluzione digitale in cui siamo immersi, la frittata è fatta. Quest’ultima, infatti, ha ulteriormente accelerato il processo di chiusura nell’individualismo, rendendo l’appagamento dei nostri desideri (più o meno guidati dal mercato e dalle big tech) più immediato e comodo e il legame sociale più fragile, dal momento che si comunica e ci si confronta realmente sempre più di rado, chiusi nelle nostre «camere di risonanza» in cui le nostre idee vengono continuamente ripetute, confermate e amplificate.

Fiducia, per sottrazione

In questo panorama sempre più desolante, che fare dunque? Accettare come inesorabile la perdita della fiducia mettendo a rischio la stessa società? Ovviamente no, risponde Luciano Manicardi, monaco e già priore di Bose, autore di un illuminante e sempre attualissimo volume, Il Vangelo della fiducia (Qiqajon, 2014). «La fiducia – ci dice infatti – è un elemento costitutivo dell’umano. Noi non siamo mai “assoluti”, cioè completamente sciolti dagli altri, non siamo autosufficienti e neppure dotati di piena indipendenza. Quindi la fiducia è irrinunciabile. Noi siamo relazione. E la relazione ha bisogno della fiducia». 

Una fiducia che impariamo sin dai primi mesi di vita, quando sperimentiamo un rapporto esclusivamente fiduciario con le nostre figure di accudimento. «La fiducia – spiega Manicardi – trova il suo alveo sorgivo nell’esperienza del bambino con la madre e i genitori, e si situa tra l’estrema vulnerabilità del neonato e la responsabilità della madre e del padre. È in quella relazione originaria che si pongono le basi della fiducia che consentirà al bambino di svilupparsi, maturare, aprirsi al mondo e agli altri. La fiducia è la matrice della vita e questo appare con evidenza nell’esperienza del neonato che sopravvive solamente grazie alle attenzioni di chi si prende cura di lui. Cura che consiste nel saper riconoscere e rispondere ai suoi bisogni e nell’accoglierlo in un contesto accudente e amoroso. Possiamo dire, allora, che la fiducia nasce da un legame e genera legami. È la vulnerabilità che, portando il neonato ad affidarsi totalmente, sollecita una risposta etica. E, più radicalmente e immediatamente, di amore. La fiducia, pertanto, contiene in sé una dimensione generativa». 

Una dimensione generativa che a un certo punto, esaurito il proprio compito, chiede anche di fare un passo indietro, in famiglia e nei contesti sociali. E pure questo va fatto con fiducia. «È proprio così – conferma Manicardi–. La dimensione generativa arriva a richiedere, nella vita adulta, anche la capacità di generare “per sottrazione”, ovvero sapendo diminuire per lasciar posto ad altri. Accade ai genitori, ma anche a livello sociale. E sappiamo come questo sia spesso difficile: ci pensiamo insostituibili, non nutriamo fiducia in chi deve succederci, e riteniamo di essere i soli che possono mandare avanti l’azienda, il dipartimento, la comunità, decidendo ciò che è bene per gli altri… In questi ambiti spesso si verifica l’incapacità o la non volontà di fare spazio ad altri accettando di mettersi di lato. La tirannia dell’ego impedisce di “fare fiducia”. Il ritirarsi, invece, è un atto di fiducia nell’altro, è un alveo fecondo, un grembo generante in cui l’altro può svilupparsi e crescere. L’esempio di Giovanni Battista che sceglie di diminuire affinché Cristo cresca è un bell’esempio di generatività gioiosa, non nella recriminazione o nel lamento. La fiducia esprime l’amore e nasce dall’amore».  (Continua...)

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Data di aggiornamento: 02 Settembre 2026
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