In fuga dal passato
Il medico nazista Josef Mengele (1911-1979), responsabile per le SS delle detenzioni nei lager, della «soluzione finale» e di atroci sperimentazioni su cavie umane, riesce a sottrarsi all’arresto e trova complicità e rifugio in diversi Paesi dell’America Latina. Lo vediamo alla dogana di Buenos Aires nel 1949, 174 cm di altezza, ben vestito, due valigie, baffi curati, occhiali scuri, cappello, un trench chiaro. Cambierà spesso residenza, fruendo di elargizioni in denaro e protezione da parte di familiari (un ricco clan industriale, per il quale nulla cambia e tutto può essere comprato), amici, compatrioti nostalgici ed ex commilitoni e continuerà i suoi studi anatomici su animali. Tuttavia il cerchio del Mossad ebraico, il potente ufficio di spionaggio internazionale, si stringe sempre di più attorno a lui. Adolf Eichmann, l’altro noto fuggiasco, viene arrestato nel 1960 in Argentina e il processo sarà celebrato a Gerusalemme (con la filosofa Hannah Arendt tra i reporter: ne uscirà nel 1963 il libro La banalità del male). Per quanto riuscirà ancora Mengele, la cui personalità spietata è tutt’altro che banale, a sottrarsi alla giustizia?
Attraverso il personaggio del figlio Rolf, che va clandestinamente a fargli visita per conoscerlo più intimamente, il film La scomparsa di Josef Mengele (Germania, Francia 2025) di Kirill Serebrennikov pone su Mengele una domanda insolita ed eticamente decisiva: che cosa pensava e provava Mengele, mentre fuggiva dai suoi inseguitori? Perché Mengele non è impazzito? Perché le sue idee persecutorie non lo hanno paralizzato e ridotto alla demenza? Quale convinzione perversa lo ha sostenuto? Mengele invecchia, ha bisogno di medicine, dorme e mangia male, sospetta di tutto, si sdegna per come viene trattato da ospiti di cui detesta la venalità, l’ignoranza, l’etnia. Non crede nel Dio cristiano, nel rimorso, nel perdono, nella grazia. Si nutre dei miti ariani, crede che Wagner sia un profeta e che la potenza pagana tornerà a scuotere una Germania diventata pavida, pigra, ipocrita, debole. «Il passato non esiste» dichiara. Una tremenda speranza lo sorregge: il suo Paese si ribellerà ancora una volta alle vessazioni del mondo intero ed esibirà con orgoglio l’intelligenza superiore di cui sono dotati i suoi artisti, scienziati, politici, ingegneri, operai.
Mengele rimuove ogni senso di colpa: ha obbedito a ordini superiori, lavorava duramente per il terzo Reich e gli erano affidate scelte tremende. Nel lager di Auschwitz Birkenau egli mandava qualcuno alla camera a gas, ma per salvarne un altro e destinarlo ai lavori forzati. Dava una chance ai sopravvissuti ed esprimeva (così racconta al figlio) la propria pietà, sopprimendo vite indegne di essere vissute e imponendo paternalisticamente la propria superiore decisione a gente nata con tare genetiche, con scheletri devianti, con misure craniche bizzarre, che egli misurava e appuntava nei suoi ordinatissimi taccuini. Era fissato sui gemelli, sul mistero del «doppio», forse l’incarnazione della dissociazione psichica che affliggeva il nazista. Le sue vittime erano prigionieri stremati dalla fatica, inebetiti dal dolore, umiliati dalla fame. Egli era l’angelo inflessibile di una purificazione selettiva. La sua causa gli appariva nobile e inesorabile. Non gli occorreva leggere faziosamente Kant, come faceva Eichmann, per convincersene.
Il film inizia con l’inquadratura grottesca delle ossa di Mengele (riconoscibili per la protuberanza mascellare dovuta a un’infezione ai setti nasali), divenute oggi materiale di studio per incuriositi studenti di medicina brasiliani. Un memento mori per tutti i dittatori e criminali della nostra epoca. Il cinema di Serebrennikov, classe 1969, figlio di un chirurgo e laureato in fisica, inquisito dal regime russo per le sue posizioni liberali e tolleranti verso le comunità LGBTQ+, immerge nel suo acido bianco e nero il racconto del giornalista francese Olivier Guez, documentando con una cupa e ipnotica fotografia anatomica luoghi e persone, ma soprattutto parole e pensieri di uno psicopatico lucidissimo nel suo delirio antisociale. Il colore viene riservato nel film a pochi ricordi più caldi o a scene di documentario amatoriale girate dagli stessi aguzzini.
C’è sempre un attimo in cui la libertà è chiamata in causa e un abbraccio potrebbe salvare dalle idee fisse. Il film dà ancora una chance a Mengele. Ma i pensieri disumani sono ormai diventati in lui sangue e carne e l’immaginazione si è asservita alla devozione idolatrica. Non c’è scarto tra il moto di rabbia omicida e la sprezzante eleganza con cui Josef ruba i piaceri per cui sente d’aver già pagato il lurido prezzo. Lui è «Giuseppe», da «Yosef - Dio aggiunga» in ebraico. Ironicamente «mangeln» in tedesco significa mancare, difettare.
Che cosa ha fatto questo «angelo della morte»? Ha concentrato in sé, in una folle esposizione sacrificale, la fiera crudeltà che altri gerarchi, a suo giudizio, non hanno saputo coltivare, per paura della giustizia, delle sofferenze, della sconfitta. Ha lavorato per altri, non è un «male» quello che ha fatto, dice al figlio trentenne. Si sente anzi una vittima; è un «eroe» che venera la mano forte e odia le retorica della democrazia. Per più di due ore siamo noi spettatori gli ostaggi del male, costretti a cercare nel buio dei fotogrammi gli occhi del folle. Chi è Mengele, alla fine? Un padre, che non sa più dire la verità al figlio. Un medico ammalato di presunzione e violenza contro la vita. Un dittatore di se stesso, così simile agli uomini di potere che si ritirano angosciati e superbi all’interno di palazzi lussuosi, entro muri che loro hanno disseminato di bombe e veleni. Il silenzio ci prende alla gola, il ritmo del montaggio ci paralizza. Tutti diventiamo il dio o il demonio in cui crediamo, in cui decidiamo di credere.
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